ELEZIONI 2009/ Effetti collaterali del “caso Noemi”: Berlusconi più debole, governo più forte

- Ugo Finetti

L’opposizione concentrando il massimo di attenzione sul “train de vie” di Berlusconi ne ha appannato l’immagine; ma in tempo di crisi il governo è sembrato fare la sua parte, mentre il centrosinistra ha dato l’impressione di essersi adoperata, anche attraverso la Cgil, per “remare contro”

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Perché il centro-destra arretra nel voto europeo e stravince nelle amministrative? La “brutta” campagna elettorale come è stata bollata  dal Quirinale alla Confindustria (in quanto imperniata sulla vita privata di Berlusconi) ha sicuramente determinato in certi elettori del Pdl disaffezione e fastidio spingendoli o verso l’astensionismo o, soprattutto, verso la Lega. Non c’è però stato uno spostamento a sinistra. La “brutta” campagna ha danneggiato anche il Pd con perdite, anch’esso, verso l’astensionismo o, soprattutto, Di Pietro (e in piccola parte verso radicali ed estrema sinistra).  E qui veniamo alla ragione del paradosso per il Pdl tra delusione europea e successo locale. L’opposizione concentrando il massimo di attenzione sul “train de vie” di Berlusconi ne ha appannato l’immagine, ma ha fatto sì che non solo non si è parlato di Europa, ma nelle ultime due settimane è persino uscito di scena il governo. Il ministro degli Esteri ed ex commissario europeo, Franco Frattini, non è mai stato chiamato in causa e lo stesso Giulio Tremonti è uscito indenne dal contenzioso elettorale. Lo stato maggiore dell’opposizione è sembrato chieder conto a Berlusconi essenzialmente di Noemi. E ciò ha guastato la festa che il premier aveva immaginato per le europee, ma ha contribuito a consolidare un’opinione popolare sostanzialmente positiva sulla tenuta e sul fare della maggioranza Pdl-Lega. Infatti ad ottobre lo stato d’animo dell’opinione pubblica poteva sfiorare la paura. Lo stesso Giulio Tremonti descriveva uno scenario da videogame con un killer dietro l’altro da affrontare: dopo i “derivati” l’incubo delle carte di credito. Era generale il timore di un effetto domino sui consumi con crollo della produzione e chiusura di aziende. Oggi, pur permanendo crisi e difficoltà, è però diffusa – a torto o a ragione – la sensazione che il peggio sia passato. Certamente non è merito del governo, ma i responsabili economici sembrano aver fatto la loro parte e avervi contribuito mentre l’opposizione ha dato invece l’impressione non solo di aver tifato per il peggio, ma, soprattutto, per quel poco che poteva fare, di essersi adoperata, attraverso la Cgil, per “remare contro”. Le accuse della Cgil di “collaborazionismo” rivolte alla Cisl e alla Uil, le cui leadership erano notoriamente anch’esse vicine alla sinistra, anziché indebolire il governo hanno indebolito l’opposizione.

E’ così che si è determinato l’esito paradossale e cioè che il principale responsabile del governo sia stato colpito a livello personale nel voto europeo, mentre l’immagine del suo centro-destra come governo unito, concreto e affidabile è volata in alto senza contrasto ed ha fatto da traino a livello comunale e provinciale portando al successo i candidati di Berlusconi anche sconosciuti.

La prima conseguenza è che il bipartitismo si è allontanato con l’evidente rafforzamento da un lato di Bossi e dall’altro di Di Pietro e, tra i due poli, di Casini. La seconda è che si avverato ciò che Massimo D’Alema aveva previsto (e temuto): il Pd confinato in alcune Regioni “rosse” sin dal dopoguerra. L’ex premier aveva parlato infatti per il Pd di rischio “Lega del centro-Italia”.

A difesa del Pd c’è l’indubbio esito negativo delle sinistre europee ed in particolare nell’Europa “storica”: Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna. Ma anche su questo tema andrebbe segnalato come si tratti soprattutto di un voto che – come evidenzia la diffusa affermazione di liste cosiddette “xenofobe” o “euroscettiche” –  punisce l’allargamento “allegro” incardinato quando i socialisti guidavano 13 su 15 governi europei. L’Unione delle “mille patrie” e “mille etnie”, novella Onu-Unesco, non solo non appassiona, ma viene respinta. E’ così che proprio il Pdl può ottenere un reale successo con queste elezioni europee. La figura di Presidente del Parlamento è diventata decisiva per tentare di far riprendere le redini in una direzione di soggetto politico all’Unione. A tal fine è necessaria una presidenza che sia espressione di uno degli stati fondatori e che al tempo stesso riesca a far convergere anche le principali famiglie politiche che hanno fondato la comunità secondo uno sforzo di rilancio identitario.



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