SCUOLA/ Tra domande, originalità e lavoro, che giovani vogliamo?

- Laura Cioni

“Se non si sta dentro, anche criticamente, a ciò che viene richiesto nel momento finale di un percorso di studi, come non aspettarsi una valutazione negativa?”

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Eugenio Montale (1896-1981) (Foto dal web)

A Valerio Capasa

Mi sorprende il fatto che lei valorizzi l’intervento del suo allievo. Dopo averlo letto non so quale provocazione possa costituire per tanti insegnanti che svolgono il loro lavoro con maggiore o minore intelligenza, ma che pure danno un contributo all’istruzione dei ragazzi. Questa è la scuola: non un luogo di ricerca, come dovrebbe essere l’università, ma più umilmente un luogo di apprendimento e attraverso questo anche una scoperta della grandezza dell’uomo e della cultura che si è sedimentata nei secoli. Ben vengano le nozioni, a partire dalla grammatica, dalla punteggiatura, dalla sintassi in un tempo in cui nessuno parla correttamente e tutti leggono senza capire perché non hanno le coordinate necessarie. Forse lei non ricorda che almeno a partire dagli anni Ottanta la grammatica non veniva più insegnata perché era di destra, autoritaria, prescrittiva. I frutti li vediamo oggi, nelle tesi di laurea piene di strafalcioni.

Non mi sorprende neppure il voto basso assegnato al colloquio del giovane studente. Se non si sta dentro, anche criticamente, a ciò che viene richiesto nel momento finale di un percorso di studi, come non aspettarsi una valutazione negativa?

Le domande sanno già la risposta, si obbietta. Non è del tutto vero, perché anche nella risposta più scontata l’allievo può mettere del suo e se l’insegnante ascolta può cogliere qualcosa di nuovo. A volte questo avviene persino nelle interrogazioni normali durante l’anno, portando una piccola luce nella monotonia quotidiana. Ricordo solo un’interrogazione su Cesare, in cui un mio allievo portò una tavola con lo schieramento preciso degli eserciti in campo! O un altro che, dopo la traduzione in classe di un brano di sant’Agostino disse, quasi tra sé: “Adesso ho capito perché ho studiato cinque anni latino”. Ecco la scoperta, ecco l’originalità, ma dentro il lavoro scolastico, attraverso di esso. Certamente non tirandosene fuori, con l’indice puntato sulle manchevolezze della scuola così come è stata ridotta da riformine dissennate e non da oggi.

Anch’io potrei eccepire che c’erano tanti brani di Tacito più belli di quello prescelto per la seconda prova del classico. Ma a che varrebbe? I ragazzi hanno dovuto tradurre quello. A ognuno il suo compito: al ministero scegliere il brano, al maturando tradurlo. La scuola è fatta così, anzi la vita è fatta così. I lavori domestici sono ripetitivi fino alla noia, ma se non si fanno ci si condanna al disordine e alla sporcizia.

Quanto al bruciare i libri di studio, può essere un atto liberatorio, un po’ costoso, ma meglio di una sbronza. D’altra parte ci sono anche allievi che tornano a scuola dai loro insegnanti e rimpiangono le lezioni di poesia, ora che sono tutti immersi nei calcoli economici. Oppure che scrivono il loro grazie per una gita a Firenze che li aveva messi in grado di amare quella città anche da soli.

Non so, oltre alla presunzione giovanile e alla capacità critica, c’è in questo ragazzo una rivalsa e uno scontento. Non c’è gioia nelle sue parole, come se tutta la sua energia fosse risucchiata dalla denuncia e non rimanesse spazio per l’espressione di una qualche positività. È questo il tipo di ragazzo che si vuole?

Spero solo che questa sia una tappa non necessaria alla costruzione di una personalità contenta di ciò che fa, dedita a ciò che gli si propone di studiare, grata di tutte le cose belle che la vita ci offre. Conquista adulta, certo, ma si sa che per raggiungere la vetta il passo deve essere dall’inizio lento e misurato e il silenzio accompagnare quel passo che spera di arrivare in alto. Questo l’augurio a lei, professore, e al suo giovane allievo.

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