UE vs ISRAELE/ Nuovi insediamenti: Bennett come Netanyahu, ma scherza col fuoco…

- int. Filippo Landi

Proteste internazionali contro il piano del governo Bennett, che approva la costruzione di oltre 3mila abitazioni per coloni ebrei nei territori palestinesi della Cisgiordania

Bennett Naftali Israele Lapresse1280 640x300 Naftali Bennett, premier israeliano (LaPresse)

Gli Stati Uniti, dodici paesi dell’Unione europea, fra cui l’Italia, e la Giordania hanno protestato in modo veemente contro l’approvazione da parte della Commissione edilizia israeliana di costruire 3.144 nuove case di coloni ebrei nei Territori occupati del West Bank, cioè in territorio palestinese, dove da tempo Israele si sta espandendo. Si tratta di un provvedimento che l’attuale governo di Naftali Bennett ha assunto in totale continuità con quello del predecessore Benjamin Netanyahu e che getta una grande ombra sull’attuale primo ministro, che è riuscito a formare il suo esecutivo grazie anche all’appoggio del partito arabo-israeliano, Ra’am.

Ci spiega però in questa intervista Filippo Landi, già corrispondente Rai da Gerusalemme, che Bennett ha varato contemporaneamente un ingente piano economico “a favore della popolazione arabo-israeliana, circa 9 miliardi di dollari per la costruzione di nuove abitazioni e infrastrutture, che creeranno posti di lavoro.

Inoltre, per la prima volta dopo dieci anni, il governo ha rilasciato a palestinesi residenti in Israele circa 1.300 concessioni edilizie che erano rimaste inevase”. Queste iniziative, ci ha detto ancora, faranno sì che Ra’am non esca per protesta dal governo e non ne minerà la sicurezza. Ma quello che più preoccupa, ha sottolineato Landi, “è la protesta della Giordania, che mette in luce il profondo malcontento di una parte del mondo arabo nei confronti di Israele proprio nel momento in cui Israele stava riavvicinandosi a una parte dello stesso mondo arabo”.

Il piano edilizio approvato in Cisgiordania è in piena continuità con quanto faceva Netanyahu? Dove finiscono le grandi promesse elettorali sul suo distanziamento?

Sì, il primo ministro Bennett ha voluto dare un segnale politico sia verso l’interno, a quella vasta parte cioè della popolazione israeliana che ha appoggiato il nuovo governo, ma anche a quella parte che ha votato Netanyahu, mostrando che su un punto c’è assoluta continuità politica: l’espansione delle colonie ebraiche all’interno della Cisgiordania.

Si parla di ben 3.144 nuove abitazioni, che significano oltre 12mila nuovi coloni, è così?

Bennett cerca di rinsaldare il sostegno al suo governo della parte della popolazione di centro-destra.

In cosa allora il governo Bennett si distanzia da quello di Netanyahu?

Si distingue in un punto. Contestualmente a questa operazione, ancor più invasiva nel territorio palestinese all’interno di Israele, non è un caso come questo governo, nato con l’appoggio di un partito arabo, abbia in questi giorni approvato un piano per superare il gap sociale e economico fra la popolazione arabo-israeliana e quella ebraica.

In cosa consiste?

Un piano da 9 miliardi di dollari da spendere nei prossimi cinque anni a sostegno della popolazione di Haifa e del nord per costruire infrastrutture, per aumentare la disponibilità di case e nuovi posti di lavoro. C’è un secondo elemento di discontinuità ed è la concessione di oltre 1.300 nuovi permessi edilizi a palestinesi per ampliare le proprie abitazioni per i figli o per avere nuovi alloggi. Era una delle condizioni che il partito arabo aveva chiesto per sostenere il governo. Sono almeno dieci anni che non venivano concesse licenze edilizie ai palestinesi.

Queste concessioni faranno sì che il partito arabo eviti di provocare una crisi di governo?

Credo che queste concessioni amministrative ed economiche eviteranno una crisi di governo, anche se rimane, e magari ne esce aggravato, il problema verso l’esterno.

Quale?

Stati Uniti, Unione europea e Giordania si sono espressi molto duramente contro il piano di espansione in Cisgiordania e la presenza della Giordania in queste condanne è molto indicativa di un malcontento che c’è, ai confini di Israele, in una parte del mondo arabo proprio nel momento in cui Israele aveva rilanciato rapporti con paesi arabi come gli Emirati.

La condanna degli Stati Uniti ha un qualche peso o come sempre i due paesi finiranno per superare ogni dissidio?

Alcuni commentatori israeliani hanno osservato con ironia che le critiche di Biden fanno bene al governo israeliano, nel senso che ricompatta una maggioranza di centro-destra nei suoi confronti. In realtà, il discorso va inserito in un contesto regionale.

Sarebbe?

Gli Stati Uniti inizialmente, ma adesso anche l’Iran, procedono più speditamente sulla riapertura di negoziati che potrebbero riportare l’Iran a un accordo sul nucleare. Questo paradossalmente è l’interesse primario di Biden, che vuole cancellare la politica di Trump con l’Iran ed è disposto a pagare un prezzo riguardo ai problemi interni fra Israele e Territori palestinesi, purché Israele non si opponga con posizioni tipiche, come attentati contro Teheran, all’inizio di nuove trattative, che sia Europa ma anche Russia e Cina vorrebbero concludere con l’Iran.

Il piano di Bennett a favore di nuovi insediamenti dei coloni potrebbe risvegliare l’ostilità e la rivolta dei palestinesi?

L’interrogativo su una possibile reazione è una domanda pertinente, perché il coro di proteste internazionali è sicuramente legato al ricordo delle violentissime reazioni scatenate dai palestinesi e da Hamas dopo gli sfratti a Gerusalemme di famiglie arabe. Il timore di una recrudescenza per questi fatti accaduti qualche mese fa hanno portato a queste condanne. C’è da ricordare un altro elemento preoccupante. La Corte suprema israeliana ha concesso la proprietà di quelle case alla società immobiliare ebraica che le aveva rivendicate, fermo restando che gli attuali abitanti palestinesi al momento possono continuare a rimanervi. Questo elemento preoccupa, perché è un segnale che va nella direzione di voler eliminare in alcuni quartieri di Gerusalemme la presenza araba. E può essere fonte di nuove violenze.

(Paolo Vites)

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