UNIVERSITÀ/ Pensiero in movimento: città e formazione devono cambiare insieme

- Maurizio Carvelli

Alcuni dei contenuti emersi alla scuola di formazione organizzata con Nuova Generazione e Fondazione Costruiamo il Futuro

vittorio demicheli
Milano (LaPresse)

Il Panel “Città, università e ricerca”, organizzato dalla scuola di formazione della Fondazione costruiamo il futuro e dell’Associazione Nuova Generazione, tenutosi lo scorso 20 febbraio a Milano, e che ho avuto il piacere di moderare, ha visto il dottor Giovanni Andrea Toselli, presidente di PwC, introdurre le tematiche principali del dialogo,  ha avuto come relatori il professor Franco Anelli, rettore dell’Università Cattolica, il professor Ferruccio Resta, rettore Politecnico di Milano e il dottor Gianfelice Rocca, presidente del gruppo industriale Techint e dell’Istituto Clinico Humanitas.

Il tema principale emerso, e che è stato recitato a un’unica voce, è il seguente: d’ora in avanti la trasmissione della conoscenza dovrà essere uno dei fattori caratterizzanti più trainanti delle città del futuro. Lo è stato già nel passato, basti pensare allo sviluppo della città di Bologna attorno alla sua università. I famosi portici che distinguono la città di Bologna furono costruiti per consentire nel 1300 l’ospitalità degli studenti fuori sede, che si accasavano nello spazio ricavato sopra il portico.   

Oggi l’attrazione di una città si gioca sulla capacità di costruire reti di conoscenza e reti educative. Questa è una sfida che università e città dovranno saper cogliere per restare a passo coi tempi. Tali concetti aprono la strada al mondo della formazione e la pongono come tematica principale da affrontare e da strutturare nel tempo con più convinzione. Bisognerà pensare a una formazione nuova che sappia sia formare le persone a essere capaci sia che sappia prepararli a saper stare nella realtà e a saper reagire alle problematicità che il mondo gli presenta. L’altro tema cruciale su cui la città dovrà dare risposte è quello legato alla salute. Questo tema è da intendersi su più fronti: in primis come opportunità per curare il corpo e allo stesso tempo l’anima. Ma dall’altra parte anche come opportunità per portare le nuove conoscenze e competenze del settore a disposizione dei cittadini. Non è un caso che la progettualità di molte amministrazioni tenderà a concentrarsi sempre di più nell’attrarre poli di università e ricerca e/o di grandi centri dedicati alla salute, che punteranno a specializzarsi per diventare centri di eccellenza nel proprio campo di azione.

Un altro tema molto importante, che nel panel è emerso con forza, è l’importanza di creare un’università in cui gli studenti e i professori stacchino gli occhi dal pc e riprendano a guardarsi faccia a faccia; in poche parole dare valore alla relazione come fondamento per l’apprendimento e per la conoscenza. Le città dovranno puntare maggiormente sui software delle persone e meno sull’hardware degli strumenti. Nel versante della sanità questo tema diventa macroscopico, basti pensare all’importanza di prendersi cura della persona come centro di una vera assistenza. È chiaro che la ricerca dovrà saper sviluppare soluzioni più efficaci e capaci di assistere le persone, integrare nuovi modelli sanitari, più vicini alle persone, e ideare nuovi servizi e, infine, creare professioni più sostenibili che coniughino innovazione e fattore umano.

Ci sono alcune parole che possiamo usare per sintetizzare gli interventi di tutti, eccole di seguito: collaborazione, competenze, inventiva e programmazione.  Andiamo a vedere nel dettaglio perché sono pertinenti e che contenuti offrono alla nostra riflessione.

Collaborazione è da intendersi come capacità di miscelare diverse realtà tra di loro: le città del futuro devono far lavorare insieme il mondo accademico, culturale, le industrie e i giovani. È arrivato il momento di intervenire davvero sulla capacità di favorire le relazioni fra questi mondi. La pandemia ci ha chiesto di cambiare modello e di creare una comunità di pensiero in movimento dove poter costruire cattedrali del pensiero e comunque consentire l’attuarsi di una vera e propria esperienza educativa; il dottore Rocca, infatti, ha citato più volte il triangolo della conoscenza composto da educazione, ricerca ed esperienze. Questo triplice incontro può portarci nel futuro con maggiore consapevolezza.

Ho scelto la parola competenze perché, come ha detto il professor Resta, questo momento è paragonabile a un incidente in Formula Uno. Quando si verifica entra la safety car, tutto si ferma e tutti ripartono dalle stesse posizioni. Siamo sicuramente di fronte a un incidente molto grave e per questo dobbiamo garantire sicurezza ma allo stesso dobbiamo preparaci a immaginare il futuro riempiendolo di contenuti e proposte concrete. Per farlo bisogna delineare una Road map efficace in cui vanno inseriti temi come ricerca, green economy, infrastrutture e riforme politiche. Abbiamo bisogno di costruire e attrarre competenze.

Le parole innovazione e sostenibilità ci portano al nostro terzo concetto: l’inventiva. Non basta avere dei docenti che parlino e degli studenti che scrivano. Come dice il professor Anelli: in aula dobbiamo portare la relazione e il confronto. L’università deve intercettare le esigenze nuove come fare sport, concepire il cibo come un fenomeno culturale e incentivare il sistema delle residenze in Italia come fattore di socialità e cultura. Bisogna ripensare gli spazi creando più laboratori, meno studi dove sbrigare le questioni burocratiche e più spazio alla possibilità di creare nuove forme di studio e di re-intermediazione tra coetanei; puntare sul verde e investire su una decisa riqualificazione di spazi abbandonati e in disuso per creare strutture idonee a un nuovo concetto di residenzialità che metta al centro della città i nostri studenti. Durante la pandemia si è scoperto, per esempio, che la prima vera sostenibilità è avere spazio a disposizione. È una bella sfida reinventare uno spazio personale e comunitario.

Per fare tutto quello che abbiamo detto e per raggiungere i vari obiettivi bisogna saper programmare.

1) Programmare urbanisticamente gli interventi volti a valorizzare le varie aree della città rendendoli dei poli attrattivi per tutti i cittadini: si tratta di una far crescere una vera capacità vera di governare il territorio, che rappresenterebbe una grande svolta per le città italiane.

2) Programmare nel mondo del lavoro sia per risolvere problemi sociali e occupazionali sia per innovare i poli della ricerca e, allo stesso tempo, sostenendo le aziende, per immaginare quelli che saranno i nuovi lavori che, appunto, coniugheranno innovazione e fattore umano.

3) Programmare per costruire delle residenze che siano il prolungamento della città e che sappiano coniugare le esperienze degli universitari e quelle dei cittadini, che questa città la devono abitare.

L’obiettivo di questo nuovo modo di ripensare la realtà è quello di formare ed educare l’élite del futuro, esattamente come nel dopoguerra, perché è proprio da queste crisi più profonde che bisogna saper ripartire e innovare. Dobbiamo puntare sulla formazione e sul talento delle giovani generazioni. Una programmazione che sappia valorizzare il talento è un programma che genererà quelle élite capaci di garantire un futuro diverso, sicuramente migliore.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA