UNIVERSITÀ/ Se un esame in lockdown è come un film di Pollack

- Corrado Bagnoli

Giuseppe assiste all’esame online della nipote e rimane scioccato per la lungaggine e lo stress a cui sono sottoposti i giovani al tempo del Covid

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LaPresse

– Ricordi ancora quel vecchio film di Pollack del ’69, Non si uccidono così anche i cavalli? – Giuseppe mi domanda a bruciapelo entrando nella saletta della macchina del caffè. Io ricordo vagamente una massacrante maratona di danza a cui partecipano decine e decine di coppie con il miraggio di potere vincere i mille dollari del montepremi. Ricordo che alla fine una di queste ballerine chiede al suo partner di ucciderla perché tutta quella messainscena non aveva alcun senso. E ricordo premi Oscar a manetta per una metafora tragica della vita ambientata durante la grande depressione degli anni Trenta.

– Ma cosa c’entra ’sto film? – chiedo io.

Giuseppe racconta, anche a quegli altri che arrivano mascherati e si sparpagliano nella saletta a bere il caffè preso alla macchina, in fila, con la distanza dovuta. Ecco la sua sceneggiatura del film: ieri, 2021 (altra data, stessa depressione?) esame di sociologia di una grande università italiana, il vertice della società, l’istituzione che sforna la classe dirigente del futuro. 160 iscritti che un mese fa avevano ricevuto un codice e un orario per lo svolgimento dell’esame online. Iscrizioni aperte a mezzanotte del lunedì, la nipote di Giuseppe si era iscritta alle 00.10 e risultava essere la sessantesima: più veloci di Ringo e di Django, sti universitari sociologi. Vabbè, meglio di altre volte comunque: Rosanna, la nipote, poteva pensare che, cominciando l’esame alle ore 14, forse avrebbe finito almeno entro la giornata, mentre quello che stava al centosessantesimo posto magari andava anche al giorno dopo.

Comunque Giuseppe è stato involontario testimone del fatto: è andato a trovare la sorella e ha trovato la scena del crimine apparecchiata, con tanto di nastri di plastica intorno alla casa e ci è rimasto intrappolato. Erano le 14, appunto. Suona e la sorella scende con le chiavi, mica apre la porta con il pulsante elettrico. Scende e gli fa segno di stare zitto, non fiatare.

– Cosa c’è, dorme qualcuno?
– No, peggio, fa l’esame Rosanna.

Tavola spoglia in cucina, neanche un piatto, non hanno nemmeno mangiato. Pc acceso nella sala, una specie di Sancta sanctorum, Rosanna lì davanti truccata e vestita ben bene. Viene fuori dalla sala perché ha visto lo zio. Raccomandazioni su silenzio e discrezione. Certo, dice Giuseppe: cosa ti hanno detto? Sai quando ti chiameranno? È uscito qualcuno a dare indicazioni? No. Nessuno, nemmeno un assistente si è visto.

Il video è acceso sul faccione di Gianluigi, un signore di almeno sessant’anni che fissa lo schermo e comincia a mandare messaggi in chat. Passa un’ora, Giuseppe sta nella stanza al piano di sotto e Rosanna ogni tanto arriva a dare notizie: hanno cominciato a chiamare, ma non si sa da dove sono partiti, quanti professori ci siano, con quale criterio chiamino. Si aspetta. Intanto Giuseppe cerca il nome e il cognome di Gianluigi su Google: gli sembrava di averlo già visto da qualche parte quel volto. Su un quotidiano era stato, ed era un grande personaggio di una grande azienda. E fissava il video ormai da due ore e non sapeva, come tutti gli altri 160, che cosa stava accadendo. Poi da uomo di mondo qual è, apre il microfono e sembra Leopardi nel suo canto notturno, o un astronauta che chiama la Nasa: scusate, ma siamo nel posto giusto? C’è un pallino rosso vicino al mio nome, qualcuno sa cosa vuol dire?

Dall’etere arriva la voce di un giovane che sciorina nozioni al non più giovane collega: torna alla home, vai su impostazioni, clicca qualcosa, deflagga quell’altro. Sì, dice Gianluigi, va bene, lo faccio. Perché? Una voce angelica e buona risponde che così il colore sul nome diventa verde e vuol dire che è disponibile a farsi chiamare.

Certo, ecco perché ancora non lo hanno chiamato. Ma chi lo deve chiamare? C’è il professore, c’è qualcuno da cui finalmente dovremo andare? È proprio Leopardi: chi siamo, dove andiamo? Ma almeno lui, che ha già una laurea e un’azienda, è l’unico a sapere da dove viene. Ma è comunque un eroe a restare lì. Come tutti.

Giuseppe chiede intanto a Rosanna se non era il caso di mangiare. Follia: la mamma non poteva mica mettersi in cucina a fare rumore, con l’acqua, le pentole e il resto. Persino i telefoni sono tutti staccati. La grande kermesse si prolunga, si sa che interrogano dall’alto e dal basso. Gianluigi trema: io sto in mezzo! Come Rosanna, tra l’altro: vuoi vedere che anche se era al posto sessanta finisce interrogata per ultima? Giuseppe non può andarsene, deve vedere come finisce ’sta storia da Oscar.

Sono ormai 6 ore che Gianluigi sta lì con Rosanna. Finalmente arriva una notifica, un suono: Rosanna quasi non ha più il trucco, è sfatta, nervosa, Gianluigi c’ha gli occhi di Dory nel film Alla ricerca di Nemo (ma non era mica Non si uccidono così anche i cavalli e Pollack il regista?). Il professore che arriva nello schermo sta anche peggio di lui, e si può immaginare il perché. Forse adesso Rosanna fa quello che ha fatto la ballerina nel film, chiede di morire anche lei. No: fa l’esame e va bene. Per premio se ne va con la macchina a ritirare le pizze che tornerà a mangiare qui in casa.

Ma quale Recovery plan glieli dà indietro a questi ragazzi gli anni perduti, gli esami, i corridoi, le feste, gli incontri, i baci e gli abbracci?

– Ma dai, le serve come allenamento per quando dovrà fare un concorso nella capitale, con 6mila candidati radunati alle 6 sul piazzale, sotto la pioggia e accomodati sulle sedie a mezzogiorno per sostenere la prova.

È tutta esperienza! – grida un collega appena segato nel suo concorso statale. Giuseppe, quasi sul suono della campana del rientro in classe, avrebbe qualcosa da dire. Un commento, una frase, un’imprecazione feroce. Lo sento nominare il nome di Arcuri: forse è lui che hanno chiamato a organizzare l’esame? Ora – continua, inforcando gli occhiali – va bene la Next Generation, vanno bene i miliardi di euro per sistemare l’Italia, ma per l’università, per questa istituzione che dovrebbe stare in cima ai pensieri di tutti, non basterebbe almeno un po’ di buon senso? Nessuno renderà gli anni rubati a questi giovani qui, ma almeno un po’ di rispetto ci vorrebbe da oggi. E non servono soldi. O continuiamo a ucciderli così, come i cavalli?

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