MADRI CORAGGIO/ La Famiglia dove è possibile capire che la propria storia ha un senso

- Alceste Santuari

Spesso il peso della responsabilità di una famiglia in situazioni particolarmente disagiate, ricade sulle donne, specialmente quelle immigrate. E a volte questo peso schiaccia la donna, che perde la capacità di essere madre e la propria identità personale, magari per la schiavitù di alcol o droghe. Fondazione Famiglia Materna di Rovereto dal 1919 cerca di rispondere a questo bisogno

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Nata nel 1919, e profondamente inserita nel tessuto civile e sociale di Rovereto, Famiglia Materna è una fondazione che si propone di offrire sostegno e accompagnamento a donne sole o con i loro figli, che versano in una situazione di particolare difficoltà.

Quasi novant’anni dopo, Fondazione Famiglia Materna continua ad accogliere e sostenere le donne sole con i loro bambini in una società che tuttavia si è molto modificata. Se una volta le persone che chiedevano aiuto erano ragazze madri rigettate dalla famiglia e messe al bando dalla comunità cui appartenevano, oggi sono le extracomunitarie, le donne che subiscono violenze fisiche e morali dai propri mariti o, ancora, quelle escluse perché non reggono i ritmi e le regole della “normalità”, a causa di una loro fragilità psicologica o per problemi derivanti dall’uso di  alcool e droghe.

Questo cambiamento nel profilo delle persone accolte riflette due aspetti importanti di quello che si definisce oggi rischio sociale: l’isolamento e la crisi della famiglia e il fenomeno immigrazione, con tutte le sue diverse sfaccettature.
Anche oggi Fondazione Famiglia Materna vuole essere un luogo in cui le madri con i loro figli non si sentano – secondo quanto è scritto nel Manifesto dei fondatori – “né straniere, né ricoverate”. Significa  trovare una casa, ma anche la compagnia di educatori, assistenti sociali, psicologi, volontari – tutte persone che possono condividere i problemi, ma anche stimolare un nuovo atteggiamento di coraggio e di responsabilità.

A volte può sembrare impossibile uscire da certe situazioni di disagio, conflitto, fatica o dolore, ma ogni persona è sempre qualcosa di più del suo problema, possiede comunque un valore e delle risorse da cui ripartire. Nel rapporto educativo con chi gli è vicino, può riscoprire la possibilità di un atteggiamento positivo di fronte alla propria storia e alla propria esperienza.

Il percorso per giungere ad una vita serena ed autonoma richiede diversi passaggi: recuperare la capacità di cura della casa, della propria persona e del rapporto con i figli; aprirsi a nuove relazioni ed amicizie; imparare la lingua italiana, nel caso delle straniere, fino alla ricerca di un lavoro per essere in grado di mantenersi e di trovare un alloggio proprio. L’uscita dal disagio, quindi, deve riguardare anche altri luoghi e soggetti sul territorio, una trama di relazioni in cui la persona possa ritrovare dei legami significativi e forme di aiuto concreto.

In questo senso Famiglia Materna si rivolge a tutti e valorizza i diversi modi di collaborazione: volontariato, donazioni, segnalazione di opportunità di socializzazione, nonché alloggio e lavoro per le donne e i bambini ospiti della struttura.
Il metodo di lavoro è quello di una professionalità “accogliente”, come raccontano alcune assistenti sociali ed educatori professionali che lavorano nella Fondazione. 

«La cosa più difficile, ma anche la più importante – dice Paola – è accompagnare, “stare a fianco” senza cercare di plasmare l’altro su un modello che forse solo io desidero. E aiutarlo a rialzarsi quando cade senza colpevolizzarlo degli errori e dei suoi limiti. È anche una sfida a me stessa come persona, alla mia capacità di comprendere, senza pre-giudicare. Accogliere è crescere per entrambi.
Chiedo prima di tutto a me stessa: “Quando, dove e con chi mi sento accolta?” Quando qualcuno si interessa a me e a tutto ciò che mi circonda in senso vero e totale. Solo quando si assapora la bellezza, un abbraccio nell’essere accolta, si riesce a “fare accoglienza”, si desidera che anche un altro lo possa vivere.
Ricordo una signora, più grande di me, con cui mi sono sentita chiamata in causa. Lei desiderava che qualcuno la guardasse, così com’era, e la aiutasse a prendere in mano seriamente le questioni più intime della vita: la gestione dei soldi, le visite private, l’affidamento delle figlie… Non ho avuto la presunzione di avere tutte le risposte pronte, ma ci siamo guardate con amorevolezza, con un desiderio di bene. Stai meglio tu, perché sei serio in quello che fai, e sta meglio l’altro perché prova un’esperienza nuova, bella».

«Nella mia esperienza lavorativa – racconta Piergiorgio – “accogliere l’altro” significava accoglierlo tout-court, fino ad “esaurimento scorte”, spesso “tamponando” dove non riuscivo a seguirlo, forse per non scontrarmi con un senso del limite. Oggi penso che una vera relazione di aiuto sia un’altra cosa: offrire alla persona, in maniera attenta e pensata, gli strumenti per farcela da solo nella vita… È un cambiamento di ottica piuttosto difficile. Qui a Famiglia Materna mi aiuta il lavoro di équipe, il confronto quasi immediato con gli altri operatori. Non sentirsi soli nel prendere una decisione è una grande risorsa e un sollievo. In questo lavoro è come nella vita, le situazioni difficili spesso si ripetono, generando sfiducia, senso di impotenza e stanchezza; in tutto questo condividere le difficoltà con il collega e con l’équipe ti aiuta a rilanciare, senza posa».



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