Serie A/ La Bella dello Stadium e le bestie sugli spalti

- La Redazione

Il giornalista Sandro Bocchio analizza i temi emersi dalla ventiduesima giornata del campionato di Serie A, sempre più una lunga ode alla Juventus capolista, che spazza via anche l’Inter

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(INFOPHOTO)

Undici partite, undici vittorie. Non sono favole, quelle che raccontano sullo Juventus Stadium, ma la realtà di questa stagione. Un impianto che sa fare la differenza grazie a una squadra che sa essere differente, brava a trascinare il pubblico e viceversa. Il derby d’Italia è stata poca cosa, troppo il dislivello che separa oggi le due contendenti: fisico, psicologico, atletico. Le reti bianconere sono state frutto di schemi provati in allenamento, di intuizioni dei singoli, di pura potenza. Quello che ha oggi la Juventus e che manca a tutte le avversarie, come ha dimostrato l’Inter di ieri, una squadra che ha provato a mettere il capo fuori solamente quando la rivale ha lasciato campo e Walter Mazzarri ha deciso di provare a essere un pochettino più offensivo. Il paragone con la passata stagione è impressionante per la Juventus: 59 punti, dieci punti in più rispetto alla quota toccata un anno fa alla giornata numero 22. E, allo stesso modo, è imbarazzante per l’Inter, che viaggia a un meno 7 rispetto a quello che poi sarebbe diventato un campionato fallimentare. Ancora una volta di più occorrerà far capire, a chi se ne fosse dimenticato, che questo avrebbe dovuto essere un campionato di transizione. E lo sarà. Come lo sta diventando quello del Napoli, travolto senza colpo ferire in virtù delle qualità dell’Atalanta (e di Denis, che si esalta sempre contro la sua ex squadra) e dei limiti propri. Rafa Benitez ci ha messo del suo con le scelte (Higuain e Hamsik in panchina), il resto lo hanno fatto i giocatori, con errori madornali (Reina e Inler su tutti) e una prova sottotono. Ha una logica dire che…

…si è trattato di decisioni prese in funzione della Coppa Italia, divenuto obiettivo principale di stagione. Ma rimane imbarazzante il modo in cui il Napoli si è arreso al dinamismo altrui, a conferma che il deficit di crescita è ancora pesante nel cammino verso il futuro ruolo di grande del campionato.

Un discorso che vale anche per la Fiorentina, tutt’altro che convincente a Cagliari (e con Montella a cadere ancora una volta nel tranello delle polemiche arbitrali), soltanto che da quelle parti non paiono ancora esserne consci. Come invece lo sono diventati a Milano, dopo l’esonero di Allegri e l’approdo di Seedorf. Il tecnico sta a poco a poco rimodellando la squadra, inserendo i nuovo (Rami già più convincente di Honda) e ridando smalto agli anziani. Ancora una volta i rossoneri sono stati costretti a una rimonta, stavolta più complicata – ma quindi di maggior valore – a fronte di un Torino che ha ribadito di essere una delle belle rivelazioni del torneo, con un volto ben individuato in Ciro Immobile. Un ruolo che i granata stanno dividendo con il Verona e con il Parma, e cui aspira la Lazio, che ha ritrovato equilibrio e senso tattico con Reja in panchina.

Chiusura dedicata ai tifosi. A quelli nerazzurri, che durante il mercato hanno impedito lo scambio Guarin-Vucinic al grido di ‘si vende a tutti ma non alla Juventus’. A quelli di Samp e Genoa, che sono riusciti a far rinviare un derby che era sembrato sacrilego piazzare all’ora di pranzo (dimenticando che in tutti i campionati, Bundesliga esclusa, è normale mettere gare a quell’ora: fanno così schifo i mercati asiatici?). Un delirio di potere che ha trovato facile sponda in dirigenze deboli e in tutori dell’ordine pubblico influenzabili. Non un bel segnale, decisamente.

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