ELEZIONI 2011/ Lao Xi: la pericolosa voglia di fare “rivoluzioni” (e prigionieri)

- Lao Xi

Dalla Cina, LAO XI vede nello sviluppo del dibattito (e dello scontro) alla base delle elezioni amministrative in Italia la richiesta di un cambiamento radicale. In meglio?

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Foto: Imagoeconomica

Il secondo turno delle elezioni amministrative che si sono tenute in Italia può riservare molte sorprese, ma più di ogni altra cosa sorprende qui, in Cina, la sconfitta secca insieme di governo e opposizione nelle due capitali morali d’Italia: al nord, a Milano, e al sud, a Napoli.

In entrambi i casi le amministrazioni uscenti della destra a Milano e della sinistra a Napoli sono state battute da uomini nuovi: Giuliano Pisapia a Milano, rappresentante di una sinistra che va al di là della cornice del Partito democratico, e Luigi De Magistris a Napoli, rappresentante di una forza decisamente terza rispetto a Berlusconi o Bersani.

Viste da lontano queste sono forti indicazioni di una voglia di ricambio radicale nel paese, sia rispetto al governo che all’opposizione. Insomma una parte significativa della popolazione, quella che è in grado di spingere le decisioni da una parte all’altra, che in America chiamano swing vote (voto pencolante da un lato o dall’altro) o che i leninisti chiamerebbero “avanguardia politica”, è stufa dello status quo. Senza bisogno di pensare a una rivoluzione con il sangue per le strade, appare una voglia comunque di cambiamento rivoluzionario.

Spetterà alle forze politiche riconoscere questa voglia di rivoluzione e cercare di soddisfarla, prima che la marea monti fino al punto di mettere una rivoluzione vera tra le mani della gente, direbbero i maoisti di qui. In ogni caso, che Berlusconi e i suoi diretti oppositori riconoscano o meno il momento, il berlusconismo appare finito. Resta la sua coda, che potrebbe essere tanto più drammatica quanto più sarà lunga.

In attesa di una rivoluzione di spirito ma, c’è da augurarsi, non di fatto, bisognerebbe riflettere su quello che il quasi ventennio berlusconiano è stato per capire la direzione del futuro.

A Pechino il 20 maggio si è concluso un convegno internazionale con i partiti europei ospiti del Partito comunista cinese. Al convegno sono intervenuti anche gli italiani del Partito democratico guidati da Rosy Bindi che, come erede del grande e nobile PC italiano, ha ricevuto grande spazio. La platea è rimasta però atterrita. Leader di partiti di destra e sinistra europei, tutti coerentemente uniti nel pregiudizio anti berlusconiano, erano basiti dalla vuotezza e debolezza della Bindi. Un commento è stato: “ora capisco perché gli italiani votano Berlusconi”.

In effetti, il mito della debolezza di Berlusconi è alimentato da anni da giornalisti stranieri in Italia che leggono i giornali italiani ma guardano poco la tv. I giornali “anti berlusconiani” sono ragionevoli, credibili, comprensibili, pacati, mentre quelli berlusconiani paiono gazzette votate all’urlo e all’insulto e perciò sono semplicemente non credibili. I moderati, che sono la maggioranza dei lettori compresi gli stranieri, si convincono contro Berlusconi.

Se però si guarda la tv, e questi sono la maggioranza degli italiani, l’effetto è l’esatto opposto. Trasmissioni condotte da Santoro o Beppe Grillo paiono solo vuote farneticazioni. Gli urli, la rabbia, la violenza che emanano inducono alla fuga verso Berlusconi e al panico i moderati, che sono la maggioranza degli spettatori. Al confronto anche il prono Fede è preferibile all’insulto giacobino degli avversari.

Inoltre, nei confronti tv importanti ministri di governo come Tremonti o Brunetta possono risultare antipatici o simpatici, ma torreggiano per competenza e precisione davanti ai loro oppositori, che paiono confusionari azzeccagarbugli. Viceversa, nella copertura stampa, magicamente gli oppositori appaiono più ragionevoli e comprensibili.

In altre parole a seconda del medium preferito la ragionevolezza vince e dato che spesso i due media, giornali e tv, sono separati nel loro pubblico di destinazione, l’uno non comprende l’altro. Con un’aggravante in più, probabilmente. Gli stranieri che leggono i giornali ma guardano poco la tv non comprendono le ragioni di Berlusconi; viceversa gli italiani attaccati allo schermo ma schivi davanti alle ragioni dei giornali, non capiscono come si possa non votare Berlusconi.

Insomma, per anni si è ignorata la profonda lezione politica che nel 1980 Cesare Romiti impartì all’Italia con la marcia dei 40mila. Il silenzio di quella protesta contro la Protesta stabilì che l’opinione moderata era la maggioranza, e chi l’avesse conquistata avrebbe controllato il cuore politico della nazione.

Forse la distrazione di Berlusconi verso questa lezione ha travolto il capo del governo a Milano. Berlusconi è il premier, è istituzione per antonomasia e in quanto tale non può scagliarsi selvaggiamente contro un’altra istituzione, quella dei magistrati, accusandoli in blocco del crimine più anti istituzionale, quello di essere terroristi. Questa sola accusa indebolisce e rende assurda la posizione di Berlusconi che non può essere a un tempo istituzionale, come premier, e anti-istituzionale come anti-magistratura. Può esserci qualche magistrato iniquo, ma se Berlusconi pensa che la magistratura in blocco sia sovversiva si dimetta, faccia una rivoluzione e cambi le istituzioni dell’Italia.

In quella sua ultima uscita Berlusconi è uscito dal solco moderato ed è apparso sovversivo. La Moratti, che ha mentito sapendo di mentire accusando Pisapia di un passato terrorista che non ha, è apparsa anche lei fuori dal seminato di moderazione, e di quieto vivere, che spinge banalmente molta gente a pensare che l’interlocutore non menta né debba mentire.

In questo, Berlusconi ha commesso lo storico errore di Mao che, capo dello Stato, nel 1966 iniziò una rivoluzione, quella culturale. Ma essere rivoluzionari contro lo stato che si governa è semplicemente autodistruttivo perché, come insegna lo storico Sima Qian (I secolo avanti Cristo), i metodi per mantenere il potere dopo averlo preso sono necessariamente diversi da quelli di chi cerca di prenderlo essendone fuori.

Si può essere rivoluzionari per cercare di arrivare al potere, non più quando si è al potere. Viceversa, se non si è “rivoluzionari” nel cercare di prendere il potere, difficile vincerlo. Confondere i due piani significa perdere il potere o non conquistarlo. Le ricette quali dovrebbero essere a questo punto?

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