UNA DOMANDA CHE BRUCIA/ Il filo rosso che unisce 6 serie tv amate dai giovani

- Luca Pirola

Al Meeting di Rimini c’è una mostra dedicata a 6 personaggi delle serie tv che i giovani sentono più come compagni di cammino che come maestri

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Rust Cohle, personaggio della serie tv True Detective interpretato da Matthew McConaughey

Il 2020 è senza dubbio stato l’anno delle serie TV. Complice la pandemia, che ci ha chiusi in casa per mesi, anche chi non era familiare con questa forma di intrattenimento ha iniziato, magari per noia, per necessità di rilassarsi o perché incuriosito da qualche amico, a guardare almeno una serie televisiva. Ed è proprio dalla passione per le serie tv di alcuni amici di diversissima provenienza geografica, età e professionalità che è nata la mostra “Una domanda che brucia. Incontri e scoperte delle serie TV” presente questa settimana al Meeting di Rimini. 

Come racconta Martina Saltamacchia (docente universitaria negli Stati Uniti e una dei curatori della mostra), “il punto di una serie TV moderna è l’incontro con uno o più personaggi. Prima i personaggi erano fissi e la serie TV fissata in un ambito preciso (poliziesco, medico, storico), ora lo spettatore si aspetta un cambiamento, innanzitutto del personaggio”. La visione on demand permette una visione organica della serie televisiva e questo permette di cogliere l’arco dello sviluppo psicologico del personaggio.

I protagonisti migliori, e sicuramente i sei volti scelti dai curatori della mostra, non sono più i supereroi perfetti, ma sono anzi accomunati dall’essere soggetti vulnerabili, inquieti, magari geniali sul lavoro ma con gravi difficoltà in famiglia (Rust in True detective) o comunque che si scoprono sempre bisognosi e a volte soli (in Euphoria la protagonista dice “un giorno mi sono ritrovata senza una mappa o una bussola, senza nessuno che potesse darmi un cazzo di buon consiglio”). Per questo vengono sentiti, soprattutto dalle nuove generazioni, più come dei compagni di cammino che maestri da seguire, come dimostra un bigliettino appeso sulla bacheca conclusiva della mostra che dice “Ma quello sono io!”. Il filo rosso della mostra si snoda quindi nelle domande, a volte drammatiche, dei protagonisti, nella necessità di affrontare il male, sia quello subito che quello commesso, e nella scoperta che quel male non ti definisce.

L’educazione, come racconta in un video lo psicoanalista e scrittore Luigi Ballerini, può avvenire anche nel confronto con modelli non positivi (tutti i 6 personaggi della mostra hanno luci e ombre) e quello che spesso accade è che il ragazzo che vede la serie e si immedesima nel personaggio arriva a dire “io non voglio essere così”.

La mostra coglie poi un altro aspetto a mio avviso essenziale delle serie tv: “C’è sempre uno spazio di discussione”, racconta Martina, “noi curatori sostiamo per ore a incontrare i visitatori e a discutere con loro, esattamente come tra amici ci si trova a discutere di una puntata o di una stagione appena trasmessa. Un aspetto fondamentale del guardare le serie televisive è parlarne dopo. Di fronte a una storia vera ci si vuole confrontare ed è proprio quello che sta accadendo in questi giorni al Meeting, anche tra perfetti sconosciuti.”.

Il prof. Neil Lindau, docente universitario e sceneggiatore, conclude la mostra dicendo che “guardare tante serie TV in cui i personaggi intraprendono percorsi di perdono penso possa motivarci a perdonare gli altri e perdonare noi stessi per non essere perfetti […]. Non dobbiamo essere perfetti, dobbiamo solo essere veri, e quando sbagliamo possiamo cambiare ed essere redenti”. E questo è stato colto benissimo da una ragazza, avrà sì e no 16 anni, che uscendo dalla mostra con la madre esclama: “Anche quando ci riposiamo, anche questo può essere per me!”.

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