UNICREDIT/ L’indizio preoccupante sul “si salvi chi può” intorno all’Italia

- Paolo Annoni

Un rumor diffuso sul futuro di Unicredit sembra rappresentare un indizio preoccupante circa la percezione finanziaria del nostro Paese

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Lapresse

Ieri Unicredit ha venduto l’ultima partecipazione rimasta in Fineco per circa 1,1 miliardi di euro. Fineco oggi è una public company quotata senza azionisti di riferimento; è una condizione che potrebbe “risolversi” facilmente e potenzialmente anche in tempi brevi. Più interessanti sono i rumours riportati da diversi giornali italiani e agenzie di stampa riguardo le prossime mosse di Unicredit, la maggiore banca “italiana” per asset. In particolare, sarebbe allo studio la creazione di una holding con sede in Germania sotto la quale far confluire le attività estere del gruppo e che sarebbe finanziata in modo indipendente. È chiaro che la parte italiana rimarrebbe isolata; infatti, subito si è interpretata la mossa come un tentativo di proteggere il resto del gruppo dal rischio sistemico italiano.

Oggi Unicredit è un’anomalia all’interno del mercato europeo. Non è l’unica banca europea con una presenza continentale, ma è l’unica banca sistemica che non ha un Paese come riferimento ultimo. Capiamo che questa distinzione possa tramortire qualcuno ormai obnubilato da anni di discorsi su mercati, spread e investitori, ma nella realtà dei fatti le banche e i conti correnti in esse depositati non possono non essere garantiti dallo Stato. O, se volete, questa garanzia non formalizzata è però chiaramente prezzata e assunta. Altrimenti non si potrebbe spiegare nulla di quello che è accaduto dal 2008 in poi e ancora in questi giorni con la vicenda Deutsche Bank.

La “convergenza” europea in materia bancaria non c’è e di certo le performance economiche dei Paesi membri hanno sperimentato negli ultimi dieci anni una netta divergenza. Oltretutto alcuni stati possono salvare le loro banche e altri no. L’anomalia Unicredit, o anomalie simili, difficilmente possono sopravvivere in un ambiente europeo ostile in cui non c’è la convergenza. Se e quando sarà compiuta la convergenza europea in materia bancaria, figlia a sua volta di quella economica, allora ci saranno banche veramente europee.

C’è una seconda questione su questa convergenza che non c’è. Non è affatto noto come si arriverà a questa convergenza e quali condizioni o quali prezzi e da chi dovranno essere pagati. Si apre quindi una fase di frizioni sia che si vada verso la convergenza desiderata dal centro franco tedesco, con tutte le conseguenze, drammatiche, sulla “austerity” italiana, sia che questa convergenza non si apra mai. Nel breve quindi certe anomalie sembrano sconsigliate ed è meglio che siano risolte. Oltretutto oggi c’è la scusa perfetta di un Governo italiano semi-ribelle anche se alla fine fa il minor deficit degli ultimi dieci anni.

Sempre ieri abbiamo letto di progetti simili persino per Enel con la separazione delle attività italiane, la creazione di una nuova società per le attività estere anche per permettere al Governo italiano di fare cassa. Sarebbe interessante capire chi ha messo i soldi per le ricapitalizzazioni di Unicredit e quanti soldi sono stati pagati per la crisi da austerity italiana imposta dall’Europa o per il chiacchieratissimo business tedesco. Stesso discorso per l’espansione internazionale di Enel che, a occhio e croce, è avvenuta con i soldi fatti in Italia e dai clienti italiani in una situazione, forse, privilegiata per via del suo azionista.

Capiamo che in Europa abbiamo governi che fanno i principali azionisti di gruppi auto e hanno chiuso il loro sistema ermeticamente a qualsiasi “operazione” di mercato che non fosse perfettamente allineata agli interessi del sistema Paese. Osserviamo anche che il Governo tedesco ha speso qualche ora sulla vicenda Deutsche Bank. Siccome si aprono tempi molto interessanti al di fuori e all’interno dell’Europa ci piacerebbe sapere cosa pensa e cosa dice l’attuale Governo italiano di asset che sono palesemente strategici, di pezzi di sistema Italia importantissimi. Ce lo chiediamo perché quando in Italia si dice che è un’operazione di mercato, tendenzialmente è una colossale fregatura. I vuoti che vengono lasciati vengono giustamente riempiti da altri interessi. Che non sono ovviamente i nostri.

Se non c’è niente da dire o se non si può dire niente vuol dire che la situazione è veramente preoccupante e nessuno riesce a tenere nascosto il “si salvi chi può” che si percepisce intorno all’Italia. Questo nonostante il rally del Btp delle ultime settimane. In alternativa fa paura lo scenario in cui l’Italia rimane nell’euro, ma spogliata degli asset strategici e quindi anche dell’ultimo barlume di sovranità sostanziale che oggi passa appunto per Eni, Enel, Leonardo, ecc. con le loro innumerevoli opportunità di rapporti commerciali e geopolitici.

I debiti giustamente si pagano e i conti delle guerre perse, nel nostro caso quella della integrazione europea, anche. Detto questo quando non c’è lungimiranza con gli sconfitti, pure se colpevoli, e con i loro debiti tendenzialmente succedono solo cose brutte per tutti. I tedeschi e i francesi dovrebbero saperne qualcosa.

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