SUICIDIO ASSISTITO/ Dopo quello di Mario, lo Stato non può fare il notaio di Cappato

- Paola Binetti

Sul suicidio assistito ancora una volta Marco Cappato ha dimostrato di riuscire ad anticipare la legge. Ma è una strada sbagliata

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Marco Cappato (LaPresse)

In questi giorni la morte di Federico Carboni ha suscitato un’eco molto profonda tra le persone che negli ultimi anni avevano seguito la sua vicenda, creando per l’ennesima volta una spaccatura nella pubblica opinione difficile da rimarginare. Qualcuno ha parlato del primo caso di suicidio di Stato e qualcuno invece ha invocato l’umana pietà per chi soffre.

Da un lato si sono collocati i fautori della legge che in questi giorni è in discussione al Senato: “Morte volontaria medicalmente assistita”; legge non ancora approvata, ma anticipata nei fatti da quanti si riconoscono nell’azione instancabile di Marco Cappato e dell’Associazione Luca Coscioni.  L’assistenza medica è stata fornita dal dottor Riccio, la colletta per l’acquisto del farmaco è stata patrocinata dall’Associazione Coscioni. Mentre Marco Cappato ha curato la regia dell’intera operazione, dal momento che questa è ormai diventata la battaglia della sua vita, senza neppure immaginare che possano esistere alternative alla sofferenza di queste persone.

Cappato è oggi punto di riferimento per quanti non vogliono più vivere, perché afflitti da sofferenze insopportabili; riesce a fornire loro tutti gli aiuti necessari, compresa la solidarietà mediatica. La sua strategia è chiara e semplice: mostra con fatti concreti di non essere mai preoccupato dalla mancanza di una legge e delle sue possibili conseguenze. È sempre certo di vincere, anche quando sfida la legge che non c’è, obbligando il sistema a fare la legge che lui anticipa con la sua condotta. Come dire: la legge sono io, la legge la faccio io, e a voi non resta altro che venire dietro di me, in una lunga processione di cui fanno parte tutti gli aspiranti suicidi. A cui non offre mai alternative, con cui non dialoga mai dell’altra eventualità, per esempio quella proposta e sostenuta dalla legge in vigore, come nel caso della legge 38.

La legge sulla “Morte volontaria medicalmente assistita” in Senato non c’è ancora, perché quella approvata alla Camera è una brutta legge, che contiene un virus pericoloso, contagioso, che apre la strada ad una molteplicità di potenziali suicidi, che ben poco hanno a che vedere con la condizione di Federico Carboni. L’operazione di Cappato consiste nel bruciare la legge, forzandone l’approvazione, senza tenere affatto conto di ciò che la legge dice davvero; vincolando il consenso, sul piano sociale prima ancora che su quello parlamentare, alla umana pietà per chi sta soffrendo, sembra non avere alternative di sorta. Abbiamo più volte denunciato come la mancata applicazione della legge 38, unanimemente approvata in parlamento oltre 10 anni fa, abbia creato una conflittualità latente tra Stato e mondo dei pazienti, con il primo indifferente alle necessità dei secondi.

La vita costituisce il principio e il fine di tutto ciò che è umano, compresa la sofferenza. Perciò non si è autorizzati a sopprimerla e neppure ad aiutare chi vuole a farlo, anche se purtroppo non si vede altra soluzione. È una tesi etica legata alla deontologia professionale del medico fin dai tempi più antichi, sempre valida perché è un principio morale e non politico. La politica con il famoso Giuramento di Ippocrate non c’entrava nulla; dal momento che il Giuramento costituiva il fondamento dell’agire medico in rapporto a possibili richieste dei malati, nell’ambito di una delle relazioni umanamente più delicate, quella per cui un malato si affida a qualcuno che si impegna a prendersi cura di lui in ogni modo possibile. Il che non significa affatto scivolare nell’accanimento terapeutico, ma cercare di fare tutto quello che è bene per il malato, senza sopprimerne la vita.

La medicina è un’arte e una scienza, che collabora a salvare, curare e accompagnare le persone lungo tutto l’arco della loro vita. Ma la sua efficacia sul piano terapeutico, anche quando si giunge alle cure palliative, non ha nulla a che vedere con l’accanimento terapeutico.

Forse vale la pena ribadirlo una volta per tutte: l’accanimento terapeutico è un ossimoro in cui i due termini si escludono reciprocamente. Non serve una legge per definire un concetto chiarissimo di per sé. Un intervento terapeutico, comprese le cure palliative, è sempre volto al bene del paziente, e per questo non è mai illecito e illegale, come accade nel caso di ogni accanimento privo di rilevanza terapeutica.  Il criterio etico fondamentale, superiore alle leggi dello Stato e di qualsiasi Corte o Parlamento internazionale, è, e resta sempre, la tutela della vita fino alla fine, e la vita si aiuta con la vita, non con la morte. Ridurre dolore e sofferenze nel paziente è un atto dovuto che appartiene da sempre alla deontologia del medico, anche se oggi la mancata applicazione della legge 38 rende molto difficile svolgere in modo adeguato questo ruolo. Ma mettere fine alla vita del paziente perché non riusciamo a controllarne dolore e sofferenze, è inammissibile moralmente, e professionalmente intollerabile, perché i medici si troverebbero obbligati dalla legge, dalla volontà di un malato o di familiari, ad essere collaboratori di morte.

Nessuna persona può essere indotta, direttamente o indirettamente, a dare la morte a se stessa o ad un’altra persona, neppure sotto forma di suicidio assistito e meno che mai sotto forma di omicidio del consenziente. Oltretutto, uno Stato che decidesse di autorizzare o agevolare la morte, uno Stato che si arrogasse legalmente il compito di obbligare un medico a procedere in tal senso contro la vita di un’altra persona, è uno Stato che innescherebbe un graduale processo di declino, irreversibile, nella nostra civiltà. Inizierebbe la prassi della cultura dello scarto a carico dello Stato.

Per qualcuno, grazie a Federico Carboni la legge sulla Morte volontaria medicalmente assistita è ormai inutile e perfino dannosa. Secondo Marco Cappato “se la legge dovesse essere quella in discussione in Senato, meglio non farla. Sarebbe una legge inutile e controproducente perché restringerebbe le possibilità di ciò che oggi è già possibile. E che sia possibile nel concreto e non in teoria lo ha dimostrato al mondo Federico Carboni. Secondo Cappato non avrebbe senso fare una legge che potrebbe peggiorare la sentenza della Corte Costituzionale, dal momento che la nuova legge dovrebbe eliminare la discriminazione relativa al sostegno vitale, finanziare il farmaco necessario a dare la morte al paziente, indicare con chiarezza i tempi per la verifica delle condizioni del paziente e dare quindi il suo consenso per l’esercizio di un diritto. La legge dovrebbe limitarsi a dare compimento a ciò che il paziente ha già deciso con una funzione meramente notarile. Per questo chiede un ulteriore ampliamento della norma, per esempio l’abolizione del passaggio in cui si fa riferimento al rifiuto di possibili forme di sostegno vitale. Ma i malati oncologici, per esempio, non avendo respiratori o altri sostegni vitali, nel caso di richiesta di suicidio assistito sarebbero esclusi dalla legge. I fautori della legge vorrebbero una legge in cui ognuno potesse suicidarsi liberamente, a carico dello Stato e con relativo servizio di assistenza socio-sanitaria, predisposta dal nostro SSN. Non più cure per curarsi, ma cure per morire velocemente, senza sofferenze: rivoluzione copernicana del paradigma storico della medicina.

Nella sua ultima conferenza stampa Marco Cappato ha ringraziato Federico Carboni per aver scelto la via più difficile, dal momento che sarebbe stato più semplice e più veloce andare in Svizzera. Ma ha aggiunto che quello che ha ottenuto è e sarà importante per tutti gli altri che vorranno scegliere. Poiché lo Stato finora è rimasto assente, allora occorre sostituirsi allo Stato ed è quanto Marco Cappato ritiene di aver fatto correttamente, respingendo al mittente l’attuale disegno di legge e preferendogli la sentenza della Corte Costituzionale su questo punto. Ossia si è sostituito alla legge, attraverso una operazione di disobbedienza civile in cui ha mostrato di essere un intoccabile.

Un’ultima osservazione sul rapporto tra legge e sofferenza umana va fatta dopo aver ascoltato le parole dell’attuale presidente della Cei, il cardinale di Bologna Matteo Zuppi, che ha sottolineato come dove c’è sofferenza, debbono esserci anche vicinanza e misericordia, sapendo che la Chiesa è contraria alla sofferenza. Ha poi aggiunto che di fronte alla sofferenza umana, è necessario confrontarsi non solo sui principi e sugli ideali ma occorre fare i conti anche con la realtà, per trovare soluzioni che mettano insieme diverse prospettive. Ora tra un ddl come il 2553, che non c’è ancora, e che lo stesso Cappato ritiene superato, e una legge come la legge 38 che chiede di essere finanziata con ben altra consistenza, il punto di mediazione non può essere il suicidio per tutti a carico dello Stato, ma piuttosto Cure palliative per tutti; ed è in questa linea che auspichiamo si muova il Parlamento nelle prossime settimane. Anche perché nella famosa sentenza della Corte a cui Cappato dice di essersi attenuto, le cure palliative sono il perno intorno a cui ruota l’intera sentenza, e possono essere il punto di convergenza di cui parla il card. Zuppi. La legge 38 c’è già, applichiamola più e meglio.

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