SOSTENIBILITÀ E PNRR/ Le 4 chiavi per una svolta green attenta non solo al Pil

- Claudio Quintano

Su infrastrutture e trasporti il ministro Giovannini gioca la partita della sostenibilità con una programmazione green che possa ridurre le disuguaglianze

giovannini e draghi
Il ministro Enrico Giovannini con il premier Mario Draghi (LaPresse)

Si registrano continui e rapidi aggiornamenti sull’avanzamento di questa rinnovata stagione della Programmazione nazionale, in tutti i suoi assi di riferimento (alcuni nuovi di zecca, come finanziamento e rendicontazione “contemporanea” e “massiccia”, da e a tutti i Paesi che fanno parte della Commissione europea).  

Secondo i mass media proprio, e soprattutto, per il fatto che la Commissione è stata benigna, non vi saranno alibi per gli operatori destinatari delle risorse qualora dovessero lasciar scadere i termini per domandare l’assegnazione dei fondi, e poi i fondi stessi non siano utilizzati o utilizzati male, quindi, da restituire con forti penalizzazioni – purtroppo, è noto, che tale bandiera è stata issata, in Europa, fino ad oggi, spiccatamente dall’Italia – da parte del Governo e quindi dei beneficiari finali.

In un articolo pubblicato dal Sussidiario si dà atto della rapidità, e della dovizia insieme, delle prime mosse a favore dell’Italia da parte della Commissione. E in riferimento al terzo gol (per esprimere l’insieme dei primi tre obiettivi raggiunti dall’Italia, intorno a Ferragosto 2021, in termini calcistici) c’è stata la Presentazione dell’Allegato Infrastrutture al Documento di Economia e Finanza 2021, del 4 agosto 2021 del ministro Enrico Giovannini, e il 2 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato un ampio decreto legge su infrastrutture e trasporti, che sintetizza i primi sei mesi di lavoro (da marzo a dicembre 2021), in parte realizzato, in parte ancora da espletare, del nuovo ministero, la cui denominazione è passata da Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (Mit) a Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili (Mims).

Lo stesso ministro Giovannini ha accentuato la presenza terminologica del suo – e nostro – “credo” della sostenibilità, proprio grazie all’inserimento del termine significativo “mobilità sostenibili” nella nuova denominazione del Ministero, al posto “dei trasporti” della vecchia denominazione. Una parola in più, mobilità, usata al plurale, per segnare l’integrazione di competenze esplicite nella direzione della sostenibilità, ma anche per segnalare concretamente che pure le strutture devono essere sostenibili.

In altri termini, dietro il cambiamento di denominazione del ministero c’è un grande e importante ampliamento di nuove competenze effettive, attribuite al grande alveo della mobilità.

A tal proposito l’attenzione alla mobilità è stata subito visibile in occasione della difficile attività organizzata dall’équipe del ministro Giovannini con le Regioni, i Comuni, gli enti consortili, nonché tanta parte della pubblica amministrazione e gli utenti stessi, per le aperture in sicurezza delle scuole e per consentire la ripresa delle attività produttive.

Questa attività richiama l’ampiezza di competenze del Mims, che si irradiano in tante direzioni tra loro associate e un dinamismo di competenze, tale da assicurare, al tempo stesso, che quella mobilità sia sostenibile, resa cioè possibile da un target qualitativo correlato alle nuove competenze del ministero. Allargando l’orizzonte, la nuova denominazione stringe un collegamento forte tra gli obiettivi di tutto il Governo Draghi con quelli fondamentali del Mims.

Come si può immaginare, in tutto il lungo periodo di realizzazione del Pnrr i grandi obiettivi da raggiungere sono corposi e molteplici, sia per dimensione della massa monetaria amministrata, sia per complessità di procedure messe in campo e che ora si affacciano sul terreno realizzativo con l’intento di assegnare, per poi mantenere il passo ottenuto, alla trasformazione che va oltre i confini italiani. Una trasformazione che, è il caso di ricordarlo, o non è stata significativa o è stata lenta e solo qua e là intensa.

Varrebbe la pena, forse, di toccare l’argomento del lungo tempo segnato dalla presenza insistente del principio della massimizzazione dell’inquinante Pil come motore trainante nell’organizzazione economica e sociale del mondo. Forse il Pil poteva essere sdoganato addirittura prima del 1970, se solo fosse stato ricordato il discorso di Robert Kennedy del 18 marzo 1968: “Il Pil non misura, né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Mi si consenta di inserire una notazione personale. A luglio 1967 mi laureavo in Economia e commercio alla Federico II dell’Università di Napoli, tesi sulla metodologia della rilevazione del reddito nazionale con i professori Giovanni Lasorsa, ordinario di Statistica e correlatore, da me molto ascoltato, Antonio Pedone, B. Stringher della Banca d’Italia, al  King’s College di Cambridge,  poi  presso l’Università di Rotterdam e al Central Planning Bureau a L’Aja, e ordinario a Napoli di Scienze delle Finanze.

Devo a lui lo stimolo e l’assistenza a concludere  i miei paper, di inizio carriera, pubblicati nella Rivista di Studi Economici della Facoltà di Economia di Napoli e di Scienze economiche e commerciali della Bocconi di Milano, che poi misi a frutto per aderire al nuovo settore disciplinare della statistica economica. Anch’esso, come il comparto della Economia applicata, metteva allora sull’”altare” il Pil, quindi nel mare dell’ interpretazione neoliberista più assoluta, ma che, limitandoci al mondo anglosassone, seguiva il modello inglese basato sul concetto di produzione, a differenza di quello  americano che, giocando la carta del mercato basato sul concetto di consumo e benessere, non era affatto raro trovare nelle università di quel Paese, ad esempio, per mia esperienza personale, ad Ann Arbor (Università del Michigan), dove lo statistico Leslie Kish seguiva la ventata del mercato, centrata sull’indice di Consumer Sentiment dello psicologo applicato George Katona. che ebbi modo di studiare.

La verità è che bisognava accorgersi da prima che al Pil si doveva aggiungere la sostenibilità,  l’eguaglianza, l’inclusione sociale, l’ambiente. Giovannini sintetizza un concetto espresso da Junker, prima che uscisse di scena: “stiamo attenti a non fare troppi danni all’ambiente e a non far salire troppo le tensioni sociali, altrimenti salta il modello del Pil. Nella sostanza, oggi, non è cambiato nulla, non è cambiata la strategia politica e si rischia di perdere altri dieci anni temporeggiando su ambiente e giustizia sociale”.

Si tenga conto, poi, che la sfortuna ha voluto che questa evidente negatività, ormai diventata strutturalmente endemica, si accompagnasse a un evento pandemico di grandi proporzioni e dagli accentuati effetti disastrosi che sono stati messi in luce dal numero delle vittime e le più che ingenti risorse da impegnare già a carico del Pnrr, per un vera e propria rifondazione e ricostruzione della sanità.

Donato Speroni dell’Asvis, sul Corriere della Sera del 7 gennaio di quest’anno affermava che “Il Pil ha il pregio della metodologia omogenea e della confrontabilità tra i diversi Paesi, ma in futuro sarà sempre meno adatto a misurare il progresso compiuto, perché molte scelte di qualità della vita incideranno negativamente sulla misura tradizionale della produzione di ricchezza. I nodi dell’indicatore unico e della misura della sostenibilità”.

Ma questa problematicità è stata anche al centro del fatto che il parto della sostenibilità è stato dilazionato e ritardato perché difficile, se non perfino nascostamente non voluto.

Le centrali degli economisti delle università del mondo anglosassone post rivoluzione industriale hanno occupato anche i più importanti organismi economici internazionali i cui paesi, a economia sviluppata, hanno avuto un peso e una funzione espressa nel proprio egoismo, schiacciando perfino le condizioni minimali dei paesi non accomunati dall’essere baciati da un reddito pro capite soddisfacente.

Senza dire, poi, del grande problema dell’eclatante presenza di vari tipi di diseguaglianze, in particolare nelle condizioni di vita dentro le comunità in cui hanno effetto le politiche tra i Paesi (ad esempio, Onu, Ocse, Commissione europea) ed all’interno dei Paesi. Grande problema, questo, per l’Italia, se non il più grande tra i paesi europei e Ocse.

In altre parole, queste centrali di economisti hanno rappresentato per lungo tempo gli interessi prevalenti del sistema socio-economico capitalistico di Paesi a economia evoluta di marca anglosassone e di organismi internazionali quali Banca Mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale del commercio. L’Ocse stesso è stato della partita almeno fino ai tempi – anche qui per semplificare – in cui al Direttorato di statistica è arrivato Enrico Giovannini.

Poi via via le cose sono cambiate e la vecchia guardia, pur riconoscendola seria e competente, avrebbe potuto lasciare più di qualche decennio prima il testimone a studiosi non solo economisti, ma anche statistici applicati, sociologi, aziendalisti eccetera, che già erano avvolti, e da tempo, dal respiro della sostenibilità.

Ma il parto del nuovo nato della sostenibilità è stato tardivo temporalmente e di   difficile realizzazione. Giovannini, dopo il Direttorato di statistica all’Ocse, quando tornò all’Istat, in qualità di presidente, e prima di diventare Ministro del lavoro fino alla scadenza del Governo Letta, portava al suo attivo la partecipazione ad attività scientifiche e ad azioni politiche di convinto ribaltamento della situazione. Proprio all’Ocse aveva disegnato e realizzato una profonda riforma del sistema statistico dell’Organizzazione, realizzato il Forum mondiale su “Statistica, Conoscenza e Politica” e lanciato il Progetto Globale sulla “Misurazione del progresso delle società” a Palermo nel 2004, da cui sono scaturite numerose iniziative in tutto il mondo sul tema “Oltre il Pil”.

Il decreto legge del 2 settembre 2021 su infrastrutture e trasporti del Pnrr contiene un testo che, proprio per ciò che prima è stato argomentato, consente di comprendere, sin dai primi tempi di vita del Pnrr, lo sfondo in cui è incastonato, e che non è poca cosa. Per questo bisogna leggere il link, richiamato all’inizio di questo articolo, che sintetizza la materia, esposta in 26 slides ricche di termini relativi alle tematiche del Pnrr: lotta alla pandemia – disegno e attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) – rilancio dell’economia – transizione digitale ed ecologica – riforme e semplificazioni – riduzione delle disuguaglianze.

Vengono messe in luce le priorità e le linee strategiche su cui si è concentrata l’azione del Mims proprio per il raggiungimento di questi obiettivi fondamentali. E dall’accorpamento delle 26 slides emergono 4 temi chiave, con relativi sottotemi indicati:

1) Rilanciare e accelerare gli investimenti (Sbloccare le opere «incagliate»; Commissariamenti; Altri interventi – Semplificare e innovare la normativa sui contratti; Interventi normativi effettuati; Proposte di riforma del codice dei contratti (approvazione del disegno di legge delega con sei mesi di anticipo al Pnrr); Definire percorsi rapidi per gli interventi Pnrr e Fondo Complementare);

2) Realizzare la transizione digitale ed ecologica (Disegnare e attuare il Pnrr e il Fondo Complementare; Sviluppo del sistema di monitoraggio e formazione negli enti attuatori: Introdurre la sostenibilità nella programmazione e nella progettazione; Rafforzare la sicurezza delle infrastrutture; Innovazioni organizzative e definizione di nuovi standard di sicurezza);

3) Affrontare emergenze e criticità (Emergenza Covid-19 per il settore dei trasporti; Funzionalità del trasporto pubblico locale; Funzionalità del trasporto a lunga percorrenza; Criticità territoriali e settoriali; Una selezione degli interventi realizzati);

4) Trasformare il modo di lavorare del Ministero (Nuova organizzazione, integrazione e apertura; Modello organizzativo integrato e aperto al dialogo con altre istituzioni e la società; Velocizzazione dei decreti; Iniziative per rendere rapida ed efficace l’attuazione delle normative e delle politiche; Nuove competenze e valorizzazione del personale; Formazione, nuove assunzioni e aumento delle retribuzioni: Gestione sostenibile del Ministero; Piani e azioni per rendere il Ministero sostenibile sul piano ambientale).

Le slides rappresentate costituiscono oggetto di grande attenzione, innanzitutto per le vaste categorie di soggetti chiamati in gioco, agli occhi dei quali si affaccia un mare di programmazione che si estende ai protocolli economici di analisi tradizionali e rinnovati. Si naviga, finalmente, tra i mari della sostenibilità per riequilibrare non solo le vecchie diseguaglianze intragenerazionali, ma anche le nuove e attenzionate diseguaglianze intergenerazionali, tentando di curvare la globalizzazione ed evitando, per quanto possibile, le nefaste conseguenze già registrate.

Ogni riquadro porta sotto osservazione, in maniera più nitida, la valutazione delle politiche connesse che questo comparto caleidoscopico del Misi tocca a pie’ sospinto e in ogni sua area.

Nei riquadri riportati nelle slides la tecnica e la politica si rincorrono e i cittadini possono seguire meglio le realizzazioni degli obiettivi da ambedue i punti di vista.

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