SPY FINANZA/ Le mosse tedesche che preoccupano i mercati (e l’Italia)

- Mauro Bottarelli

La Germania sarebbe pronta a spendere altri 50 miliardi contro la crisi e a non rispettare il pareggio di bilancio l’anno prossimo

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Olaf Scholz e Angela Merkel (Lapresse)

Per qualcuno, il Draghi’s moment è già finito. Per dirla con il titolo dell’ultimo report di Rabobank, Markets are starting to be concerned the magic spell might be breaking. E quale sarebbe l’incantesimo magico che potrebbe essersi rotto? Semplice, il falso mito del Qe, la follia criminale della monetizzazione sistemica del debito come panacea a ogni squilibrio, quasi si potesse porre rimedio alle distorsioni con una ancora più grande e strutturale. Il big reset, il redde rationem. Chiamatelo come vi pare, il mercato comincia ad aver paura. E come spesso accade, per esorcizzarla finge spavalderia: come leggere i 58.000 dollari toccati da Bitcoin nel trading del weekend, salvo precipitare sotto quota 50.000 all’apertura di contrattazioni di ieri? Sostanziali novità giunte sul mercato? Nessuna. Quantomeno, nulla che possa giustificare scostamenti simili. O il tonfo di Tesla e Apple, a meno che non si voglia credere all’ennesima riproposizione del mantra in base al quale il mondo torna ad aver paura del virus a causa delle varianti fuori controllo, dopo settimane di reflation trade basato sul miracolo del vaccino. Anche la recita meglio riuscita, alla quarta o quinta replica, stanca. E, soprattutto, è prevedibile. Ma c’è dell’altro di importante, emerso ieri. Molto più importante, a mio modestissimo avviso. E sta tutto in questo grafico, ragione per la quale ho iniziato l’articolo parlando della fine del Draghi’s moment: perché nonostante non abbia fatto notizia, l’epicentro del sisma potrebbe essere l’Europa.

Di colpo, infatti, il Governo tedesco ha reso noto di stare ragionando sull’ipotesi di ulteriore indebitamento per spesa pubblica per 50 miliardi di euro nell’anno in corso. L’immagine con la sua freccia rossa mostra la traiettoria della ratio debito/Pil tedesca che andrebbe così a sostanziarsi. Ma non basta: il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, ha reso nota la propria intenzione di proporre una sospensione del debt break (Schuldenbremse) sul budget anche per il 2022. Ovvero, politica del debito zero e del pareggio di bilancio in soffitta, di fatto, per altri due anni.

Cosa si aspettano in Germania che qui ancora non percepiamo? Perché signori, le ipotesi in campo sono solo due. Una peggio dell’altra. La prima è che, dopo aver raddoppiato le emissioni di debito per l’anno in corso, al fine di garantire alla Bce sufficiente fornitura di Bund per proseguire il Pepp agli attuali regimi di deroga sulla capital key, Berlino si sia resa conto di come la crisi alle porte sarà talmente dura ed esiziale per l’Eurozona da richiedere uno sforzo supplementare in tal senso e in soccorso dell’Eurotower. Tradotto, nemmeno il dispiegamento dell’intero e mitologico envelop sarebbe sufficiente. Cosa presupponga un’ipotesi simile è presto detto: il worst case scenario di correzione possibile, sia sull’azionario che sull’obbligazionario sovrano. Il tutto sostanziato da un crisi recessiva da economia reale, pronta a disvelarsi nella sua gravità con l’inoltrarsi della primavera e la resa dei conti con le prospettive falsate di ripresa della crescita.

Seconda ipotesi, Berlino opta per una scelta così drastica – stiamo pur sempre parlando della Germania, il regno del fantasma di Weimar – non tanto per amore dell’eurozona, quanto perché conscia di un spill-over macro a livello continentale di tale entità da far seccare i germogli di ripresa appena sbocciati nella sua economia, al netto di centinaia di miliardi già messi in campo. E signori, a una mossa simile occorre unire il fatto che, a differenza del nostro Paese e della sua criminale inconsapevolezza, in Germania è ancora in atto un lockdown duro che proseguirà almeno fino al 7 marzo. Di fatto, Berlino punta sulla soluzione drastica alla cinese per bloccare il contagio, quasi avesse riposto qualsiasi speranza nella taumaturgica via farmacologica verso l’immunità di gregge. Pur avendone finanziato profumatamente la ricerca.

Insomma, a un’ora e mezza di aereo da Milano, si stanno erigendo barricate. E qui? Il Governo Draghi ha subito voluto inviare un segnale chiaro di attivismo, anticipando il Consiglio dei ministri dedicato al nuovo Dpcm pandemico, ma, di fatto, le misure emerse fanno presagire una linea di continuità fattiva e operativa con quanto imposto finora dal Cts all’esecutivo precedente. Non a caso, il ministro Speranza è rimasto al suo posto, così come il commissario Arcuri. Il nodo, a questo punto, appare unico e dirimente: cosa fare con il blocco dei licenziamenti atteso per il 31 marzo e con lo tsumani fiscale di cartelle di Equitalia pronte a partire dal 28 febbraio.

Non c’è da perdere tempo, nemmeno un istante. Perché quanto comunicato da Berlino equivale a una dichiarazione di stato di emergenza, quasi permanente. Se davvero si arrivasse alla sospensione del debt break per tutto il 2022, il mercato immediatamente prezzerebbe quella mossa come ultra-bearish e ne incorporerebbe le conseguenze immediate nelle valutazioni. Prima obbligazionarie sovrane che di Borsa: attenzione, quindi, a dare per risolta del tutto la questione spread. Non a caso, il Tesoro sta puntando tutto su emissioni di Btp indicizzati all’inflazione, chiaro segnale di una politica del debito che si focalizzi verso investitori istituzionali con portfolios forti e non più sulla clientela retail, cui invece faceva la corte il governo Conte, intento così a raccogliere le briciole come dimostrato dalla disastrosa riapertura della sottoscrizione del Btp Futura.

Già, l’inflazione, la variabile che nessuno (oddio, proprio nessuno magari no) fino a oggi aveva messo nel novero dei tail risks potenziali che potessero far inceppare il meccanismo perverso della monetizzazione del debito, quasi fosse il brechtiano granello di sabbia. Oggi i breakevens parlano chiaro, la tendenza di stagnazione degli ultimi anni è finita e pare innescatasi una netta inversione nella dinamica dei prezzi. Forse la Germania, proprio per la sua iper-sensibilità al tema, ha ceduto al paradossale ossimoro di indebitarsi di più col mercato per evitare di pagare il prezzo a una nuova e inattesa fiammata dell’HICP? Ovvero, qualcuno fra Berlino e Francoforte, sponda Bundesbank, ritiene che il Pepp abbia come nuovo limite non tanto l’ammontare a disposizione o la platea di collaterale eligibile, quanto una dinamica di inflazione che renderebbe suicida non alzare un minimo i tassi, piuttosto che continuare a espandere su questi ritmi?

Una cosa è certa, qualcosa sottotraccia si sta muovendo. E occorre averne paura. Non a caso, il Quirinale ha imposto Mario Draghi. Contro ogni previsione. E come last resort. E non cedete alla tentazione di pensare che la mossa tedesca sia da mettere in relazione con le elezioni politiche previste per il 26 settembre prossimo, quasi si volesse gettare in pasto all’opinione pubblica un ricco boccone elettorale, rivendicabile poi a metà fra Cdu e Spd: lassù, nonostante i loro mille difetti, non ragionano in base a questi schemi mentali.

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