DALLA CINA/ I tre partiti anti-Renzi e la Mediobanca che non c’è

- Lao Xi

Stanno emergendo tre forze anti-Renzi che rischiano di attirare gli attuali sostenitori del premier, soprattutto con l’avvicinarsi del varo delle riforme. Dalla Cina, LAO XI

renzi_nuova_blu_r439
Matteo Renzi (Infophoto)

Quello che ha mantenuto al potere finora il governo di Matteo Renzi è stata la combinazione di due elementi, uno oggettivo, l’altro soggettivo da parte dei singoli parlamentari. Entrambi stanno venendo meno e una nuova fase politica si sta affacciando, mentre l’incubo della Grecia non smette di popolare il sonno degli italiani (anche quello di Renzi).

L’elemento oggettivo è la necessità di fare riforme istituzionali che diano al futuro governo poteri sufficienti rompendo il bicameralismo perfetto, eredità della lotta, ormai superata, contro la minaccia fascista o comunista. Una riforma in questo senso sta emergendo, l’anno prossimo sarà approvata. Non sarà la perfezione ma il meglio è il peggior nemico del bene e quindi da allora in poi si potrà tecnicamente votare con la speranza concreta che emerga una maggioranza netta nel Paese.

Soggettivamente, finora la stragrande parte dei parlamentari si attendeva di essere rapidamente “rottamata” alle prossime elezioni e quindi sperava che la legislatura andasse avanti sempre e comunque per avere per qualche mese in più il lauto stipendio di deputato o senatore. Ora stanno emergendo con forza ben tre schieramenti anti-Renzi: uno a destra, guidato da Salvini e sostenuto da Berlusconi, uno a sinistra, dove torreggia Grillo, e l’altro, sempre più forte, dentro il partito di maggioranza, il Pd, che vuole togliere Renzi. Nessuno dei tre minaccia “rottamazioni” e quindi recluta consensi tra i parlamentari. Le nuove reclute sperano quindi che in caso di vittoria saranno rieletti, motivo per non temere il voto e quindi vogliono battaglia, nella speranza di vincere e avere molto più potere di oggi.

Paradossalmente quelli che hanno tutto da perdere sono i sostenitori di Renzi, i quali non sono tutti di primo pelo, e hanno perciò la concreta prospettiva di dovere tornare a casa in caso di fedeltà e vittoria. Il calcolo dell’utilità individuale oggettivamente spingerà molti renziani a riallinearsi con i tre schieramenti nei prossimi mesi e l’avvicinarsi del varo delle riforme. Certo, prima delle riforme elettorali nessuno dei tre (poiché ciascuno conta di vincere con il nuovo voto) avrà interesse a far cadere Renzi, ma azzopparlo, farlo inciampare sempre di più e sempre più pesantemente sarà la norma. Del resto è successo così con il voto per la Rai e con le polemiche sul non procedere di Azzollini.

Il perché Renzi rischi di essere la vittima sacrificale delle riforme è semplice ed è l’economia. Ora è in corso una piccola ripresa grazie all’euro debole, il petrolio a basso prezzo, l’effetto Expo e la paura del contagio greco. Ma questa ripresa è mal distribuita. È tale a nord; a sud non si vede, dove c’è un’economia peggiore di quella greca. Ciò riporta alla questione storico-fondativa dello Stato italiano, quella meridionale, che a oltre un secolo e mezzo dall’unità nessuno sa come risolvere. 

In realtà la risposta per Renzi o per chiunque lo segua è semplice, vista dalla Cina: l’Italia deve riscoprire la sua geografia e quindi allacciarsi ai flussi economici e commerciali che vengono da oriente. Le repubbliche marinare, che iniziarono il Rinascimento europeo, nacquero in Sud Italia, emigrarono al nord per difficoltà al tempo coi trasporti terrestri. Era più facile andare via mare che via terra, quindi Genova e Venezia, più vicine a Francia o Germania, ebbero la meglio su Amalfi o Trani.

Oggi le cose sono diverse, ma al di là degli interessi proclamati, il sud non si muove sulle infrastrutture, né si muoverà nel prossimo futuro. Gli investitori cinesi che erano a Taranto sono emigrati al Pireo… e così ha fatto di recente uno degli industriali pietra angolare dell’industria privata che ha ricostruito l’Italia nel dopoguerra, Pesenti. Che si è letteralmente venduto ai tedeschi, pensando giustamente che la competizione globale ha bisogno di fare sistema non con Roma ma con Berlino, capitale d’Europa.

Una scelta simile l’ha fatta poco tempo prima il colosso industriale Fiat, emigrando in Olanda per ragione fiscali. Cioè la crescita globale dell’industria rende potentemente sottodimensionate le imprese italiane. Esse avrebbero bisogno di creare alleanze forti per crescere e sopravvivere, come ha fatto Pesenti, o avere un aggancio infrastrutturale con i mercati in crescita, come sarebbe stato con Taranto. Nessuna delle due cose sta avvenendo. Al di là dei timori di espulsione greca dall’euro e di contagio italiano, servirebbe una nuova idea industrial-finanziaria per l’Europa. Enrico Cuccia e la sua Mediobanca furono un tentativo di ricreare e proteggere l’apparato produttivo italiano in un momento di grave crisi, dopo la seconda guerra mondiale, e riuscì.

Oggi è impossibile pensare a progetti analoghi su scala europea, ma Renzi — o chiunque altro — potrà governare solo se comincia a dare delle risposte a queste esigenze, che stanno tutte in una frase: ristrutturazione industriale a nord e lancio infrastrutturale a sud. Quindi due le sfide per Renzi in futuro, nel suo prossimo annetto di governo: convincere deputati anche stagionati a stare con lui e a non tradirlo per il primo che passa; rispondere concretamente a ristrutturazioni industriali e infrastrutturali. Se fallisce in solo uno dei due temi rischia di essere stato solo l’utile servo di una riforma politica che ha portato al potere, stabile, di altri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori