USA CACCIATI DAL NIGER/ “Noi rimasti perché diversi da Parigi, ci chiedono difesa e investimenti”

- int. Gianandrea Gaiani

Francia e USA cacciati dal Niger. In Africa vincono turchi, cinesi e russi, che puntano sulla sicurezza. Per l'Italia un'occasione per il Piano Mattei

niger 2023 yt 1 640x300 Colpo di stato in Niger (screen da Youtube)

L’Occidente cacciato dal Niger, tranne l’Italia. La nuova giunta golpista, dopo aver dato il benservito ai francesi e a due missioni europee, ha fatto lo stesso con gli USA. Nell’area ora contano di più i russi, già presenti in Mali e Burkina Faso e in altri territori. Quello di Mosca, insieme a quelli di Turchia e Cina, è il modello vincente in questo momento nel continente. Il motivo è che, prima di tutto, offre supporto per garantire sicurezza al Paese, per far fronte ai problemi creati da banditi, jihadisti e trafficanti. Un aspetto sul quale, dice Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, l’Italia, che ha 350 militari che addestrano soldati e gendarmi nigerini, dovrebbe riflettere, per fare del Niger il prototipo di applicazione del Piano Mattei.

Il Niger ha dato il benservito agli USA. È la conferma che il Sahel, area cruciale dell’Africa per tanti motivi, sta cambiando la sua collocazione geopolitica?

Tutti dicono che è un’area cruciale ma non vedo un’attenzione spinta verso questa regione. Gli americani sono andati in Niger con una delegazione diplomatica ma anche militare, guidata da un sottosegretario, Molly Phee, e dal comandante di Africom, il comando militare per le operazioni in Africa (che ha sede in Germania). I nigerini si sono lamentati del fatto che era composta da persone non preannunciate. Problemi di protocollo: gli USA non avrebbero comunicato chi faceva parte della rappresentanza… Poi però c’è un motivo sostanziale.

Quale?

Gli Stati Uniti sono andati in Niger per dire alla nuova giunta militare di tenersi alla larga da russi e iraniani. Questo quando a dicembre il Niger aveva cacciato prima i francesi e poi le missioni UE (considerate propaggini francesi) firmando lo stesso giorno un accordo per la cooperazione e la sicurezza con un viceministro russo in visita a Niamey. La richiesta degli americani è stata vista come una violazione palese e un po’ grezza della sovranità nigerina. Per questo il Niger, che pure fino a quel momento non aveva avuto un approccio aggressivo con gli USA, ha annullato l’accordo, ricordando che l’intesa che aveva dato il via libera a due basi americane in Niger era stato estorta.

I rapporti tra nigerini e americani sono compromessi?

Bisognerà vedere se gli USA riusciranno a ricomporre la crisi. In Africa si sono sempre mossi in maniera improvvida, con scarsa sensibilità nei confronti dei leader e delle società africane. Questa crisi mette in luce le difficoltà che sta avendo l’Occidente nel continente.

Ma il Niger si è già schierato apertamente dalla parte dei russi?

La strategia dei golpisti nigerini è simile a quella dei giovani ufficiali maliani, del Burkina Faso, ma anche di altre nazioni. Ora li etichettiamo come filorussi, ma dovremmo chiederci perché guardano a Russia, Turchia e Cina, le nazioni oggi vincenti in Africa. Forse perché hanno subìto gli occidentali come presenza che, controllando le leadership, veniva percepita come neocoloniale. Forse perché dopo anni e anni di presenza militare non si è riusciti a fermare l’offensiva jihadista. Molti di questi Paesi chiedono sicurezza e i russi gliela danno: mezzi, armi, consiglieri militari. Anche turchi e cinesi stanno fornendo molte armi al Niger. L’Occidente, invece, viene visto come parte del problema.

Non è che russi e cinesi vadano in Africa a fare beneficenza. Perché allora il loro approccio ha successo?

Noi occidentali, i francesi soprattutto, abbiamo avuto un atteggiamento neocoloniale, come se facessimo beneficenza a chi non aveva niente. La penetrazione russa è diversa: risponde ai bisogni di sicurezza e di difesa delle nazioni. La gran parte dei Paesi africani hanno come principale problema non lo sviluppo economico ma la sicurezza: ci sono il banditismo, problemi con i Paesi vicini, lotte tribali, emergenze legate all’insurrezione jihadista. Qualunque progetto di supporto all’Africa deve partire da qui.

Americani e francesi però hanno portato molte truppe in questi Paesi, perché ora vengono rifiutate?

Gli americani fanno un po’ di supporto ai nigerini ma soprattutto usano le loro basi per fare la loro guerra contro i movimenti jihadisti. Quella della Francia è percepita come una presenza che non ha saputo risolvere il problema dei gruppi jihadisti che operano nell’area. L’Occidente vive una fase di perdita di prestigio in Africa, che la guerra in Ucraina ha accelerato: pensava che tutto il mondo lo seguisse nell’isolare la Russia e invece non è stato così.

Dietro la Russia c’è anche l’Iran?

L’Iran ha un export militare che tradizionalmente va verso i Paesi africani. Non mi pare, tuttavia, di vedere una presenza incisiva in Niger, dove invece armamenti, investimenti e supporto vengono da Turchia, Russia e anche Cina. La Russia offre una collaborazione prima di tutto militare ma anche industriale: in Mali costruiranno una fabbrica per lavorare l’oro, così da venderlo a prezzo maggiore.

L’Italia resta l’unico Paese occidentale che non è stato cacciato. Per noi può essere un’opportunità?

In un momento in cui si parla molto di Piano Mattei dovremmo tenere presente che, se vogliamo restare in Africa, il Niger ci dà un’opportunità. Qualunque progetto però non può non comprendere un supporto in termini di sicurezza. In Africa gli italiani sono sempre stati graditi perché non hanno un approccio neocoloniale. In Niger intervistai l’allora ministro degli Esteri Mohamed Bazoum, deposto come presidente nel luglio scorso in seguito al golpe. Mi disse: “Vorremmo l’Italia più presente, c’era negli anni 90 con programmi agricoli molto apprezzati, ma poi non si è più vista”. Penso che dovremmo guardare al Niger come un prototipo di penetrazione in Africa che accomuna un robusto impianto di formazione nella sicurezza e della difesa (i nostri soldati addestrano militari e gendarmi nigerini) abbinandolo a un intervento di sviluppo economico rilevante. Il Niger potrebbe essere un’incubatrice utile per sviluppare un’Italian way all’Africa.

La fascia del Sahel è fondamentale anche per i flussi migratori. Il fatto che sia appannaggio dei russi cambierà qualche cosa per gli arrivi sulle nostre coste?

Non credo alle teorie secondo cui è la Wagner che ci manda i migranti. Sono stato in Niger nel 2014, non c’era neanche l’ombra di un russo, eppure lì confluivano da tutta l’Africa occidentale decine di migliaia di persone per andare ad Agades, dove si affidavano ai trafficanti per attraversare il deserto libico. Credo che i flussi dipendano dal fatto che noi accogliamo tutti e gli africani lo sanno. Non hanno a che fare con i russi: chi fa i soldi in questo ambito sono le organizzazioni criminali che si appoggiano sulle tribù locali. Qualunque straniero che volesse prendere il controllo dovrebbe avere a che fare con queste tribù. E nessuno vuole mettersi contro il Paese che lo ospita. La Wagner si faceva pagare con i proventi dell’estrazione dell’oro, del petrolio, dei minerali. Se l’Europa continuerà a perdere influenza rischierà di vedere incrementati tutti i traffici illeciti che ci colpiscono, a partire da quello migratorio.

C’è il pericolo che i Paesi africani passino semplicemente da un colonialismo francese e americano a uno targato Russia, Cina e Turchia?

Dipende. La Cina è stata apprezzata perché ha costruito infrastrutture, però ha ricattato i governi sul debito e non ha creato posti di lavoro: si sono portati dietro anche la manovalanza. I cinesi si fanno pagare con i diritti di sfruttamento delle materie prime. Il loro è un modello che ha manifestato limiti seri. C’è poi il modello turco, che si è fatto vedere in Somalia, dove ha costruito infrastrutture e venduto armi. Infine c’è quello russo, che punta a creare sviluppo economico ma soprattutto risponde alla domanda di sicurezza. Per ora è quello vincente. La penetrazione russa in Africa non è una novità: i Paesi del Sahel erano sotto l’influenza sovietica quando c’era l’URSS. Quello della Russia è un ritorno.

(Paolo Rossetti)

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