STORIA/ Quei cattolici che volevano la società perfetta (e non piacevano a Montini)

- Giacomo Scanzi

Pericolosa e inconcludente: sull’apertura a sinistra del mondo politico cattolico Montini non la pensava come Gemelli. L’ambiguità Dossetti. Ultimo di una serie di articoli

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Giovanni Battista Montini, Paolo VI (1963-1978) (Foto dal web)

Che il dossettismo abbia ricevuto da Gemelli e dall’Università Cattolica non solo una paternità spirituale, ma anche una paternità culturale, non pare vi sia dubbio. In questo modo – come rileva Maria Bocci – si legavano “due prospettive ideologiche e politiche apparentemente molto diverse: da una parte i ‘medievalisti’ Gemelli e Olgiati, che nel primo dopoguerra si proponevano come ‘anima cristiana’ del partito; dall’altra, la nuova generazione cresciuta in Cattolica, che più tardi avrebbe elaborato la dottrina della distinzione fra impegno politico e azione religiosa, ma che, a un tempo, intendeva dare un contenuto cristiano all’involucro effimero dello Stato democratico”.

Si tratta di una contaminazione massimalista che da destra sfocia nella sinistra e che attualizza continuamente il fascino esercitato dall’intransigentismo albertariano e che ha come emblema il mito della carcerazione del prete di Filighera, nel 1898, dopo le cannonate milanesi del generale Bava Beccaris sulla folla che chiedeva pane, in compagnia del socialista Turati. La fascinazione di una ricongiunzione delle estreme nel medesimo obiettivo sociale (liberare le plebi dal giogo della povertà e dello sfruttamento) e politico (la comune lotta allo Stato liberale) caratterizzerà per molto tempo le due avverse culture politiche, quella cattolica e in parte anche quella socialista.

Il risultato di questa derivazione del dossettismo dall’impianto culturale e ideologico realizzato da Gemelli in Cattolica, con il suo carico di contraddizioni e di equivoci, di apparenze che nascondono realtà affatto diverse, è una continua eterogenesi dei fini, per cui da una premessa data si raggiunge un risultato contrario. Così, ad esempio, “se in un caso l’ostilità per lo Stato etico induceva a una presa di distanza inequivocabile da qualsiasi tentativo di attribuire all’organismo politico una sua eticità propria, nell’altra la battaglia contro l’idealismo non impediva uno sconfinamento sul terreno dell’avversario, non nel senso che allo Stato spettasse l’autosufficienza di chi è padrone della sua morale, ma perché un codice etico l’aveva ricevuto e dunque doveva difenderlo dagli abusi perpetrati dai singoli a danno dell’etica di riferimento” (Bocci).

Il risultato era la costituzione di uno Stato etico di matrice cattolica, il che “significava che la redenzione individuale dipendeva anche dal raggiungimento dello status di perfetto cittadino”. Sulla base di tali premesse che, seppure perdenti sul piano storico, hanno fortemente influenzato parte della cultura cattolica posteriore, fino ai nostri giorni, andrebbero rivisitate le radici ideologiche di due grandi miti cattolici, in parte contrapposti: il mito della legalità e quello dell’obiezione di coscienza.

Resta l’ultimo nodo che le ricerche di Maria Bocci hanno messo in evidenza e che, dalla lunga marcia del pensiero d’impronta gemelliana, approda nella nuova cultura dossettiana: l’idea che “il potere politico possedeva […] gli attributi indispensabili a creare le condizioni sociali, economiche e morali senza le quali il dettato evangelico non avrebbe ispirato la moderna civiltà”.

In questa prospettiva, la forma partito si sarebbe dovuta caricare di elementi etico-valoriali, formativi, religiosi, capaci di prefigurare l’idea stessa di uno Stato salvifico, di una società perfetta in terra. La politica diveniva così “il luogo privilegiato di una sorta di adaequatio rei al disegno di società perfetta perseguito dai neotomisti. Il gigantismo della politica che si nota nella storia dell’Italia democristiana trova qui un motivo della sua fortuna”. Un surplus di politica che doveva realizzare il cosiddetto corpo mistico sociale.

La Carta di una “società perfetta”

Il dossettismo, in quanto proposta politica, è perdente. La sua parabola dura assai poco, stando ai semplici fatti. Diverrà invece invasivo e perennemente aggiornato, anche oltre e nonostante Dossetti, fino ai nostri giorni, come cultura alternativa all’esperienza storica dell’impegno politico dei cattolici. Per dirla con Paolo Pombeni (Il gruppo dossettiano e la fondazione della democrazia italiana. 1938-1948) a partire dal 1947, “consumati cioè i frutti politici del congresso [della Dc] di Napoli e della costituente, assume una fisionomia ed un ruolo parzialmente diverso. Essa non è più una proposta in una situazione che presenta opposte virtualità; essa è l’anima sconfitta di una di queste virtualità che tenta, per quel che è possibile, di contestare i frutti della vittoria al vincitore, nella speranza di aver perso una battaglia, ma non la guerra”.

Dalla nascita del movimento “Civitas humana” nel 1946, dopo un incontro in via Monte della Farina tra Dossetti, La Pira, Lazzati e Fanfani, all’uscita di Cronache sociali nell’estate del 1947, la vicenda propriamente politica dei dossettiani si è consumata in perfetta coincidenza con i lavori della Costituente. Ed è infatti proprio sul contributo di Dossetti e dei dossettiani all’elaborazione della Carta costituzionale che si è appuntata soprattutto l’attenzione della storiografia. L’apporto dossettiano alla prima sottocommissione, che aveva il compito di delineare il modello della democrazia italiana – come scrive Pombeni – è stato importante e decisivo, tanto che lo stesso Gemelli riconosceva in Dossetti e in La Pira – “un altro dei nostri” – i veri “sostenitor[i] dello spirito cristiano nella formazione della Costituzione italiana”. Per il “magnifico terrore” – come annota la Bocci – a Dossetti e ai suoi si doveva “se la Costituzione italiana [aveva] avuto un carattere cristiano”.

Nel dibattito che precede i lavori della Costituente e durante i lavori stessi si delinea, in interventi pubblici e negli scritti, il tratto massimalista che i dossettiani affidano alla sfida costituente. I modelli di riferimento sono la Costituzione di Weimar e la Costituzione sovietica del ’36, su cui i dossettiani trovano punti di convergenza con Togliatti, che individuava “nella correlazione da loro istituita tra libertà individuale e responsabilità sociale” uno specifico punto qualificativo della Carta delle Repubbliche sovietiche. In realtà per i dossettiani “la carta costituzionale doveva essere un manifesto ideologico che prescriveva con la forza della sua autorità valori essenzialmente etici. Ciò significava affidarle l’inserzione del cristianesimo nella vita nazionale. Inevitabilmente la sfera del comando politico, la cui estensione si era già ampliata nelle riflessioni precedenti, tendeva ad aumentare, nell’illusione, mai venuta meno, di eticizzare la politica e di redimere i rapporti sociali in forza di un progetto prescritto dall’alto che connotava lo Stato con una sorta di ‘giacobinismo’” (Bocci). Lo Stato – annotava definitivamente Dossetti – “può e deve portare alla felicità”.

Come si è detto, la proposta politica di Dossetti è sostanzialmente sconfitta. Non solo sul piano dell’architettura dello Stato, ma persino nel tentativo di portare dentro il partito quel surplus di integralismo che doveva approdare alla spiritualizzazione della politica. Se la Chiesa – come sosteneva Lazzati – era un archetipo dello Stato, la comunità cristiana poteva insomma essere un archetipo del partito. Lo coglieva perfettamente Baget Bozzo, dossettiano pentito, laddove annotava che “i dossettiani lavoravano per la politicizzazione dei cattolici e per la spiritualizzazione della politica”, per cui essa doveva “diventare strumento del potere di Cristo sulla storia e, senza perdere i propri valori politici (come tali laici e naturali) divenire il volto storico del cristianesimo”. Chiude Baget Bozzo: i dossettiani erano insomma i “più decisi sostenitori della laicità della politica in nome del cristianesimo”. Per questa via – sono ancora parole di Baget Bozzo – il cristianesimo si riduceva ad una corrente della Democrazia cristiana e la democrazia diveniva il mito politico del cristianesimo, “con il risultato che la democrazia non avrebbe avuto altra finalità che se stessa” (Bocci).

È forse proprio la constatazione di una sconfitta, o di una impossibilità pratica ad innestare lo Stato con le piante coltivate nei laboratori del pensiero dell’Università Cattolica, che rende il dossettismo quel che è in realtà, oltre e nonostante Dossetti: una sorta di perenne riserva morale crismatica, che fa degli sconfitti i portatori sdegnati di verità non inverate e della realtà una perenne storia in transizione. Una sorta di ideologia del “non ancora” che alimenta non solo la critica, ma mutila la partecipazione in un “dentro e fuori” costantemente aggiornato sul piano dei principi.

Non a caso il dossettismo risente non solo delle proprie caratteristiche intellettuali e, per questo, conquista gli intellettuali, le università, qualche economista, diventa criterio interpretativo della storia, quasi sempre incompiuta o tradita, ma dell’intellettualismo eredita anche una certa autoreferenzialità, se non una patente autorilasciata di superiorità.

Il progetto gemelliano elaborato in un trentennio di riflessioni e di studi, fondato sulle premesse della ratio tomistica rivisitata, in fondo, alla prova dei fatti della politica, si rivelava un’astrazione. Se Dossetti sceglie il sacerdozio, i dossettiani continueranno ad elaborare un sistema di perenne alternativa al reale, un progetto di riforma senza fine di una democrazia che – scrive Scoppola – risente di una contraddizione implicita: “essa è necessariamente ideale, utopia, mito, ma è altrettanto necessariamente realizzazione mai compiuta di quell’ideale, di quell’utopia”. Così “sospesa tra utopia e storia”, essa “ha bisogno del cristianesimo per conservarsi e svilupparsi in forme nuove”.

Tale prospettiva sempre a mezza strada tra un “già ora e non ancora” è certo la damnatio di un pensiero politico nei fatti perennemente inconcludente, ma insieme è stata ed è la forza della sua sopravvivenza, inesauribile finché alla storia non sarà messa la parola fine.

Apertura a sinistra: una polemica tra Gemelli e Montini

Sull’apertura a sinistra del mondo politico cattolico si è scritto molto. Ed è sempre Milano l’epicentro di un cambiamento, non privo di traumi, che caratterizzerà molti decenni della storia politica dei cattolici italiani. Il fascino esercitato dalla sinistra sul mondo cattolico intransigente è ricco di episodi. Si è visto come perfino Gemelli non sottacesse di provare per l’apostolato socialista un sentimento di stima, di affetto personale. Cose di gioventù, certo. Ma anche dopo la guerra, nonostante le riserve profonde sui presupposti marxisti del socialismo, il rettore non nascondeva di condividere con esso la grande speranza di una rivoluzione sociale.

Non appare dunque strano che, nel momento in cui si profila la grande crisi del centrismo degasperiano e la possibilità di una collaborazione di governo tra cattolici e socialisti, si trovino su due fronti opposti proprio Gemelli e il futuro arcivescovo Montini.

La pubblicistica e una certa storiografia ha alimentato il mito del “vescovo rosso” che avrebbe appoggiato in contrasto con Pio XII il nuovo asse politico. Tale mito è stato definitivamente abbattuto dagli studi di Eliana Versace che, carte alla mano, nel volume Montini e l’apertura a sinistra ha dimostrato come il vescovo si sia radicalmente opposto a tale esperienza. D’altra parte la radice “popolare” ereditata dal padre, esponente di spicco del partito di Sturzo, l’aria respirata nella casa di Concesio, il dialogo con il fratello Ludovico, le amicizie intrecciate proprio con esponenti di primo piano della politica cattolica pre-fascista, non potevano produrre atteggiamento diverso.

Interessante è, invece, la polemica, tutta personale e mai conosciuta, tra il futuro vescovo e Gemelli, che Maria Bocci ha portato alla luce. Siamo nel 1953. Montini non conosce ancora il proprio destino milanese. Vita e pensiero, la rivista culturale della Cattolica, pubblica un articolo di monsignor Carlo Colombo a commento delle elezioni politiche appena avvenute, in cui il teologo – che poi diverrà il teologo di Paolo VI – “prospettava un’apertura a sinistra che a Milano trovava parecchi assertori e la giustificava a partire da alcune considerazioni che gli ambrosiani erano abituati a meditare. Rifiutare alleanze sulla destra dello schieramento politico e cercare intese programmatiche in casa socialista significava adottare un ‘metodo di riconquista’ attraverso l’attuazione di un indirizzo politico di deciso orientamento sociale”. Colombo si rifaceva ad una consolidata tradizione cattolica milanese. Basti ricordare quanto proclamava Piero Malvestiti, uno dei fondatori della Democrazia cristiana e ministro della Repubblica: “Noi saremo da qualunque parte, ma a destra, no”. Alla base di tale opinione Colombo poneva proprio il lavoro svolto da Gemelli e dai suoi, per la realizzazione di una “civiltà cristiana del lavoro”.

Proprio su questo articolo si innescava la polemica tra il Sostituto e padre Gemelli. In una lettera confidenziale Montini manifestava al rettore le proprie “preoccupazioni”. Molti passaggi dell’articolo provocavano “ampie riserve”. Colombo esprimeva – a detta di Montini – “una tesi sempre pericolosa, ma piena di gravi incognite nel caso specifico dell’Italia”. Il Sostituto chiedeva dunque a Gemelli “qualche altro scritto, mettendo in rilievo le possibili gravi conseguenze di tale collaborazione”.

Gemelli rispondeva a Montini: “Confesso […] che lo scritto non mi sembra tale da dover suscitare preoccupazioni, sia per la persona dell’autore, sia per il contenuto oggettivo”. Inoltre – aggiungeva Gemelli – l’apertura a sinistra non solo offriva “garanzie a quel programma sociale che stava a cuore ai cattolici”, ma addirittura essa “avrebbe attuato gli obiettivi sociali perseguiti dall’Università sin dalle origini e che ora, dopo lungo e complicato percorso, parevano trovare una via di realizzazione inusitata ma non per questo condannabile” (Bocci).

Le posizioni dei due resteranno tali. Del resto, fra Gemelli e Montini non vi è mai stata grande sintonia. Arrivato a Milano, Montini avrà modo di continuare la propria battaglia, anche se con esiti negativi.

Ma, tra l’estate e l’autunno del 1953, a Milano vedeva la luce un’altra forma di sinistra cattolica, assai lontana dagli intellettualismi dei professorini. Era una sinistra cattolica che della democrazia sociale aveva una concezione pratica, assai lontana dai teologismi dossettiani. D’altra parte i fondatori mica venivano dalle università e soprattutto – come ha messo in luce Giorgio Rumi (La “Base”, una nuova sinistra a Milano) – avevano fatto la Resistenza: il partigiano Marcora e l’operaio Granelli puntavano sulle cose concrete.

Insomma, conclude Rumi, “dopo l’età patriziale e borghese dei Cornaggia, dei Meda, di tante altre grandi famiglie cattoliche; dopo l’età militante di Ratti e di Gemelli, di forte segno religioso se non clericale, s’apriva infine l’età dei quadri di provincia. Essi convivono coi residui delle precedenti forme di presenza cattolica, ma, formati alla scuola della parrocchia e della Resistenza, trovano naturalmente nell’adesione ai problemi del tempo la misura vera dell’impegno e del successo”.

Alcuni dossettiani vocati alla politica aderiranno alla nuova “corrente” trovando in essa risposte alle proprie esigenze di giustizia sociale e di inveramento della democrazia. Gli altri resteranno sempre in una nebulosa pre-politica a riflettere e a giudicare in un’eterna prospettiva di incompiutezza.

(4 – fine) 

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