SPY FINANZA/ Il messaggio in codice della Merkel a Conte

- Mauro Bottarelli

Le parole di Angela Merkel sul Mes e la reazione di Conte non devono far pensare a un’uscita poco azzeccata della Cancelleria al Bundestag

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Giuseppe Conte con Angela Merkel (LaPresse)

Tranquilli, Angela Merkel non è impazzita. Nè soffre di una sindrome bipolare non diagnosticata o taciuta all’opinione pubblica. La reazione di stizzita sorpresa seguita al suo “invito” all’Italia ad accedere al Mes è solo figlia di un triplice inganno. Primo, a dispetto delle fantasiose ricostruzioni della gran parte dei corrispondenti della stampa italiana dalla Germania, Berlino non è mai cambiata nei confronti delle politiche di rigore. Ha sì accettato deviazioni in nome dello tsunami macro portato dal Covid, ma l’idea che ora il Bundestag si sia trasformato in un covo di estremisti keynesiani e apologeti dell’helicopter money appare quantomeno farsesca. Basta leggere la stampa tedesca e i suoi resoconti rispetto ai mal di pancia interni alla stessa Cdu-Csu per capirlo, non serve essere intimi con la Cancelliera. Secondo, la questione reputazionalmente devastante di Wirecard ha accelerato e fatto precipitare i piani della Merkel per una gestione più soft della prima fase del semestre di presidenza tedesca dell’Ue che si apre dopodomani. Terzo, l’Italia non ha detto la verità rispetto agli impegni presi in Europa. E, soprattutto, rispetto alla serietà dello stato di salute dei suoi conti pubblici.

Ora, vediamo un attimo di entrare nello specifico, toccando i punti 2 e 3 in maniera più esaustiva, essendo il numero 1 soltanto la conseguenza della mancata presa d’atto rispetto ai successivi. E partiamo da quanto successo nel fine settimana. Nel silenzio generale dei media italiani. Primo, il tracollo di Wirecard – la quale venerdì scorso ha chiuso le contrattazioni al Dax a 1,28 euro per azione, giù del 63,74% dal giorno precedente (per capirci, solo il 23 aprile quel pezzo di carta valeva 140,90 euro) – rischia di tramutarsi in una vera bomba a orologeria innescata sotto le terga del governo di coalizione. Per una serie di motivi che vanno al di là del sospetto di omessa vigilanza che la stessa Ue sta paventando nei confronti della BaFin, la Consob tedesca.

La Kfw, banca a controllo statale, rischia infatti perdite dirette per 112 milioni di euro per esposizione alla contabilità creativa dell’ex gioiello fin-tech tedesco. In sé, certamente non una somma che faccia tremare le vene ai polsi, ma la natura statale dell’istituto e il fatto che quel buco sia riconducibile a un’attività chiaramente equiparabile a uno schema Ponzi potrebbe suscitare reazioni decisamente poco piacevoli nell’opinione pubblica tedesca, già spaventata dal contraccolpo della pandemia su crescita e produzione industriale. Ma c’è dell’altro. Commerzbank, anch’essa di fatto riconducibile a quello Stato tedesco che l’ha salvata dalla bancarotta attraverso una semi-nazionalizzazione, rischia di dover annunciare a breve altri 7.000 tagli occupazionali e la chiusura di circa ulteriori 400 filiali, il tutto in ossequio a un secondo ciclo di razionalizzazione dei costi, stante la mancanza di risultati concreti attraverso il primo.

A chiedere lacrime e sangue i due azionisti di riferimento, ovvero lo Stato e Cerberus Capital Management. Insomma, un altro colpo diretto alla fiducia della popolazione nei confronti dell’esecutivo. Al quale Berlino sta infatti cercando di evitare a ogni costo che vada a unirsi anche la tegola di Lufthansa, dopo che il Consiglio dello scorso giovedì ha congelato ogni decisione sul via libera al bail-out governativo da 9 miliardi fino alla conclusione di un nuovo round di colloqui fra soci forti e ministeri competenti. Al centro, l’opposizione dei detentori di pacchetti di maggioranza, spaventati dall’effetto diluizione sul valore dei titoli a seguito del salvataggio statale. Anche lì, prestigio e posti di lavoro in discussione.

Infine, quasi a volere caricare la puntata sul tavolo da poker che si gioca tra Francoforte e Karlsruhe in vista delle scadenza del 5 agosto, proprio il membro tedesco del board Bce, Isabel Schnabel, ha dichiarato a un domenicale come fino a oggi la politica di tassi negativi sui depositi decisa dall’Eurotower abbia inciso in maniera minima sul risparmiatore medio e che anche gli ulteriori passi decisi nell’ultimo board non si sostanzieranno in danni di grave entità. Questo grafico mostra però come un’ulteriore discesa sotto zero – e qualcuno a Berlino teme che il passo possa essere quello relativo al tasso principale di riferimento, anticipando addirittura la Fed – potrebbe invece andare a impattare severamente su correntisti e istituti, questi ultimi già penalizzati a livello di profittabilità, al punto che già sotto la vecchia gestione di Mario Draghi si intervenne con politiche di tiering per mitigare gli effetti collaterali dei tassi negativi sui depositi.

E non basta ancora. Perché il livello di tensione che si sta vivendo in Germania attorno alla disputa fra Banca centrale europea e Corte costituzionale di Karlsruhe è tale da aver spinto Nordea Bank e dare vita a questo grafico, dal quale si evince come le minute dell’Eurotower rese note la scorsa settimana e contenenti anche la risposta – più o meno diretta – ai togati in rosso tedeschi sulla proporzionalità dei cicli di Qe (l’attuale Pepp in testa) per la prima volta in assoluto abbiano superato la lunghezza di 10.000 parole. Sintomo, a detta degli osservatori più feticisti, di un atteggiamento di maggior chiarezza e volontà giustificazionista, al netto dell’atteggiamento ufficialmente spavaldo e quasi strafottente di Christine Lagarde – Tiriamo dritti – rispetto ai diktat e alla deadline del 5 agosto.

Insomma, tensione alle stelle a livello interno. Riverberatasi appunto nell’uscita di Angela Merkel nei confronti dell’Italia e della necessità di attivare il Mes: occorre, in qualche modo, spostare l’attenzione altrove. E quale miglior capro espiatore di un Paese che, a fronte di una ratio debito/Pil in procinto di volare al 160% a causa degli sforamenti di deficit da Covid, si permette di parlare di incentivi sui monopattini o taglio dell’Iva temporaneo o addirittura bonus vacanze?

Ed eccoci al terzo punto, ovvero la cattiva coscienza del nostro governo. Il quale, è evidente dal tono messo in campo da Angela Merkel e dal suo profilo irritualmente diretto e invasivamente ingerente, in sede Ue e per vedersi garantito lo scudo Bce a colpi di deviazioni record sulla capital key per emittente, deve avere garantito la richiesta di accesso al Mes come prova della propria buona volontà riformista e come atto di buona fede rispetto ai dubbi sull’utilizzo dei fondi europei mossi dai cosiddetti Paesi frugali. Insomma, Roma ha promesso di dire sì al Mes, purché lo spread venga tenuto sotto controllo attraverso il commissarimento soft di Francoforte e il Recovery Fund trovi un’attuazione quantomeno formale e di massima entro l’estate, in modo da tamponare il montante scontento popolare e l’aumento di consensi della destra.

Il problema è che Angela Merkel non si aspettava l’esplosione del caso Wirecard in questo momento e con questa velocità degna di Enron, quindi è dovuta correre ai ripari per circoscrivere il danno reputazionale, interno ed esterno. E per farlo, ha spostato il baricentro delle criticità sull’Italia. O, quantomeno, ci ha provato. La risposta di Giuseppe Conte, in tal senso, appare la riprova implicita di questa situazione e della sua eccezionalità fuori programma. E se Berlino è alle strette, Roma è decisamente con le spalle al muro. Sia politicamente, poiché sarà difficile che la Germania – presidente di turno Ue – possa ora recedere dal suo atteggiamento di energico consiglio verso Roma. Sia a livello pratico, perché Giuseppe Conte sa che i 37 miliardi del Mes servono come l’aria, stante le casse statali allo stremo e le troppe promesse fatte ancora in era di lockdown e che ora devono giocoforza tramutarsi in realtà, visto l’approssimarsi dell’appuntamento settembrino con il voto regionale. Quindi, l’ipotesi di un tracollo stile 2011 per l’autunno è più che probabile.

Il Governo voleva far passare l’estate senza attivare il Mes, raschiando il fondo del barile del Tesoro per pagare tutto il dovuto, fra Cig e contributo agli autonomi e poi lasciare che il fall-out da ripartenza post-estiva portasse con sé condizioni emergenziali in tutti i Paesi del cosiddetto Club Med per arrivare a un’attivazione del Mes che vedesse almeno un’altra nazione condividere con noi lo stigma, fra Spagna, Portogallo o Grecia. L’accelerazione forzata impressa dalla Merkel, però, ha fatto saltare il banco. Ed ecco la reazione stizzita di palazzo Chigi, dettata più dal panico che dall’orgoglio patrio ferito.

Che fare, quindi? A questo punto, Roma pare chiusa nell’angolo. Può solo alzare la guardia e cercare di incassare stoicamene come Rocky nelle prime riprese contro Ivan Drago oppure evitare inutili eutanasie elettorali, accettando di farsi centrare subito al mento e cedendo al conteggio dell’arbitro. Insomma, chiedere il Mes. Servirebbe, però, un casus belli che salvasse quantomeno le apparenze e le forme politiche. E se per caso la Bce abbassasse nelle prossime settimane la nostra capital key di acquisti pro quota, scendendo dall’attuale 26-27% del totale al 17% statutario? E se le banche francesi, nei cui bilanci giacciono circa 280 miliardi di Btp e nei cui sogni di conquista ci sono almeno due operazioni di fusione/acquisizione cui puntare, scaricassero un po’ di quella carta, cosa accadrebbe al nostro spread? Una bella crisi. Calcolata. Controllata. Perfetta, però, per garantire a palazzo Chigi l’ennesimo alibi di emergenzialità, stante anche il sì immediato al Mes di Pd, Italia Viva e Forza Italia e la traballante linea politica di M5S, sempre più a rischio implosione.

Una cosa è certa: quella di Angela Merkel non è stata un’uscita sgraziata, né un tackle duro dettato da una scelta di tempo errata. È stato un messaggio in codice, consapevole e ultimativo. Un richiamo a Giuseppe Conte rispetto alle promesse fatte in sede Ue, ancorché non ufficialmente e che ora devono essere mantenute, seppur con timing drasticamente anticipato dal precipitare della vicenda Wirecard. La riprova? Andate a risentire, se non lo avete fatto in diretta, le parole dedicate dall’ex ministro Giulio Tremonti allo stato reale dei nostri conti pubblici, pronunciate giovedì scorso ospite alla trasmissione di di Paolo Del Debbio. E, soprattutto, alla sua ricetta per uscire dall’impasse: un Governo con carattere straordinario che goda di un supporto parlamentare a livello di cieca, silente e obbediente fedeltà. Detto da chi certo non ha debiti verso i cosiddetti poteri forti, spiega più di mille grafici e di mille ritardi nell’erogazione dei fondi di emergenza quale sia il reale livello di allarme che alberga dalle parti di Mef e Inps.

Ora cambia tutto, ora davvero la sabbia nella clessidra comincia a scendere alla velocità della luce.

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