DALLA CINA/ Lao Xi: per Renzi è più pericolosa la Grecia dei migranti

- Lao Xi

Da Mafia Capitale al caso Azzolini, fino all’emergenza immigrazione. Sono tante le gravi vicende aperte che pesano sul governo Renzi: con quali conseguenze? Dalla Cina, LAO XI

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Matteo Renzi (nfophoto)

Il governo di Matteo Renzi, per ora, non è sotto assedio né traballa, ma i colpi che si accumulano non paiono pochi. Le ultime elezioni sono andate male per il premier, lui stesso non ha nascosto la sconfitta e ieri ha parlato di “momento più difficile della legislatura”. Certamente il risultato è dipeso un insieme composito di fattori. In fondo non ci sono urgenze di un ritorno del paese alle urne, ma questo voto è solo l’ultimo di una serie di punti di rischio per il governo.

C’è la spina di Roma che si aggroviglia con il passare dei giorni mentre i magistrati continuano ad arrestare sempre più persone vicino al sindaco Marino, il quale invece galleggia come su di una nuvola.

Lui, Marino, sarà innocente e pulito, ma il fango che c’è intorno a lui da dove viene? Esso prova o che il sindaco è un grande ingenuo (che ci fanno gli ingenui in politica?), o che la magistratura è malevola. L’alternativa o un mix dei due fattori in qualunque proporzione è venefico.

Così le soluzioni sono tutte altrettanto cattive. Che resti, si dimetta, o venga commissariato, non c’è nulla di buono. Questo però, alla fine, è un cancro locale e che solo di traverso può essere ascritto al premier.

Il Caso Azzollini sembrava più pericoloso, ma si sta rivelando una specie di bomba carta: tanto rumore per nulla. Gli uomini di Alfano saranno infuriati per il fatto che dopo Maurizio Lupi perdono un altro loro rappresentante al governo. Ma sanno che se tirano la corda si va alle elezioni e loro spariscono, quindi meglio semplicemente continuare il più a lungo possibile.

La piaga ancora aperta e con conseguenze ancora difficili da immaginare è quella dei profughi. Gli europei hanno risposto picche a Renzi che chiedeva sforzi congiunti. La risposta europea è stata egoista e meschina, ma questo sembra indicare che l’Italia finora ha dato troppo poco al tavolo europeo per poter essere in grado di chiedere qualcosa di delicato e importante, come un qualche sforzo di contenimento comune della marea dei profughi. O comunque sia non ha sufficiente peso politico per mobilitare i vicini del nord su un dossier così delicato.

Questa dei migranti è una trappola che potrebbe chiudersi con l’arrivo di nuovi profughi (e il verificarsi di nuovi naufragi, con annesse vittime) nel corso dell’estate. Da ora fino alla fine di agosto è stagione aperta per i barconi e per il tragico tira e molla sul che fare di concreto.

L’inerzia tragicamente incoraggia i mercanti di schiavi che imbarcano uomini come fossero animali su trabiccoli che sono poco più che zattere. Ciò, come abbiamo visto spesso, purtroppo contribuisce solo ad aumentare la popolazione degli squali nello stretto di Sicilia.

Il Papa sa che invocare misericordia, pietà e salvezza per questa gente accecata dalla sola speranza di arrivare in Europa, è una bandiera. Ma altri devono dare sostanza a quel grido di sofferenza, è questo in effetti può essere fatto forse solo con un intervento in Libia, così come in passato si fece in Albania. Solo che per motivi storici l’Italia non può andare in Libia, e quindi chi ci va? Come si ferma il traffico degli schiavi di oggi?

Anche qui, Renzi non può temere un disarcionamento per l’ennesima tragedia in mare, ma il lento flusso di profughi con le notizie relative può contribuire a logorare il governo. Renzi si troverà infatti sempre di più tra gli opposti fuochi di che chiede solidarietà per i profughi, come l’ala di sinistra del suo partito, e chi li usa per accusare il governo.

Questo potrebbe far perdere la testa a molti, ma il premier sembra avere la pelle durissima e anzi le opposte fazioni potrebbero aiutarlo a presentarsi con un’equilibrata posizione ragionevole che metta gli avversari in disparte.

Eppure qualcosa l’Italia e l’Europa dovrebbero fare per questa tragedia immane. Questa però, almeno per ora, non sembra avere grandi riflessi sulla vita del governo.

Tutto bene dunque? In realtà, forse no, perché rimane sul tavolo l’enorme incognita greca. Primo, perché non si sa appunto come finirà la trattativa, dopo l’ennesimo fallimento delle ultime ore. Uscita della Grecia o condono del debito sarebbero comunque risultati con un grande impatto sull’economia italiana.

Il secondo aspetto è l’eventualità che questa trattativa così faticosa e protratta incoraggi i tanti che a Roma vorrebbero imitare Atene in un simile affannoso braccio di ferro con Francoforte. Tali tentazioni sarebbero pericolose. Forse l’Italia dovrebbe essere più decisa nel discutere con l’Europa e la Germania, perché i mercati internazionali possono più facilmente perdonare o trascurare la testardaggine della Grecia, economia minuscola, ma molto più difficilmente possono farlo con un paese come l’Italia che ha un Pil grande la metà di quello tedesco.

Questa la seconda maggiore minaccia, sopita per ora dai numeri dell’economia che sembrano migliorare. Ma tra qualche mese?

La Cina per decenni e ancora adesso tra i tanti capitoli aperti con gli Usa ha la questione nordcoreana. Pyongyang non può essere fatta sparire, per tanti motivi strategici e congiunturali, ma non può nemmeno diventare il perno di mille discussioni con Washington. Lo sforzo di Pechino è stato quello di minimizzare il peso di Pyongyang e incapsularne il problema. La Nord Corea ha provato a fare il contrario: creare più allarme possibile per estrarre ogni vantaggio.

La Grecia sembra intraprendere un percorso simile a quello della Nord Corea, dove la sfida è trovare un equilibro tra la difesa degli interessi di un paese e l’isolazionismo egoista. In qualche modo la Grecia non deve diventare la Nord Corea dell’Italia.

In questo senso sembra di essere tornati alla storia di 22 secoli fa, quando Roma combatteva Cartagine ma allo stesso tempo si allargava verso la Grecia. Oggi come allora Atene è per Roma una spada di Damocle, e Roma è in lotta contro il tempo per reimpostare la sua economia prima che Atene faccia troppo le bizze. Oggi — diversamente da allora — l’obiettivo finale non è distruggere Cartagine, ma trovare un equilibrio positivo per unirsi meglio a Bruxelles. In ciò Renzi ha bisogno di tutta la sua abilità.

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