UN LAVORO PER L’UOMO/ “Non solo un’attività per fare soldi, ma una via per il riscatto personale”

- Davide Damiano

A Domodossola incontro “Un lavoro per l’uomo”. L’esperienza delle coop sociali: occupazione opportunità per crescere. Lo stato non detti legge, sia al servizio delle opere.

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Da 5 anni sono il presidente di Pandora, cooperativa sociale che si occupa di inserimento lavorativo e, dal 2023, presidente dell’associazione Vantaggio, associazione di volontariato milanese operante come sportello d’ascolto e aiuto itinerante. Sarò ospite questa sera, giovedì 8 febbraio, a Domodossola, all’incontro “Un lavoro per l’uomo”, per parlare insieme a Giorgio Vittadini, Daniele Mencarelli e Davide Lo Duca del lavoro come opportunità di promozione dell’umano e occasione di riscatto.

Il concetto di lavoro nella nostra società è complesso e variegato. Spesso ci troviamo immersi in una moltitudine di discussioni e circostanze legate al lavoro, rendendo questo argomento tanto vasto quanto cruciale. Il lavoro può essere analizzato da molteplici prospettive: come una serie di numeri (tasso di disoccupazione, crescita economica, benessere collettivo), come un’opportunità per il successo individuale, o come una via per migliorare le nostre condizioni di vita. La parola labor in latino porta con sé il significato di fatica e sofferenza. Questa radice etimologica ci ricorda che, sin dai tempi dell’antica Roma, il lavoro era spesso associato a fatica e svolto principalmente da schiavi o persone di basso rango sociale. Nonostante i secoli siano passati, questa concezione di fatica continua ad accompagnare il concetto di lavoro. Tuttavia, è interessante notare che è proprio in questa fatica che si nasconde una strana opportunità.

Nella mia famiglia, il lavoro è sempre stato considerato sacro. Sono cresciuto immerso nell’idea e nella cultura del lavoro. Ma in che modo il lavoro può rappresentare un’opportunità? Come può essere un mezzo di riscatto? La mia risposta è che il lavoro diventa un’opportunità quando è parte di un contesto più ampio. Quando il lavoro non è semplicemente una attività isolata, ma è integrato in un sistema più ampio di supporto e sviluppo individuale. Il lavoro non è terapeutico di per sé, ma può diventare riabilitativo quando è parte di un percorso più ampio. Ad esempio, entità come Pandora e molte altre organizzazioni simili si concentrano non solo sull’inserimento lavorativo, ma prendono in considerazione i bisogni complessivi delle persone, rispettando le loro volontà e libertà. Questo significa che, ad esempio, una persona con problemi di dipendenza può essere inserita nel mondo del lavoro in collaborazione con gli operatori sanitari che la stanno curando.

Inoltre, è essenziale che il lavoro sia retribuito. Bisogna essere realisti e, i numeri sono la più grande prova di realismo che l’universo ci dona. In Italia le famiglie sotto soglia di povertà sono 2,8 milioni (10% della società), mentre il 24% è a rischio esclusione o povertà (14 milioni di persone). Questo significa che il lavoro per questa massa enorme di persone è visto, e con ragione, esclusivamente come mezzo di sostentamento. Non può esserci lavoro senza adeguato compenso, così come non può esserci retribuzione senza lavoro. Realtà sociali (come Fondazione Eris) che collaborano con aziende pubbliche (come Aler) per fornire alloggi a coloro che stanno lavorando per migliorare la propria situazione sono un esempio tangibile di come il lavoro possa essere parte integrante di un processo di cambiamento e miglioramento individuale e sociale.

Il lavoro, quindi, non è solo un’attività che svolgiamo per guadagnare denaro, ma può essere una via per il riscatto e il miglioramento delle nostre vite, specialmente quando è integrato in un contesto più ampio di supporto e sviluppo individuale e comunitario. In questo percorso le istituzioni devono essere compagne e non coordinatrici. Molte volte si assiste al percorso inverso: lo stato diventa “gestore” del percorso di reinserimento invece che fornire gli strumenti necessari per affrontarlo (che possono essere anche sgravi contributivi). Questo genera un corto circuito nel sistema, con le opere sociali costrette a svolgere prestazioni legate a regole imposte dall’alto. Lo stato deve essere al servizio delle opere e non viceversa, alcuni esempi virtuosi ci sono, bisogna applicarli senza dover inventare nulla di nuovo.

 

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