TURCHIA-ARMENIA/ “Genocidio e corridoio, i ricatti che rendono la pace impossibile”

- int. Pietro Kuciukian

A Mosca sono iniziati i colloqui ufficiali tra Armenia e Turchia, con il patrocinio della Russia, per una possibile riconciliazione. Ma il genocidio è un ostacolo difficilmente superabile

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Cerimonia a Erevan per ricordare il genocidio armeno

Una delegazione turca e una armena si sono date appuntamento a Mosca, con il patrocinio della Russia, per porre le basi della riconciliazione tra i due paesi e la conseguente riapertura delle frontiere. Un incontro già definito storico, vista la secolare inimicizia tra i due popoli, dovuta al genocidio armeno attuato dall’allora Impero ottomano nel 1915. La Turchia non lo ha mai riconosciuto, sebbene esistano innumerevoli documenti storici, testimonianze e fotografie che inchiodano Ankara alle sue responsabilità. Ma non è solo quella tragedia a rendere difficilissima la stesura di una road map che porti alla normalizzazione dei rapporti.

Pietro Kuciukianconsole onorario armeno in Italia, ci ha detto che “un punto importante su cui esistono precondizioni difficili da superare è la richiesta turca di aprire un corridoio senza controllo armeno sul territorio di Erevan, così da collegare la Turchia al suo alleato nel Caucaso, l’Azerbaijan. Una richiesta che viola ogni principio internazionale di rispetto dei confini”.

L’incontro a Mosca fra turchi e armeni viene definito storico. Che previsioni si sente di fare? Quanto pesa il Cremlino in tutto questo?

Mosca ci tiene che finalmente si metta fine alla chiusura delle frontiere tra i due paesi, ma le cose non sono così semplici come si potrebbe pensare. Un tentativo era già stato fatto circa dieci anni fa con l’intervento di Hillary Clinton, un tentativo che dichiarava come nelle clausole dell’accordo non dovessero esserci precondizioni.

Cosa successe allora?

Ci fu una nottata terribile con la Clinton che correva da una parte all’altra per riuscire a convincerli. Alla fine i turchi, sollecitati dall’Azerbaijan, posero una precondizione per l’apertura delle frontiere: il riconoscimento del Nagorno-Karabakh come parte integrante dell’Azerbaijan. L’Armenia ovviamente si oppose e saltò tutto.

Cosa può far sì che questa volta l’accordo non salti?

Adesso con la sconfitta dell’Armenia nella guerra di due anni fa e la vittoria degli azeri le cose sono ovviamente cambiate. Il Nagorno è passato quasi tutto in mano azera, resta solo una piccola isola ancora armena, controllata dai peacekeeper russi. Visto che questa precondizione non c’era più, ecco che si è arrivati a questo incontro.

Quindi lei pensa sia possibile arrivare quanto meno a iniziare un percorso di dialogo?

Purtroppo ci sono voci insistenti su altre precondizioni avanzate dalla Turchia.

Quali?

Vogliono che venga aperto un corridoio che attraversa l’Armenia e congiunga la Turchia con l’Azerbaijan. Sarà un ostacolo ritengo insormontabile. I turchi usano sempre il sistema del bastone e della carota. Neanche i russi sono favorevoli a una cosa del genere, è contro ogni principio internazionale. Se attraversi un paese, è ovvio che il controllo deve essere del paese che viene attraversato. I turchi e gli azeri vorrebbero passare senza controlli. È un nodo difficilmente risolvibile.

C’è poi la questione del genocidio armeno: i turchi potranno mai riconoscerlo?

È un altro ricatto turco, vorrebbero che si definisse “il non avvenuto genocidio”. Gli armeni non potranno mai accettarlo.

Eppure nel 2005 Erdogan promise all’allora presidente armeno di istituire una commissione, aprendo gli archivi ottomani, per fare luce definitiva sul fatto. Come mai l’Armenia rifiutò?

Gli archivi ottomani sono sempre stati chiusi, è una bufala, aprono quello che vogliono loro. La documentazione è stata nascosta, molte cose anche distrutte. Dire così è un modo per far pressione, anche perché parte di questi archivi è conservata a Gerusalemme. Recentemente è stato pubblicato un libro che raccoglie tutte le fonti segrete attraverso le quali si impartivano gli ordini per il genocidio. Dire “aprire gli archivi ottomani” non significa nulla e la dimostrazione è sotto gli occhi di tutto il mondo. 

Il patriarca armeno di Costantinopoli, Sahak Mashalian, tempo fa si era detto “rattristato” del fatto che l’amministrazione Biden volesse riconoscere ufficialmente il genocidio. Come mai?

Lui vive in Turchia e deve stare attentissimo a ogni parola che dice. C’è poi un precedente molto importante. Un giornalista turco di origine armena che cercava sempre la riconciliazione e che poi è stato assassinato sulla porta del giornale che dirigeva, diceva sempre: “Io qui in Turchia dico che c’è stato il genocidio, ma se vado in Francia dico che non c’è stato”.

Cosa intendeva con quelle parole?

Che nessuno deve tirare questa tragedia immane da una parte politica o dall’altra. Non bisogna approfittarne dal punto di vista politico, non bisogna strumentalizzarla. Quello che noi armeni chiediamo è rispetto per il nostro popolo massacrato.

(Paolo Vites)

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