Stefano Binda, Lidia Macchi/ Sfogo dopo il no al risarcimento per ingiusta detenzione

- Giovanna Tedde

Stefano Binda, caso Lidia Macchi: lo sfogo dell'uomo dopo il no al risarcimento per ingiusta detenzione stabilito dalla Cassazione che ha annullato la decisione della Corte d'Appello.

Stefano Binda Processo Lidia Macchi, assolto Stefano Binda (LaPresse, 2019)

Stefano Binda, assolto in via definitiva dall’accusa di essere l’autore dell’omicidio di Lidia Macchi, ha affidato il suo sfogo a Lombardia Nera dopo il ribaltamento della decisione sul risarcimento di 300mila euro che aveva chiesto per ingiusta detenzione. La Corte d’Appello di Milano aveva accordato l’indennizzo, ma poche ore fa la Cassazione ha deciso di annullare la sentenza accogliendo l’impugnazione della Procura generale. Secondo i giudici, Stefano Binda avrebbe contribuito all’errore sulla sua carcerazione con i suoi silenzi durante l’interrogatorio. Stefano Binda fu accusato di aver ucciso a coltellate la studentessa 21enne Lidia Macchi, il cui corpo fu ritrovato in un bosco a Cittiglio (Varese), nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987.

Da sempre dichiaratosi innocente, è stato in carcere per 1286 giorni, tra il 2016 e il 2019, e la vicenda giudiziaria si è chiusa con la sua assoluzione definitiva nel 2021. La Corte d’Appello gli aveva riconosciuto il diritto al risarcimento per l’ingiusta detenzione subita. Ai microfoni di Iceberg, mesi fa, Stefano Binda aveva commentato così la sua storia: “È stato montato un processo indiziario a mio carico, ne è risultato un processo di prove positive a mio favore e, malgrado questo, ho preso l’ergastolo a Varese. Ma soprattutto, di queste prove positive a mio favore 3 su 4 erano già a conoscenza, non sono emerse dal processo. Di fronte a un alibi confermato da un testimone da subito, il Dna sulla busta (della lettera anonima inviata alla famiglia della vittima, ndr) non era mio, di fronte a queste cose si è deciso di far prevalere, persino ai fini di togliermi la libertà, le suggestioni. Il giudice mi ha assolto demolendo l’impianto indiziario“.

Le parole di Stefano Binda dopo il no della Cassazione al risarcimento per il caso Lidia Macchi

La trasmissione Lombardia Nera, condotta da Marco Oliva, ha raggiunto Stefano Binda al telefono per un commento sul recente annullamento del risarcimento per ingiusta detenzione disposto dalla Cassazione. L’uomo, oggi 55enne, è stato assolto in via definitiva dall’accusa di omicidio volontario aggravato per la morte di Lidia Macchi, e non potrà accedere all’indennizzo di 300mila euro che la Corte d’Appello gli aveva accordato nei mesi scorsi. “Non è possibile – ha dichiarato Stefano Binda –. Io divento definitivamente assolto nel 2021, nello stesso anno faccio richiesta dell’indennizzo, nel maggio 2022 l’udienza di riparazione, ottobre 2022 le motivazioni, 9 marzo 2023 l’udienza in Cassazione slittata al 9 giugno, e adesso vengo a sapere che fra un anno e rotti se ne parlerà di nuovo“.

Stefano Binda dovrà quindi attendere un altro giudizio dopo il ribaltamento della sentenza sul risarcimento. Non basta, secondo la Procura generale, la sua assoluzione con formula piena per vedersi riconosciuto il diritto all’indennizzo relativo ai 1286 giorni trascorsi in carcere da innocente. Secondo l’orientamento sposato dalla Cassazione, con il suo silenzio Stefano Binda avrebbe contribuito a produrre l’errore giudiziario che lo ha visto finire in cella.





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