SPREAD & MERCATI/ La paura di Jackson Hole ricorda il ritorno alla “normalità”

- Paolo Annoni

Ieri il rendimento del decennale italiano ha fatto registrare il maggior incremento giornaliero degli ultimi dodici mesi. Proprio alla vigilia del simposio di Jackson Hole

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Ieri il rendimento del decennale italiano è salito di quasi 100 punti con il maggior incremento giornaliero degli ultimi dodici mesi. Anche i titoli di stato francesi, tedeschi e inglesi hanno avuto incrementi giornalieri degni di nota anche se in misura inferiore. È un movimento che non si può non notare anche se arriva dopo molti decrementi e siamo vicini ai minimi di sempre. È impossibile non mettere il rialzo in relazione all’incontro che si tiene in questi giorni a Jackson Hole e in particolare a quanto dirà il presidente della Federal Reserve domani. 

Il movimento sembra riflettere la preoccupazione che la politica monetaria della Fed che tiene in piedi tutto, inclusi Europa e mercati finanziari, possa cambiare rotta. A quel punto il mercato dovrebbe fare i conti con l’esplosione dei debiti statali e privati che ci hanno lasciato 18 mesi di pandemia e lockdown e dovrebbe cominciare a pensare secondo categorie diversissime da quelle che sono in campo dall’anno scorso. Il mercato dovrebbe incorporare riflessioni molto più fondamentali che tengano conto dei livelli di debito e della resilienza degli Stati, delle organizzazioni sovranazionali di ogni ordine e grado la cui solidità è intimamente legata a variabili – esercito, coesione sociale, proiezione geopolitica, solidità dell’economia ai problemi sulle forniture globali – che il mercato ha solo deciso di ignorare in un contesto di pace finanziaria in cui tutto è concesso: anche stampare deficit consecutivi impensabili fino a tre anni fa.

La “scusa” perfetta è l’inflazione che morde molto di più di quanto non dica qualsiasi cifra ufficiale. I prezzi del gas in Europa sono ai massimi di sempre e il quadruplo di quelli di un anno fa e non è nemmeno iniziato l’inverno. Poi c’è il capitolo sui prezzi alimentari, in ogni parte del globo, sulle quotazioni immobiliari e così via.

L’Europa sia nel 2008 che nel 2012, con la crisi dei debiti sovrani, è rimasta in piedi perché ha potuto esportare contando su una valuta artificialmente svalutata, sul dollaro forte e in ultima analisi sui consumatori degli altri Paesi. È un fatto incontestabile che l’Europa sia uscita dalla crisi anche, e in misura rilevante, grazie a una mega svalutazione sul dollaro mentre la Fed rimaneva la banca centrale di ultima istanza perché alla base dell’euro non c’è, per dire, l’esercito americano. Senza i dollari della Fed i guai sarebbero stati molto più grandi.

Oggi le catene di fornitura globali e le esportazioni sono saltate e a dircelo non è qualche oscuro “outlet”. Per esempio due giorni fa il membro del cda di Bosch, Harald Kroeger, ha spiegato a Cnbc che “le catene di fornitura di semicondutorri nel settore auto non funzionano più”. I prezzi dei noli marittimi sono ai massimi di sempre. Esportare e vivere di esportazioni è diventato molto complicato per tutti. Certo i lockdown, purtroppo, aiutano a tenere bassa la domanda, ma bisogna trovare qualcuno che finanzi i debiti. 

Nessuno sa cosa ci riserva il futuro e tantomeno quello che dirà Powell domani. Il mercato, però, sembra avere molto ben presente cosa potrebbe succedere se il paradigma dovesse cambiare e la conflittualità sui mercati aumentare. Dopo un anno e mezzo di pandemia bisognerebbe tornare come nel 2008 e nel 2012 ai fondamentali più sostanziali. Solo che questa volta quelle valvole di sfogo non ci sono più. In uno scenario nuovo i principali attori globali penserebbero alla sopravvivenza e si scoprirebbe molto presto, con la marea che si ritira, chi è fragile e chi meno dal punto di vista economico-finanziario e non solo.

Niente di tutto questo deve necessariamente accadere, ma il raro spiraglio di ieri ha già avuto il merito di ricordare a tutti “come stanno le cose”.

 

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