UNIVERSITÀ/ A lezione di pandemia: quando il Covid è la realtà che “insegna”

- Salvatore Ingrassia

Si può archiviare il periodo della Dad all’università come se nulla fosse accaduto? Al contrario, la pandemia può diventare occasione per riflettere. I webinar di Fps

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Università (LaPresse)

“La vita è quello che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti” recita un passo della canzone Beautiful Boy di John Lennon. La pandemia è l’imprevisto che è accaduto a tutti noi all’inizio dello scorso anno. Un imprevisto che ha costretto anche le università a rivedere profondamente le proprie attività, e in particolare quelle didattiche; a tal riguardo, va comunque sottolineata la straordinaria risposta di tutti gli atenei italiani per garantire, in tempi molto rapidi, la prosecuzione delle lezioni e degli esami anche in periodo di lockdown.

In questo contesto, la didattica a distanza è stata una scelta fondamentale e necessaria per garantire la continuità del percorso formativo; tuttavia, molto spesso, si è ridotta semplicemente a tentativi di adattare la lezione frontale alla modalità on line – senza adeguata padronanza di tale strumento di comunicazione – con inevitabile perdita di efficacia didattica più o meno accentuata, e certamente più grave negli insegnamenti che prevedono attività pratiche o di laboratorio.

In base ai risultati di un’indagine di Almalaurea che ha coinvolto 110mila studenti universitari tra dicembre 2020 e maggio 2021, l’esperienza della didattica a distanza ha soprattutto segnato uno spartiacque fra le matricole, che sono state private dell’esperienza della fisicità della lezione e delle relazioni in aula, e gli studenti degli anni successivi, che avevano sperimentato in precedenza la vita in aula e la didattica in presenza. Come evidenziato dal prof. Ivano Dionigi, già rettore dell’Università di Bologna e presidente del Consorzio AlmaLaurea, in una recente intervista (“Smartphone e pigiama hanno fatto danni: tornare in presenza”, Quotidiano Nazionale, 28 giu. 2021), le matricole che hanno cominciato a studiare collegandosi ad un pc fanno più resistenza a rientrare fisicamente in università ed è possibile che “si sia instaurata una sorta di addomesticamento dei ragazzi: lo stare a casa, lo smartphone, il non capire l’essenzialità del tornare in presenza”. È un desiderio di vita che sembra sia stato quasi ferito e inaridito.

Ora che la campagna vaccinale sta andando avanti (e c’è da augurarsi che si proceda a ritmo serrato, con il contributo responsabile di tutti) ci dovrebbero essere le condizioni per tornare in aula in condizioni migliori rispetto a quelle di quest’anno. In vista dell’avvio del nuovo anno accademico, è quindi necessario riflettere sull’esperienza maturata finora. “I ragazzi hanno cicatrici, buchi culturali: tornare in presenza è il modo per sanarli”, dichiara Dionigi nell’intervista sopra citata.

Tornare in presenza sì, ma come? Anche nel caso in cui si potesse tornare improvvisamente alla tanto auspicata “normalità”, non possiamo relegare quanto è accaduto ad una parentesi da chiudere al più presto. Cosa abbiamo imparato in università in periodo di pandemia? Cosa è essenziale che lo studente apprenda? Come esercitare la responsabilità che abbiamo nei confronti degli studenti e del loro futuro professionale e quindi, indirettamente, alla crescita del paese? Come favorire lo sviluppo della vita universitaria e delle relazioni umane che sono alla base dell’elaborazione e della trasmissione di cultura e di sapere? Cosa manca in un rapporto educativo “a distanza”? Come recuperare le carenze nelle discipline che prevedono attività sperimentali ed esperienze formative sul “campo”?

Sono queste alcune delle domande che hanno animato in questi mesi il dibattito all’interno del nuovo Dipartimento Università della Fondazione per la Sussidiarietà. La pandemia è un’occasione per riflettere sul nostro modo di lavorare in università, per cercare di capire qual è il bene dei nostri studenti, per approfondire un dialogo fra i diversi saperi e per chiedersi cosa vogliamo e dobbiamo insegnare. In alcuni atenei, questa opportunità è stata colta e sono nate esperienze di coordinamento didattico fra colleghi del corso di studio per costruire un metodo di lavoro insieme agli studenti. In altri casi, per chi ha responsabilità di gestione e indirizzo, la gestione della pandemia è stata un’avventura straordinaria e impegnativa per cercare le soluzioni organizzative migliori, pur in situazioni in continua evoluzione, all’interno di un dialogo con gli studenti non solo per affrontare aspetti tecnici (modalità delle lezioni, gli appelli di esame, etc.), ma anche per incoraggiarli e condividere esperienze. Aspetti specifici dell’insegnamento hanno infatti messo in evidenza che difficoltà degli studenti nell’apprendimento dei contenuti delle materia sono spesso legate a dinamiche di approccio alla realtà per cui l’attività didattica, prima di essere “informativa”, è soprattutto un aiuto ad approcciare la realtà e, come tale, è una forma di educazione.

Sono prime riflessioni che vogliamo condividere e allargare in un ciclo di webinar proprio dal titolo “Università: a lezione di pandemia”. Il primo appuntamento è previsto il prossimo 21 luglio alle ore 18. Non solo riflessioni “teoriche” ma anche, e direi soprattutto, il desiderio di raccontare e raccogliere esperienze e tentativi positivi di “costruzione”, pur in situazioni critiche. In ogni caso, il dialogo su queste pagine continua.

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