VIVERE SENZA PAURA/ 2. È possibile solo se il nostro cuor è pieno di qualcuno

- Eugenio Mazzarella

Nell’incertezza si può vivere senza paura solo affidandosi a qualcuno. L’autore commenta il dialogo tra J. Carrón, C. Taylor e R. Williams avvenuto ieri al Meeting

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Un momento dell'incontro (Foto da Youtube)

“Vivere senza paura nell’età dell’incertezza” è stato il tema e il titolo del coinvolgente dialogo, moderato da Monica Maggioni, cui hanno dato vita ieri, nella cornice del Meeting, Julián Carrón, docente di teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione; Charles Taylor, professore emerito di filosofia alla McGill University, Montreal, vincitore del Premio Ratzinger 2019; e Rowan Williams, professore emerito di pensiero cristiano contemporaneo, alla University of Cambridge, già arcivescovo di Canterbury.

Ma più che tre illustri pensatori, come ci dicono queste note biografiche, chi li ha ascoltati ha ascoltato tre uomini, che, senza conoscersi, hanno speso una vita a sforzarsi di non sbagliare le domande: su sé stessi, sulla vita, sul loro tempo. A non mettere da parte, nel mondo conclamato dell’homo faber che è il nostro mondo, la domanda di senso dell’umano e sull’umano. In buona sostanza il filo conduttore della domanda religiosa, del senso religioso, che come ha insegnato don Giussani, intride l’anima, la coscienza di ogni uomo, anche di chi quella domanda fugge.

A loro che a questa domanda – che è una domanda non facile: chi si fa abitare da questa domanda, deve accettare di fare entrare in casa sua, dentro di sé, avere sul tavolo di gioco di ogni giorno lo scacco del male e della morte, e tuttavia continuare a dare le carte del gioco della vita – non sono fuggiti, Monica Maggioni ha chiesto se innanzi tutto si può davvero vivere senza paura nell’età dell’incertezza che viviamo. Un’incertezza che in un mondo scristianizzato, secolarizzato, dove non siamo più “educati”, cioè tirati fuori da noi, alla fiducia in Dio (Taylor), dove il nemico che ci disarma prima ancora di ogni difficoltà è la “divisione” da Dio (Williams), tanto da mettere a repentaglio la stessa lealtà dell’umano verso se stesso, la lealtà di accettare la sfida dell’irriducibilità ultima della persona (Carrón), ci mette di fronte a una scelta: o la “paralisi” difensiva nell’io, che arma (spesso tragicamente anche in senso letterale) ogni egoismo (singolo e collettivo), ovvero scegliere le reti fiduciali della relazione umana a reggere le sfide ineludibili dell’evidenza – nella paura – dell’insufficienza del Sapiens alle sfide del mondo; che “il sapere (la techne) è di molto più debole della necessità” (Eschilo, Prometeo; detto attribuito dalla tradizione a Prometeo, che fa di lui il primo filosofo, e non solo il primo tecnologo).

Di questa “debolezza” strutturale dell’umano, abbiamo capito ancora qualcosa nell’ultima sua “congiuntura” storica ed esistenziale: la pandemia. Ma a queste reti fiduciali è fondamentalmente affidarsi, sul modello di un bambino impaurito che si rifugia tra le braccia della madre, al maternage creaturale del divino “sentito” dalla coscienza religiosa. Alla fede in Qualcosa che è più forte di noi che ci sta accanto. Per i cristiani questo maternage divino ha il volto e la parola rasserenanti di Cristo che ci parla nella barca in tempesta della vita (Carrón).

In buona sostanza alla domanda della Maggioni, Carron, Taylor, Williams, hanno risposto nello stesso senso: nell’età dell’incertezza si può vivere senza paura, senza paralizzarsi nella paura (che è un frenetico attivismo difensivo di sé, che ci rende ciechi alle ragioni degli altri), se ci affidiamo a una certezza creduta: credere non riempie la testa, ma il cuore sì, e solo un cuore pieno della fede in qualcosa o qualcuno ti fa reggere anche una testa piena di dubbi. È un’evidenza elementare dell’esperienza. I cristiani l’hanno declinata credendo in Qualcuno (Cristo) in cui si raccoglie ogni qualcosa del mondo, anche quel qualcosa che noi siamo. Una declinazione antropologica dell’esperienza che noi cristiani dovremmo saper vedere, e forse rivendicare, come la scelta migliore, perché è la scelta dell’inclusione di tutti e tutto nel Cuore divino che regge il mondo. 

Una scelta che fondamentalmente resta l’unica alternativa allo scambio proposto e perorato dal Grande Inquisitore tra le sicurezze del Potere e l’esposizione alla pienezza della vita, nel suo bene e nel suo male, della “libertà” del cristiano, sostenibile solo in Cristo e con Cristo. Una seduzione, però insincera, perché il Potere è sempre in sé un abbandono della tua verità. Nella “libertà” cristiana è antropologicamente cifrata la barca del principium individuationis, ciò che fa umano l’umano. Una barca che per tenere il mare ha bisogno del governo del Maestro interiore; e non può essere tirata a secco sulla riva, perché significa tirarla fuori dalla vita, dalla sua vera libertà di navigarsi, di liberare nel mondo, nell’essere, qualcosa o qualcuno che continui la creazione iniziata da un Altro.

In questo dialogo che si è potuto ascoltare il punto che non rasserena è proprio la scristianizzazione in essere nell’età dell’incertezza. Per due motivi: perché riguarda noi, la civilizzazione cristiana, e minando il fondamento creduto della nostra fede, Cristo, e quel che ci ha detto, ci rende i più incerti tra gli incerti nel mondo della globalizzazione che avanza; e perché riguarda gli altri, cioè la debolezza della nostra testimonianza alle altre civilizzazioni, per quel che potremmo dare come seme, se non di fede, di riflessività umana alla loro (a noi comune) umanità. Ma questo chiederebbe un altro dialogo.

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