SERIE A/ Chievo, Cagliari e Cesena: la rivolta delle provinciali

- Sandro Bocchio

180 minuti da protagiste per tre squadre diverse ma con in comune la capacità di progettare e la saggezza di cambiare poco

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Sergio Pellissier, attaccante Chievo (Foto Ansa)

Lasciamo perdere miracoli (per i credenti) e favole (per i più laici). Nulla di tutto questo nelle prime due giornate di un campionato pazzo – questo sì – che vede la rivolta delle piccole a danno delle grandi, o presunte tali. Spicca il primato del Chievo, ma non solo. Perché fa anche rumore il modo in cui Cagliari e Cesena hanno terremotato gli anticipi del sabato, in perfetta continuità con quanto di buono avevano già offerto nella giornata del debutto. Tre squadre che hanno in comune una caratteristica in grado di spiegare il perché dei loro exploit. Guardate infatti le loro panchine, gli attuali inquilini non c’erano nella passata stagione: Stefano Pioli guida il Chievo, Pierpaolo Bisoli è tornato a Cagliari, Massimo Ficcadenti ha una nuova possibilità a Cesena dopo il flop di Reggio Calabria.

Che cosa significa questo? Che alla base c’è, più forte di un progetto tecnico, un progetto societario, con una sua spiccata identità. Ognuno di questi simile a se stesso nel corso degli anni, e differente dagli altri due. Il Chievo aveva cominciato con una forte immagine unitaria, quella impressa da Gigi Del Neri nell’anno dell’esordio in serie A. Chiusa quell’esperienza, non c’è stato più un allenatore simile, con un gruppo profondamente cambiato negli uomini, non nella mentalità. Ma è stato un lavoro distillato negli anni, con l’inserimento di uno, al massimo due elementi a stagione. Senza poi effettuare cessioni eclatanti al mercato ma, piuttosto, nell’ottica della valorizzazione di un giovane nuovo alla categoria oppure nel rilancio di elementi che avevano poco spazio altrove. Un cammino simile l’ha percorso anche il Cagliari, dove Massimo Cellino non ama stravolgere le squadre da una stagione all’altra. Con la differenza, rispetto al Chievo, di valorizzare al meglio quanto prodotto ogni anno (ricordate per esempio Suazo), senza farsi condizionare comunque dal mercato. Guardate come il presidente rossoblù ha saputo quest’anno inserirsi tra Robert Acquafresca e la Lazio, forte della volontà dell’attaccante di tornare a Cagliari, oppure come sta gestendo con fermezza la vicenda di Federico Marchetti, portiere passato dalla maglia del Nazionale al ruolo di terzo per la mancata cessione.

Filosofia completamente indifferente, infine, per il Cesena. In Romagna hanno sempre saputo lavorare più con la forza delle idee che con quella dei capitali. E anche quest’anno non è stato diverso, aiutati da una promozione in serie A che ha permesso di respirare economicamente. Rivoluzione d’obbligo in estate, con qualche sorriso legato alla cessione di Ezequiel Schelotto – rimasto in bianconero – a una società di serie B (Atalanta). Non s’era mai visto un simile ribaltamento di valori. Ma con la forza di mantenere elementi necessari quali Giaccherini e con l’intelligenza di andare a pescare in giro uomini funzionali alla squadra dal punto di vista delle finanze (Von Bergen) e del marketing (Nagatomo). E anche del progetto tecnico, per risultati – come quelli di Chievo e Cagliari – sotto gli occhi di tutti, con almeno 180 minuti vissuti da protagonisti.

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