UNIVERSITÀ/ E se salvassimo l’Erasmus dai luoghi comuni?

- Giovanni Gobber

Il progetto Erasmus è diventato il simbolo di una generazione “europea”. Meglio trattarlo per ciò che è: una risorsa molto importante per bravi studenti

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Lapresse

Si diceva che la Gran Bretagna, fresca di voto a favore di Boris e della sua zazzera pro-Brexit, volesse uscire dagli accordi sulla mobilità degli studenti nelle università “EU-ropee”. Pare invece che sia, come spesso avviene, questione di soldi. Tutto è negoziabile, per gli inglesi, che sono pragmatici e cercano il business, come fanno dai tempi di Sir Francis Drake, e forse anche prima. È peraltro vero che, dentro e fuori del Bel Paese (formaggi compresi), il “progetto Erasmus” è criticato aspramente (sennò, che critica è?) dagli uni ed è lodato senza riserve (vedi sopra) dagli altri. Spesso, entrambe le fazioni hanno in mente qualcosa che non è l’autentica esperienza dell’Erasmus. Vi è chi vuole cancellare l’Erasmus perché sarebbe fómite di vita dissoluta (più che altro, “progetto orgasmus”). Altri invece ha visioni di una “generazione Erasmus” che sarebbe pronta a “cambiare il Paese” (boh! Di questo passo molti, Erasmus o non Erasmus, una volta laureati “cambiano Paese”, ma senza l’articolo).

L’Erasmus reale è prosa: è attività quotidiana, che impegna migliaia e migliaia di studenti negli atenei d’Europa, in un contesto diverso da quello di casa. Non è la gita a Chiasso, consigliata da Arbasino. È di più: lo studente fa esperienza di un altro modo di organizzare la propria attività. Deve osservare e adattarsi a criteri diversi, aprire e rendere più flessibili mentalità e comportamento; ne farà tesoro per il suo futuro, sia nella vita sia nella professione.

È poi vero che all’estero può andare anche d’estate, tra un esame e l’altro. Ma sarà un soggiorno meno impegnativo e coinvolgente, perché non sarà legato al corso di laurea e, dunque, non dovrà concludersi con risultati verificati da esami.

È peraltro un’impresa costosa, che può far spendere più di quanto dia la borsa di studio. Vi sono comunque vari modi per farvi fronte. Del resto, anche senza andare in Erasmus lo studente deve affrontare spese notevoli; può coprirle con un’attività saltuaria, là dove sia possibile conciliare studio e lavoro. L’esperienza dell’Erasmus non rallenta la carriera accademica dello studente bravo e determinato.

Va infine riconosciuto che il soggiorno Erasmus funziona bene se anche i docenti si impegnano a venire incontro alle esigenze dei propri studenti e a interagire con i colleghi docenti delle università europee. E non bisogna dimenticare che, anche su esempio dell’Erasmus, sono stati sviluppati molti progetti di scambio tra università di ogni Paese del mondo. L’Erasmus oggi è uno dei molti veicoli dell’internazionalizzazione dell’esperienza di studio. E tutti questi progetti riguardano la mobilità degli studenti, ma anche dei docenti e del personale amministrativo. Pure i docenti possono “andare in Erasmus”, sempre che abbiano il tempo e la voglia di farlo. Ed è un’esperienza vantaggiosa anche per loro, perché possono riscoprire la passione per una professione – fatta di didattica e ricerca – che in Italia è sempre più difficile. Già, l’Italia: dove tutti sono costituzionalisti, selezionatori della Nazionale, astronauti, politici ecc. ecc. E dove i polemisti hanno le ricette per far funzionare tutto quello che non dipende dal loro impegno quotidiano.

Il progetto Erasmus ha pure altri meriti. Ha reso famoso presso i giovani universitari il nome di Erasmus Desiderius, aka (“also known as”, per chi non sia della generazione Erasmus) Erasmo da Rotterdam. Inoltre, ha tolto lo stigma al defectus natalis, giacché Erasmus era figlio di un sacerdote – che non era sposato, perché era cattolico. Tale il padre, mentre la madre era figlia di un cerusico. Peraltro, i giovani studenti che frequentano atenei dell’Unione Europea non partecipano al dibattito sul celibato in ambiente ecclesiastico. Né molto sapranno di Arsène Heitz e del suo disegno, che fu scelto per la bandiera del Consiglio d’Europa e, poi, dell’Unione Europea. Il disegno è una corona di dodici stelle. Nei palazzi “EUropei” dicono che il dodici è simbolo «de la perfection et de la plénitude». In quel disegno, invece, Arsène Heitz riconosceva la corona di dodici stelle (στέφανος ἀστέρων δώδεκα) che adorna il capo della donna di sole vestita (Apocalisse 12, 1). A prestar fede all’Arsenio, l’Unione Europea è sotto la protezione di Maria. Come tante opere umane, l’Erasmus è strumento nelle mani di chi ne fa uso. Se vi aggiungiamo la corona della Madonna che difende il suo popolo dal drago rosso (con sette teste, dieci corna e sette diademi), l’Erasmus può dare buoni frutti.

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