SPY FINANZA/ La verità scomoda sullo “scoop” del Washington Post su Trump

- Mauro Bottarelli

Si sta parlando molto della telefonata di Trump a Raffensperger resa nota dal Washington Post. Il quotidiano non dice però tutta la verità al riguardo

Donald Trump
Donald Trump (Lapresse)

Eviterò la solita premessa riguardo la mia personalissima opinione su Donald Trump, ormai penso sia nota anche ai sassi. Stavolta, però, siamo decisamente andati oltre. Stavolta stiamo rasentando lesperimento sociologico di massa, siamo davvero sul crinale pericoloso di un misto fra il Marshellow test e la cura Ludovico. Oggi in Georgia si vota per le elezioni suppletive chiamate a decidere lassegnazione di due fondamentali seggi al Senato degli Stati Uniti, due singoli scranni in grado di sancire però di quale partito politico sarà il controllo della Camera alta: se vinceranno i Democratici, allora Joe Biden potrà contare sui due rami del Parlamento in mano allAsinello. Se invece la spunteranno i Repubblicani, la nuova presidenza Usa si aprirà allinsegna di una spaccatura che rischia di garantire zeppe e ostacoli su ogni questione dirimente.  

Nemmeno a dirlo, la seconda ipotesi è quella maggiormente gradita a chi basa tutte le sue speranza sulla Fed e la stamperia permanente, tanto che Bank of America ha definito lo scenario di un Congresso diviso come deflazionistico. Quindi, perfetto per una bella prosecuzione dei programmi (suicidi) di stimolo permanente. E infatti, al netto del 300.000 nuovi contagiati in un solo giorno emersi dalla registrazione ritardata dei dati riguardanti i giorni festivi, è stata proprio questa dinamica di prospettiva a far deragliare Wall Street nella prima seduta del 2021, registrando la perdita peggiore dal 2001 per lo Standard&Poor’s 500 in questa particolare giornata di trading. Non un bel segnale. Né un bel precedente. E questo grafico mostra plasticamente il trend: a mettere tutti in allarme rispetto alla necessità di correre emergenzialmente verso una qualche forma di copertura dal rischio – in questo caso, alleggerimento tramite sell-off– ci hanno pensato i sondaggi. I quali nell’ultima settimana hanno visto aumentare la possibilità di ritorno della blue wave, ovvero una duplice vittoria in Georgia che garantirebbe ai Democratici il Senato.

E con il tasso breakeven del decennale che ha sfondato la quota psicologica del 2%, alimentando i cattivi pensieri di qualcuno rispetto a una dinamica dell’inflazione che possa palesarsi fuori controllo dalla sera alla mattina, questo grafico mostra plasticamente il perché il mercato tema un nirvana parlamentare negli Stati Uniti, tale da permettere all’agenda economica di Joe Biden di poter camminare spedita senza possibilità di veto od ostruzionismo dei Repubblicani: da fine marzo, quando la Fed è tornata in campo, ogni asset class è semplicemente volata. Tranne che a settembre, quando si temeva che la pandemia fosse ormai alle spalle e nessuno aveva idea di quale emergenza estrarre dal cilindro per permettere alle Banche centrali di continuare a far girare la giostra. La secondo ondata ha offerto un’ottima risposta, coadiuvata alle rassicurazioni di Powell e Lagarde. Insomma, la Georgia conta. Conta tantissimo

E cos’è successo, fra squilli di trombe mediatiche, apertura di tg e quotidiani e indignazione social dei soliti noti? Guarda caso, a due giorni dal voto, il Washington Post – il quotidiano del caso Watergate e dell’uso allegro di fonti anonime che tali non sono – salta fuori con un audio nel quale Donald Trump chiederebbe al segretario di Stato proprio della Georgia, Brad Raffensperger, di far saltare fuori 11mila voti. Di fatto, tradotto nel lunguaggio ideologico dei tagliatori di notizie con la mannaia della partigianeria, di ribaltare l’esito ufficiale del voto di novembre in quello Stato, terminato a favore di Joe Biden proprio per quel margine relativamente risicato. E a drammatizzaare il tutto, il Washington Post decide che quella alle porte è l’occasione buona per mandare in pensione del tutto il senso del ridicolo e il minimo sindacale di deontologia professionale, titolando l’editoriale che accompagna l’audio della conversazione con le seguenti pacate e meditate parole: Da impeachment. Probabilmente illegale. È un colpo di Stato. Testuale, signori miei.  

Ok, da quelle parti la parola impeachment possono usarla con disinvoltura, il lavoretto confezionato contro Richard Nixon e reso immortale dal duo cinematografico Redford-Hoffman garantisce al Post una sorta di immunità perenne, quasi un’aura di santità editoriale. Però, signori, la grancassa di cortigiani del tandem Biden-Harris si è dimenticata di infilare nel novero del discorso qualche piccolo, minuscolo particolare. Al netto del tempismo dello scoop del Washington Post, il quale parla da solo: telefonata avvenuta il sabato e prontamente consegnata sotto forma di registrazione, tanto da poter andare a corredo di un pezzo on-line con tanto di audio meno di 24 ore dopo. Tutto preparato, forse? Tant’è. Ad esempio, però, perché non sottolineare il tono e la frase completa utilizzata da Donald Trump? Ovvero, All I want to do is this. I just want to find 11,780 votes, which is one more than we have. Because we won the state. Di fatto, l’ormai ex presidente chiede un riconteggio e un controllo serio dei voti, facendo chiaro riferimento a un numero: 11.780. Di fatto, un voto in più degli 11.799 con cui Joe Biden si è aggiudicato la Georgia a novembre. E Donald Trump dice chiaramente in base a quale principio muova la sua richiesta: evidenze di voti nascosti, borsoni con schede che compaiono e scompaiono da sotto i tavoli dei seggi, preferenze a suo favore distrutte, elettori deceduti che invece avrebbero votato con entusiasmo e ritrovata vitalità per il candidato democratico. Insomma, brogli. Ascoltando i tg italiani e leggendo i giornali, sembra invece che Donald Trump chieda di fabbricare dal nulla quei voti necessari a ribaltare l’esito del voto. Un po’ come fa la Fed con il denaro, per capirci.  

E sapete perché è riuscita così efficacemente loperazione da allarme golpe negli Usa? Semplice, perché il Washington Post ha pubblicato solo i 4 minuti e 31 secondi di telefonata che riteneva più interessanti. Tradotto, quelli che facevano più comodo alla sua ricostruzione. Ma cosè stato detto e in quale contesto nei 35 minuti di call mancanti? Non a caso, Donald Trump ha denunciato – sia a livello federale che statale – Brad Raffensperger per aver violato quella che era una discussione confidenziale su un caso aperto. Tuttora aperto. E perché i media italiani non hanno sentito il bisogno di sottolineare come il capo dei Partito Repubblicano della Georgia, David Shafer, abbia accusato il Washington Post di aver utilizzato un audio ampiamente editato? Ovviamente, sottolineando anche la doverosa e immediata replica di Amy Gardner del quotidiano della capitale, a detta della quale abbiamo pubblicato lintera chiamata dallinizio alla fine. E non cera menzione del fatto che fosse confidenziale. Peccato che manchino 35 minuti, se si vuole davvero spacciare per integrale la conversazione. E che si sprofonda nel ridicolo, essendo il Washington Post la patria incontrastata delle gole profonde, quando ci si trincera dietro lassenza di una verbalizzazione esplicita riguardo il carattere della conversazione. 

C’è poi il tweet di Brad Raffensperger, il cui testo – Respectfully, President Trump: what you’re saying is not true. The truth will come out – viene visto come un’accusa diretta di manipolazione e una negazione delle accuse presidenziali di brogli. Peccato che quelle parole fossero la diretta risposta a un altro tweet, proprio di Donald Trump, il quale muoveva accuse precise al segretario di Stato delle Georgia. Incompetenza, incapacità o – peggio – mancanza di volontà nello scoprire la verità proprio riguardo le accuse di brogli: I spoke to Secretary of State Brad Raffensperger yesterday about Fulton County and voter fraud in Georgia. He was unwilling, or unable, to answer questions such as the ballots under table scam, ballot destruction, out of state voters, dead voters, and more. He has no clue! Insomma, la realtà appare un pochino più complessa e meno draconiana di come rappresentata da tv e quotidiani, non vi pare? Perché signori, al netto del mio giudizio politico su Donald Trump e il suo ruolo storico che non è cambiato e non cambia di una virgola rispetto a quanto espresso nel mio articolo dei primi di novembre 2016, ovvero nei giorni immediatamente successivi alla sua elezione-shock (archivio canta), mi pare quantomeno miope quanto sta accadendo. Mi pare miope che il Washington Post lanci accuse di golpismo in un editoriale per una frase decontestualizzata e non abbia invece avuto molto da ridire rispetto a questo, ovvero quanto emerso il 1° gennaio scorso nell’ambito della pubblicazione dei documenti finanziari riguardanti l’ex numero uno della Fed e ora segretario al Tesoro designato dell’amministrazione Biden, Janet Yellen.  

E cosa scopriamo da quelle carte? Ad esempio, che solo negli ultimi due anni, la dottoressa Yellen ha guadagnato 7,3 milioni di dollari sotto forma di gettoni di presenza a convegni e conferenze. Normale per un ex capo della Fed. Peccato che a invitarla (e pagarla) siano stati soggetti facenti capo a questi nomi, fra gli altri: Citi, Goldman Sachs, Google, City National Bank, Ubs, Citadel, Barclays, Credit Suisse e Salesforce. Ovvero, banche. Con le quali, Janet Yellen ora avrà a che fare come segretario al Tesoro. Orrore, orrore! citando la buonanima di Joseph Conrad e gli incubi del signor Kurtz. Non si configura un vaghissimo conflitto di interessi? Magari un qualcosa di politicamente e moralmente più grave dello stralcio di telefonata di Donald Trump? O, quantomeno, di pari gravità.  

Ma non basta. Perché il primo grafico ci mostra come Janet Yellen abbia proseguito indefessa la sua attività di conferenziera ben remunerata anche durante il lockdown e fino a pochissimo tempo fa, portando a casa qualcosa come 1,7 milioni di dollari per apparizioni su Zoom di pochi minuti. Quasi 2 milioni di dollari non per conferenze o simposi, solo per brevi interventi. E non pochi: in totale 24 dallo scorso marzo a oggi. La seconda immagine, se possibile, è ancora più educativa. Perché mostra le virtù taumaturgiche della neo-segretaria al Tesoro, una garanzia per i contribuenti Usa. In base alle dichiarazioni finanziarie, infatti, Janet Yellen è titolare di due investimenti rispettivamente nel Vanguard Short Term Bond Index Fund e nel Vanguard European Stock Index Fund. Nulla di male, per carità, sicuramente ora venderà tutto, chiuderà le posizioni. Rimane interessante scoprire – certamente il Washington Post ha i mezzi e le competenze editoriali per farlo – come sia possibile che due contratti il cui valore è definito none nei documenti (cioé nullo, zero) possano generare un income annuale di oltre 115.000 dollari! Dai ragazzi del Post, a mio avviso potreste farcela a mettere in piedi una bella inchiesta prima che comincino le audizioni di conferma delle nomine, come fa notare un testata politica certamente non trumpiana e decisamente autorevole e informata come Politico. 

Cosa dite, ce la faranno? Chissà. Per i Majakovskij nostrani del politicamente corretto, invece, posso garantirvi fin da ora che non c’è speranza di redenzione. Nati con il paraocchi ideologico, moriranno con il paraocchi ideologico. Sbandierando però sui social il loro amore per la libertà. A voler pensar male, lo scoop così in modalità tackle scivolato da terzinaccio anni Ottanta del Washington Post potrebbe paradossalmente tramutarsi in un incentivo per i fans di Donald Trump di recarsi al voto, dopo la delusione di novembre e quella svanita dei riconteggi. Una rivalsa, un modo di sfogare la rabbia. E levare contestualmente e paradossalmente dai guai i Democratici. E, soprattutto, Wall Street.   

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