VACCINO COVID A -70°/ Container frigoriferi e hub: ultimo miglio, sfida “da brivido”

- int. Luca Lanini

L’annuncio dell’efficacia al 90% del vaccino anti-Covid e della sua conservazione (a meno 70°) pone una questione logistica che chiama in causa la catena del freddo

vaccino covid
LaPresse

Covid:  l’annuncio da parte di Pfizer e BioNTech dell’efficacia al 90% del vaccino sviluppato dalle aziende ha sollevato una questione non secondaria, quella del trasporto e dello stoccaggio del preparato, che per la sua composizione (differente da quella dei vaccini tradizionali, trattandosi di un vaccino a Rna) andrebbe conservato a una temperatura di 70 gradi sotto zero. Un tema che rappresenta una sfida per l’intera catena del freddo, non secondaria dal momento che riguarda la possibilità stessa di trasportare il vaccino dal punto di produzione a quello di somministrazione. Ognuno dei nodi intermedi deve poter garantire la conservazione e l’integrità del preparato con la stessa efficienza. Il punto debole è al momento il cosiddetto “last mile“, ovvero l’ultima tappa verso il luogo di somministrazione: ospedali, Asl, farmacie. Moduli refrigerati “trasportabili” e grandi aree di stoccaggio: questa la proposta di Luca Lanini, Professore di Logistica e Supply Chain Management all’Università Cattolica.

Professore, il vaccino di Pfizer e BioNTech ha sin dal suo annuncio posto una questione logistica a cui la catena del freddo è chiamata a rispondere. 

È un tema assolutamente specifico, delicato, e le aziende di logistica non sono preparate a gestire una temperatura che non è una cosiddetta temperatura di mercato. Le temperature di mercato arrivano al massimo a -25° per i prodotti alimentari. La barriera dei -70° è una sfida complessiva di un settore, quello del freddo, che non è abituato a questo tipo di temperature, per cui non ci sono esperti né regole.

Quale sarà la rapidità di risposta?

Tutti stanno ragionando perché si richiede una risposta in tempi rapidi: giorni, settimane, un mese. Quelli che sono più avanti sono i tedeschi. L’unico riferimento lo ha dato DHL, che fa parte di Deutsche Post, il gruppo di logistica più importante al mondo. DHL ha fatto uno studio su come sia possibile gestire la supply chain, ma è uno studio le cui informazioni sono disponibili da una settimana, non esiste un tema più nuovo di questo, se ne parla da dieci giorni circa, nessuno può dare informazioni specifiche.

Qual è la difficoltà principale?

A livello specifico, la tecnologia può portare la cella frigorifera alla temperatura che vogliamo, quindi dal punto di vista tecnologico non esistono barriere alla costruzione di celle frigorifere che vadano a -70°. Voglio dire che la tecnologia esiste, non dobbiamo certo inventarla. Le celle frigorifere richiedono accorgimenti tecnici e un certo dispendio energetico per arrivare a una temperatura di -70°, ma come ho detto è qualcosa di possibile.

E allora qual è il problema?

Il problema è veramente soltanto logistico, è una questione di trasporto e di magazzini. Come insegna la supply chain, cioè la gestione dei flussi lungo una filiera, il prodotto (in questo caso il vaccino) deve essere trasportato nel mantenimento della catena del freddo lunga tutta la catena. Leggiamo adesso, noi tutti, che per questo vaccino va mantenuta una temperatura di -70°: la sfida non è avere quella temperatura in un punto ma mantenerla lungo l’intera catena.

Quali sono gli anelli deboli di questa catena?

La catena logistica in questo settore come in tutti i settori è strutturata allo stesso modo: c’è un luogo di produzione, c’è un trasporto verso celle e piattaforme logistiche di stoccaggio, in cui il vaccino rimane per un certo numero di giorni in attesa di essere inviato al destinatario finale. C’è poi lo spostamento da una grande piattaforma refrigerata a un’altra. Supponiamo che il vaccino parta dalla Svizzera: da una piattaforma refrigerata a -70° in Svizzera partiranno camion con container refrigerati che arriveranno in particolari piattaforme di stoccaggio in Italia, Francia, Germania. Fin qui il processo è gestibile.

Come, nello specifico?

Basta pensare a una struttura tecnica che si chiama container. Deve essere un container caricabile e trasportabile nei camion, un container in grado esso stesso di mantenere la temperatura a -70°. Il container viene così trasportato, ipotizziamo, verso una seconda tappa che è la piattaforma italiana e fin qui la logistica riesce a gestire il percorso grazie alle caratteristiche di questi box.

Il problema quindi è l’ultima tappa?

Il problema è il cosiddetto “last mile“, l’ultimo miglio, ovvero la consegna ultima. Una volta che il prodotto è arrivato in Italia, in tre, quattro, cinque piattaforme italiane di stoccaggio, il punto è la consegna alle singole farmacie, alle Asl, agli ospedali. Somiglia un po’ al problema dell’e-commerce e dell’ultimo miglio del delivery di Amazon o Zalando. Prima del corriere che suona alla porta e ci consegna il pacchetto c’è un grande camion che trasporta tutti i pacchi fino ai luoghi di smistamento. Il problema non risolvibile al momento è la parte finale della supply chain, quella in cui, per continuare col nostro esempio, il corriere di turno deve consegnare il pacchetto alla nostra porta. È difficile garantire in quel tratto finale la dotazione di un container refrigerato a -70°.

Come si può fare?

Quello che stiamo leggendo e ascoltando in questi giorni è che ci sono grandi operatori logistici e strutture dotate di hangar e quindi abituate a gestire queste particolarità, come gli aeroporti di Malpensa e Francoforte, pronte a fare investimenti e a dotarsi di celle frigorifere a -70° per gestire questi quantitativi di vaccino. Stiamo assistendo a proposte, ma nessuno fino a tre giorni fa si era posto il problema operativo della gestione pratica dell’ultimo miglio.

Perché?

Per tanti motivi, il primo è che la logistica è una scienza intuita ma poco conosciuta che nasconde problematiche che nessuno si è mai posto. Il secondo è che lo sforzo tecnologico che si richiede è significativo.

È tutto ancora da fare?

Se mi chiede qual è il problema, il problema oggi è tutto, mentre fra un mese sarà solo il delivery. Se mi chiede la possibile soluzione, l’unica soluzione tecnologica che io vedo è la costruzione di piccoli container, della dimensione di un container aereo (come tre o quattro frigoriferi messi assieme), aventi la capacità di mantenere una temperatura di -70° e che siano trasportabili in un camion come un carico; che abbiano inoltre la capacità di avere una spina elettrica che si colleghi al sistema del camion e che dispongano anche di un trasformatore in grado di permettere la creazione di frigor per il mantenimento complessivo della temperatura a -70°: un mantenimento decisamente “energivoro”.

Nel complesso cosa serve predisporre?

Servono grandi piattaforme a monte, grandi piattaforme verso le città, serve un trasporto efficiente tra le due e serve alla fine, nell’ultimo miglio, un trasporto efficiente che può essere fatto con questi piccoli container refrigerati. Poi non è finita qui, ovviamente sono difficili anche tutte le operazioni di stoccaggio del vaccino presso farmacie, Asl, ospedali, a una temperatura simile. Occorrerebbe che farmacie e ospedali si dotassero di frigoriferi a -70°, e questo mi sembra molto difficile.

Un’alternativa?

È più facile che si creino accanto alle strutture (ospedali, etc.) delle tende da campo con all’interno un mega contenitore refrigerato dove i cittadini fanno la fila per farsi il vaccino. Ho difficoltà al momento a pensare che il vaccino arrivi nella corsia dell’ospedale con mantenimento della catena del freddo. Tutto il resto comunque è un tema medico, scientifico, su cui non mi posso esprimere.

Possiamo essere ottimisti circa le risposte che arriveranno?

Le aziende leader europee del freddo non si stanno ponendo ancora il problema, ma confido molto nelle capacità delle aziende di intravedere un business nuovo in questo. Come ho detto la questione qui non è solo avere dei punti refrigerati, non è una questione solo di nodi ma di rete, di collegamento fra i nodi e l’ultimo miglio, tra la piattaforma e la consegna finale. Confido nella grande capacità delle imprese di adeguarsi velocemente, e ripeto, l’unica idea che vedo possibile è di avere questi contenitori modulari refrigerati, chiamiamoli “moduli”. Confido in questo modello di piccoli o grandi moduli che possono avanzare lungo la supply chain.

Un modello di questo tipo sarebbe compatibile con le quantità di vaccino previste, che comunque saranno scaglionate?

È questo il punto, io posso dire con serenità che la logistica sarebbe in grado con questi moduli di accompagnare il processo produttivo, se parliamo di migliaia di fiale al giorno e quantità scaglionate di vaccino. Questa, ricapitolando, potrebbe essere la mia proposta: moduli refrigerati che prevedono a monte grandi piattaforme e aree di scorta, container che a loro volta devono essere stipati in cellule frigorifere a -25°, esse stesse già rare però note, esistenti. I container devono stare in un luogo fresco, non posso metterli al sole perché lo scambio energetico sarebbe troppo complicato da gestire. Per il resto, prevedo una pronta risposta del sistema della logistica. Il traporto è garantito, siamo stati in grado di trasportare qualsiasi cosa durante il lockdown e risponderemo anche a quest’altra sfida.

(Emanuela Giacca)

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