SPY FINANZA/ Il rischio blackout si abbatte sul Pil

- Mauro Bottarelli

Se negli Stati Uniti si temono blackout estivi, in Europa il rischio è più concreto visto quel che accade con la Russia. Ma il Governo non ne parla

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Roma (Pixabay)

Il caldo si sta già facendo feroce, nonostante manchi ancora un mese all’inizio ufficiale dell’estate. Ed ecco che, volendo guardare all’oggi e non al domani, risuona minacciosa nelle orecchie la domanda – di natura retorica, all’atto pratico – posta da Mario Draghi al culmine dell’accelerazione atlantista dell’Italia: Volete la pace o i condizionatori accesi quest’estate? Addirittura, un sottosegretario è arrivato a tramutare ogni goccia di sudore in più in una stilla di sangue ucraino in meno. Tutte cose che si possono tenere sotto controllo con l’assunzione di farmaci specifici al mattino, quantomeno nel secondo caso. C’è un problema, però.

L’intero Paese si sta facendo turlupinare dalla politica e guarda alla questione energetica legata al gas russo come a un qualcosa con cui occorrerà fare i conti da ottobre in poi, quando ci toccherà convivere con termosifoni meno caldi del solito. E se ci ritrovassimo veramente a sudare come pazzi da qui a poche settimane, invece? E se l’aria condizionata fosse giocoforza razionata, al fine di evitare sovraccarichi e black-outs, in quello che potrebbe essere un piano di contingentamento e risparmio energetico del Governo?

 Ricordate sempre una cosa: il 25 maggio scadeva lo stato di emergenza bellico, ma il Consiglio dei ministri tenuto al ritorno di Mario Draghi da Washington lo ha prorogato. E non di tre mesi. Da valutare in base alla situazione. Guardate questa grafica, la quale ci mostra le cinque reti di interconnessione per l’energia elettrica degli Stati Uniti. 

Perché è divenuta importante? Perché giovedì, la North American Electric Reliability Corporation (NERC), l’ente regolatore preposto alla stabilità proprio di quella rete, ha emanato un preavviso per le prossime settimane: dalla regione dei Grandi Laghi alla West Coast, il Paese si prepari a un’estate di possibili black-outs e razionamenti. Un’estate da incubo, segnata da un insieme di criticità che parte dalle temperature record attese e arriva al combinato di siccità estrema che andrà a impattare in maniera significativa sulla generazione di energia da fonte idroelettrica. Ed ecco che, pur in maniera estremamente educata, la NERC fa notare come la politica di abbandono repentino delle fonti fossili – la quale, a oggi, non ha ottenuto garanzie di rimpiazzo da parte di quelle rinnovabili – potrebbe operare da detonatore delle criticità. 

E se nel documento non manca l’immancabile richiamo al rischio di attacchi hacker russi contro la rete energetica, l’ente regolatore ammette candidamente come i programmi per l’energia solare nel Sud-Ovest degli Usa siano gravemente in ritardo sulla tabella di marcia a causa dei colli di bottiglia sulla supply chain globale, mentre gli impianti a carbone che potrebbero emergenzialmente tornare utili si ritrovano a corto di combustibile a causa dell’aumento delle esportazioni. 

Lo scorso giugno, un black-out nella area del North West Pacific lasciò senza elettricità 9.000 persone, ma la NERC è molto chiara: se già nell’estate del 2021 il 40% delle rete nazionale era a rischio di interruzioni, oggi il combinato di caldo estremo e ridotta capacità di generare energia rende quella percentuale estremamente più aderente alla realtà di quanto non fosse la sua natura precauzionale 12 mesi prima. In Texas, il Electric Reliability Council of Texas (ERCOT) ha emanato un allarme ufficiale per possibili distacchi in vari distretti a causa delle ondate di calore previste. Addirittura, la California Public Utilities Commission ha ampliato il suo stato di allerta alle prossime tre estati, poiché a fronte di siccità perdurante e riserve idriche sui minimi storici, la transizione verso fonti rinnovabili e verdi in atto nello Stato rischia di prolungare – e di molto – lo stato di incertezza sull’operatività della rete. Tutto questo in America, il Paese che ha detta dei suoi cantori era ormai giunto alla piena indipendenza energetica grazie alla rivoluzione del fracking e dello shale e che, addirittura, stava attrezzandosi per un profilo strutturale di nazione esportatrice. Soprattutto di quel gas naturale liquefatto (LNG) che dovrebbe, nel wishful thinking di qualcuno, garantire una transizione morbida all’Italia e all’Europa verso l’affrancamento dal giogo energetico di Mosca. 

Come la mettiamo, ora? Mario Draghi nella sua informativa alle Camere è stato chiaro: la famosa indipendenza energetica dalla Russia che in un primo tempo avrebbe richiesto sei mesi e poi un anno, ora è stata fissata a fine 2024. Nel frattempo, tre estati e tre inverni ci dividono da quell’obiettivo. Esattamente come le tre estati a rischio prospettate ai cittadini della California. I quali, però, a differenza di noi italiani sanno cosa rischiano, poiché l’ente di vigilanza ha emanato un comunicato chiaro e ufficiale. Qui, apparentemente, l’unica preoccupazione appare quella legata a quanto accadrà fra San Siro e il Mapei Stadium domani dalle 18. 

E l’attacco hacker russo contro siti istituzionali dovrebbe farci riflettere: se infatti il 25 maggio gli Usa non rinnoveranno la deroga sui pagamenti di cedole e coupon del debito sovrano russo, Mosca andrà incontro realmente all’evento di credito. Tradotto, default tecnico da downgrade di massa e contemporaneo sul rating su quella carta. A quel punto, reagirà. E se in Donbass si usano i missili, in Europa basterà agire tramite il mitico rubinetto energetico. Proprio alla vigilia di un’estate che si prevede a dir poco rovente. 

Al netto del sudore da condizionatore razionato o spento, cosa accadrà alle fabbriche in caso di problemi strutturali sulla rete energetica? Tradotto, quale impatto avrà una crisi elettrica sul nostro Pil già in drastica revisione? E signori, inutile negarlo, poiché Mosca ce lo ha ricordato più volte e in tutti i modi, l’ultima con l’espulsione di massa di personale diplomatico: l’Italia da alleato, amico e socio in affari privilegiato si è tramutata senza soluzione di continuità in capofila dei falchi Nato. Quindi, bersaglio legittimo. Come mai nessuno a Roma, forse troppo preoccupato dal blindare il Ddl Concorrenza per non far arrabbiare Bruxelles, ha il coraggio di rendere noti i rischi immediati che il Paese corre, in caso il conflitto si sposti sul campo della contrapposizione totale e asimmetrica fra Alleanza Atlantica e Russia?

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