SONDAGGI/ Gli elettori Pd preferiscono Conte (34%) a Bonaccini (19%) e Zingaretti

- int. Carlo Buttaroni

Sondaggi: Draghi ha la fiducia del 61%, il Pd è al 18,3%, M5s al 14,1%, Lega al 23,7%. Conte è il leader favorito del centrosinistra. Nella leadership Bonaccini batte Zingaretti

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Nicola Zingaretti e Stefano Bonaccini (LaPresse)

SONDAGGI POLITICI. Pd punito a sinistra dalla fame di poltrone denunciata da Zingaretti, incognita Conte-5 Stelle, Draghi al 61% del consenso, centrodestra compatto, centrosinistra inesistente, Lega che non perde o perde poco – per ora – nel passare dall’opposizione al governo. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio di Tecnè realizzato per l’agenzia Dire. Ne abbiamo commentato i dati con il presidente  dell’istituto demoscopico, Carlo Buttaroni.

Draghi ha la fiducia del 61% degli italiani, e supera quella del governo (58%), “sfiduciato” dal 28,7%. La Lega vale il 23,7% (Salvini il 33,2%), FdI il 17,6% (Meloni il 39,9%), Il Pd si attesta al 18,3% (in calo), M5s al 14,1%. Alla domanda fatta agli elettori di centrosinistra su “chi dovrebbe essere il leader di una eventuale coalizione di centrosinistra e M5s”, il 34% sceglie Conte, il 19% Bonaccini, il 14% Zingaretti, il 5% Renzi.

“È Conte la nostra carta per restare primi” ha detto Di Maio. Ha ragione?

Conte dà a M5s un profilo diverso da quello originale, un profilo più strutturato, soprattutto adesso che i 5 Stelle stanno facendo tutta la legislatura al governo.

Secondo i sondaggi di Tecnè, M5s vale il 14,1%, mentre Conte ottiene il 35% dei giudizi positivi come leader. Di quanto può aumentare il consenso dei 5 Stelle?

Questo lo si misurerà col tempo. Quando si è saputo che avrebbe fatto il leder di M5s, il Movimento ha recuperato un punto, che forse va attribuito più alle dimissioni di Zingaretti, perché l’opinione pubblica non ha ancora chiaro che Conte è il leader dei 5 Stelle. Per fare previsioni bisogna aspettare di vedere come Conte giocherà la sua leadership.

Valutate il Pd al 18,3%. Qual è l’andamento dei Dem?

Il Pd sta vivendo una fase drammatica. Il problema non è tanto l’assenza del leader, ma quello che il leader uscente ha dichiarato (“mi vergogno del mio partito”, ndr) e questo lascia il segno.

Dunque è un consenso destinato a scendere?

Sì, nel Pd pagheranno un prezzo molto alto. Soprattutto negli elettori che vengono da sinistra. Quelli centristi hanno un retroterra ideologico in parte differente rispetto ad alcuni valori che erano ritenuti fondanti nei Ds.

Gli elettori di sinistra si sono sentiti traditi?

Sì, ha pesato soprattutto la questione delle poltrone. La sinistra italiana, storicamente più legata all’opposizione politica, ha sempre privilegiato lo stare tra la gente allo stare nelle istituzioni, a differenza della componente centrista del Pd che è stata sempre al governo.

Come mai l’esperienza di governo ha penalizzato più il Pd di M5s?

Non dimentichiamoci che M5s viene dal 34% del 2018. Adesso è in una fase di assestamento e scommette su Conte, ma ci sono alcune incognite.

La più importante?

M5s resta un movimento, e come tutti i movimenti è più legato a un sentimento che a una leadership. Mentre la leadership di Conte presuppone un partito più che un movimento.

Come fa il Pd a recuperare voti?

Facendo i conti con se stesso. La denuncia di Zingaretti è condivisa dagli elettori. Continuiamo ad essere un paese con profonde diseguaglianze, e i partiti di sinistra si sono sempre posti dalla parte di chi le disuguaglianze le ha subite. Un tema scomparso dall’agenda del Pd.

Il Covid ha raddoppiato il numero di famiglie cadute nella povertà assoluta. Oggi sono 2 milioni. Per chi voteranno i nuovi poveri?

A mio avviso è una povertà perfino sottodimensionata rispetto a quella reale. C’è un’area di vulnerabilità sociale ed economica che è molto più ampia di quella denunciata dall’Istat. Sono elettori che il Pd neppure sfiora, M5s e Lega invece sono ancora attrattivi, ma l’astensionismo è destinato ad aumentare.

Quanto pesa e dove si concentra?

Vale il 45% se si votasse oggi. Più al Sud che al Nord, e soprattutto nelle periferie urbane, dove la fragilità sociale ed economica è più alta.

Qual è sotto questo profilo il ruolo del governo Draghi?

Dal punto di vista delle attese e delle possibili risposte, riavvicina i cittadini alle istituzioni e allontana ancor di più queste dai partiti.

Ci si interroga sul destino dei partiti sotto il governo Draghi, soprattutto quelli che lo appoggiano. Secondo lei?

Va detto che siamo in una crisi di sistema che viene da lontano. La prima repubblica non era solo il governo della società da parte dei partiti: la governance della società includeva tutti i corpi intermedi, sindacati, associazioni di categoria. Tutto questo non c’è più. In questo quadro è arrivato Draghi. Ma non è nei suoi obiettivi e nelle sue corde aiutare i partiti nella funzione di indirizzo dell’elettorato che non svolgono più da tempo. Su questo Draghi non può dare risposte. Congelerà la situazione.

Ma se dovesse fare errori o mancare gli obiettivi, ne risentirebbero i partiti che lo appoggiano?

Certamente sì. È l’altro lato della medaglia.

Il Pd è rimasto governista, FdI è rimasto all’opposizione. La Lega invece è passata dall’opposizione al governo con Draghi. Quanto perderà in termini di consenso?

Non molto, la sua base elettorale cambierà di poco. I pochi punti che perde da una parte potrebbe recuperarli facilmente da un’altra; per fare un esempio, fuori gli anti-europeisti ortodossi, dentro gli europeisti critici.

Chi sono i veri leader politici in Italia?

Salvini, la Meloni, e anche Berlusconi. Di Conte non possiamo ancora dirlo. Ha fatto il leader della vecchia maggioranza, ma guidare i 5 Stelle è un’altra partita, con altre regole.

Che cosa porta voti oggi in Italia? Vaccinare? Fare gli indennizzi?

Per i partiti, essere in sintonia con la propria base di riferimento. Devono ricominciare ad essere rappresentanti di persone, istanze e interessi.

Da questo punto di vista Draghi è un’opportunità?

Per storia, profilo culturale, competenze è il rappresentante delle istituzioni. È il mainstream, tutela le istituzioni, non la politica. Non vuole mettere in crisi la politica, ma garantirla, come ha detto nel suo discorso in Senato. Ha il massimo rispetto per i partiti, ma non farà il politico.

Il consenso di Draghi e Mattarella?

Draghi è al 61%, Mattarella oltre il 70%.

La differenza tra centrodestra e centrosinistra?

Il centrodestra ha un perimetro elettorale e sociale ben definito, Pd e M5s no. Questo è il lavoro che spetta al leader della coalizione. A suo tempo Prodi ci riuscì. È così che si raccolgono voti, dando senso allo stare all’interno di un campo.

Però un leader unico il centrodestra non ce l’ha.

È vero, tuttavia Salvini, Meloni e Berlusconi grazie a una coalizione solida riescono a “sommare”, rappresentandole, diverse componenti e istanze sociali. Niente di simile succede nel centrosinistra.

Sembra che Grillo abbia in mente un partito verde. Conte anche. A quali percentuali può ambire in Italia?

Storicamente in Italia il tema ambientale non ha mai avuto grande successo elettorale, perché i grandi partiti lo tenevano al loro interno. Oggi invece il tema green può essere veramente portante. Per i Verdi tedeschi difesa dell’ambiente non vuol dire solo qualità della vita, ma anche un modello di crescita economica. E in Italia?

Appunto. Cosa risponde?

È prematuro dirlo perché manca il soggetto politico.

Non potrebbe essere il Movimento 5 Stelle votato alla transizione ecologica?

Mancano troppe risposte. Dire “riconversione green” è facile, poi occorre vedere se queste parole sono in contraddizione o meno con le scelte precise che si fanno. La Tav è “verde” o no? M5s cosa dice? Non lo sappiamo.

Il Pd cerca un segretario e circolano i nomi di Letta, Fassino, Finocchiaro, lo stesso Zingaretti. Chi gode di più fiducia?

Non abbiamo dati in proposito, tuttavia si può dire una cosa. Se nel Pd vogliono uscire dalla crisi, più che guardare avanti dovrebbero guardare indietro.

Indietro? E perché?

Per capire come sono arrivati a questa situazione, per lasciar perdere i followers e interrogarsi sul pensiero che non hanno. Potrebbero trovare cose utili e buone in quelle classi dirigenti che sono state rottamate troppo in fretta. Non è un problema anagrafico, evidentemente, ma di capacità politica.

(Federico Ferraù)

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