Sigonella, “no” Craxi a Reagan/ Cos’è e perché se ne parla nel viaggio Usa di Draghi

- Niccolò Magnani

La crisi di Sigonella del 1985 e il "no" di Craxi agli Usa di Reagan: cos'è e perché se ne parla alla vigilia del viaggio di Mario Draghi alla Casa Bianca da Joe Biden

Biden e Draghi Vertice Usa-Italia: i Presidenti Joe Biden e Mario Draghi (LaPresse, 2022)

DRAGHI COME CRAXI NELLA CRISI DI SIGONELLA?

Alla vigilia del viaggio di Mario Draghi negli Stati Uniti, da più osservatori si attende l’incontro tra il Premier e il Presidente Usa Joe Biden come una sorta di “riedizione” della storica “crisi di Sigonella” nella notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985.

Capirne il motivo è in realtà alquanto semplice: con gli Usa pienamente convinti dell’appoggio all’Ucraina di Zelensky contro la Russia di Putin, l’Europa prova (tardivamente?) a rappresentare un punto di trattativa e “dialogo” tra le due nazioni in guerra. Sia per far terminare la guerra al più presto, sia per evitare le conseguenze già adesso drammatiche per l’economia e la dipendenza energetica del Vecchio Continente. Scholz e Macron, i leader rispettivamente di Germania e Francia, si dicono concordi nel ritenere l’Europa più forte solo se realmente sovrana: dello stesso avviso, anche se con diverse sfumature tra loro, i leader di Pd e Lega, Enrico Letta e Matteo Salvini. Deve essere chiarito con forza da quale parte stare (non con gli invasori russi) ma occorre anche ritenere l’Europa in grado di poter sviluppare negoziati di pace al momento non nell’ottica americana di Joe Biden. Lo ha spiegato lo stesso Mario Draghi nel suo intervento domenica 8 maggio alla riunione in video collegamento del G7, davanti a Joe Biden: «Dobbiamo continuare a sostenere l’Ucraina – ha detto il Presidente del Consiglio – e dobbiamo andare avanti con il sesto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Allo stesso tempo, dobbiamo fare ogni sforzo per aiutare a raggiungere quanto prima un cessate il fuoco e per dare nuovo slancio ai negoziati di pace. Il G7 deve anche continuare a impegnarsi per aiutare quei Paesi poveri che rischiano una crisi alimentare. Il nostro impegno e la nostra unità sono essenziali». Con toni assai pacati, si tratta comunque di una presa di posizione importante quella italiana nei confronti dell’alleato Usa che mira più a cercare un negoziato che non allo scontro duro e puro con Putin improntato da Washington. Per questo motivo alcuni ritengono possibile una mossa “alla Craxi” per l’ex n.1 BCE, tra il 10 e l’11 maggio in bilaterale con Joe Biden: ovvero, contrastare i piani Usa facendo leva sulla sovranità e interessi nazionali.

COSA AVVENNE NELLA “NOTTE DI SIGONELLA” IL 10-11 OTTOBRE 1985

37 anni fa nella base di Sigonella, un aeroporto militare italiano in Sicilia che comprende una Naval Air Station della Marina statunitense, si sfiorò lo scontro fatale in seno alla Nato: protagonisti, il Premier italiano Bettino Craxi (che uscì da quella prova di forza con legittimazione internazionale ma anche con una crisi di Governo interna) e il Presidente Usa Ronald Reagan.

L’antefatto: 4 terroristi palestinesi il 7 ottobre 1985 avevano sequestrato e dirottato la nave da crociera italiana “Achille Lauro” uccidendo un passeggero Usa e minacciando di fare una strage. L’intervento della diplomazia italiana assieme a quella egiziana e dello stesso OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) giunsero ad un compromesso: il leader OLP Abbu Abbas con il via libera del Governo Craxi fece arrendere i terroristi, promettendo però loro una fuga diplomatica in un altro Paese arabo (la Tunisia). Venne dunque preparato dal Governo egiziano un aereo civile (Boeing 737) che si alzò in volo con i 4 dirottatori,  rappresentanti dell’OLP (Abu Abbas e Hani el Hassan), un ambasciatore egiziano ed alcuni agenti del servizio di sicurezza egiziano. Il volo decollato verso Tunisi in realtà non arrivò mai a destinazione: venne infatti intercettato da 4 caccia Usa – su ordine di Reagan, su informazioni di Israele – che costrinsero l’equipaggio a fare rotta sulla Base di Sigonella. Nella notte tra il 10 e l’11 ottobre l’impensabile avvenne nella base italiana: il Boeing circondato da truppe italiane, a loro volta circondate da soldati americani. La tensione palpabile, il rischio di un incidente internazionale devastante ad un passo: per fortuna lo scontro armato tra la VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) e i Carabinieri da un lato, i militari della Delta Force Usa dall’altro, venne scongiurato. Come? Alla fine a spuntarla fu Craxi e l’Italia, con l’ira degli Stati Uniti “ricomposta” solo qualche settimana più tardi con una visita del Premier italiano direttamente da Reagan alla Casa Bianca (i più “maligni”, osservando poi la parabola politica del leader Psi, considerarono la crisi di Sigonella come la pietra tombale della politica di Bettino Craxi). In ballo v’erano diversi punti delicati che fecero prevalere la linea italiana nella difesa della propria sovranità nazionale all’interno di una base in Sicilia. Ovviamente la situazione tra la guerra in Ucraina e la crisi di Sigonella non possono essere paragonabili più di tanto, anche se il “pressing” che dall’Italia sale in queste ore rivede nell’episodio Craxi-Reagan un elemento di difficile ripetizione con i “nuovi attori”, Draghi appunto e Joe Biden. Gli Usa spingono per avere l’Ucraina nella Nato, l’Italia (e mica solo lei) frenano pensando alle conseguenze potenzialmente imprevedibili: il dialogo alla Casa Bianca sarà serrato e dirà tanto per i prossimi mesi, ma resta difficile pensare che Draghi possa un giorno poter “schierare” i carabinieri italiani contro i Marines Usa…







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