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PENSIONI/ I numeri che danno ragione a Boeri contro Damiano e Sacconi

Una nuova polemica si accende sul fronte delle pensioni. Damiano e Sacconi chiedono di fermare l’aumento dell’età pensionabile. Boeri non è d’accordo. GIULIANO CAZZOLA

pensioni, Tito Boeri (Lapresse) pensioni, Tito Boeri (Lapresse)

L’Italia - per usare un linguaggio evangelico - è un Paese di Farisei. Periodicamente, alla pubblicazione di nuove statistiche sulla povertà dei minori e la disoccupazione dei giovani (salvo far finta di non vedere quante occasioni di impiego vengono rifiutate), si mettono tutti a piangere calde lacrime e a innalzare ripetute lamentazioni. Poi, la mattina dopo, tutti si precipitano a occuparsi di pensionati e di pensioni. Si è arrivati persino al punto che, al tavolo del negoziato con il Governo, le organizzazioni sindacali stanno cercando - nella cosiddetta Fase 2 - di tutelare i giovani per quando saranno pensionati.

Nelle ultime giornate è scoppiata una polemica tra il presidente dell’Inps, Tito Boeri, e i due autorevoli presidenti delle commissioni Lavoro di Camera e Senato (rispettivamente Cesare Damiano e Maurizio Sacconi), in questo caso alleati per sollecitare una manipolazione dell’adeguamento automatico dell’età pensionabile di vecchiaia all’aspettativa di vita. Ma, per non commettere errori diamo direttamente la parola ai due, che da ministri, hanno costantemente cercato di smantellare quanto l’altro aveva fatto in precedenza. Sotto il titolo di “Appello per una maggiore gradualità dell’età di pensione”, i due hanno scritto: “Pur muovendo da diverse impostazioni sull’assetto del sistema previdenziale condividiamo la necessità di un rinvio strutturale dell’adeguamento dell’età di pensione all’aspettativa di vita, che altrimenti la porterebbe a 67 anni a partire dal 2019, almeno in termini tali da introdurre una maggiore gradualità.

La manovra Fornero non ha di fatto previsto una vera transizione per cui persone già prossime all’età di pensione all’atto della sua approvazione hanno subito l’allungamento dell’età lavorativa fino a sei anni. Al di là delle possibilità di trattamenti anticipati ‘sociali’ od onerosi il sistema italiano si caratterizza già ora per il primato globale dell’età di pensione. Fermi restando gli obiettivi di sostenibilità nel lungo periodo, un po’ di buon senso aiuterebbe la società a ritrovare fiducia nel sistema previdenziale, a partire dai giovani. Rivolgiamo in tal senso un appello alle colleghe e ai colleghi di tutti i gruppi parlamentari come al Governo e nei prossimi giorni convocheremo una conferenza stampa per illustrare le ragioni e i contenuti della nostra iniziativa”.

Boeri ha risposto, con un’intervista al Sole 24 Ore di domenica, denunciando che un’operazione siffatta avrebbe un maggior costo, da qui al 2035, di 141 miliardi, e produrrebbe 200mila pensioni in più ogni anno. Anche in questo caso, poi, si è giocato con le parole. Boeri ha usato il termine “blocco” (dell’aggancio automatico), i due presidenti hanno risposto che loro propongono soltanto una rimodulazione in grado di decelerare la corsa all’inseguimento della longevità. L’esperienza insegna però che, quando una norma è scomoda, si comincia per rinviarne l’applicazione aspettando il momento opportuno per abolirla. Tra i tanti aspetti condivisibili dell’intervista, uno ci è sembrato particolarmente interessante: quello di agitare lo spauracchio dei 67 anni, come se tutti gli italiani fossero costretti ad andare in quiescenza non prima di quell’età. Il presidente dell’Inps, invece, smentisce che l’Italia abbia il primato della più elevata età pensionabile e invita a considerare non già il requisito legale, ma quello (medio) effettivo alla decorrenza della pensione.

Certo, se ci si ferma ai trattamenti di vecchiaia nel 2016, con riguardo ai principali regimi privati dei lavoratori dipendenti e autonomi, l’età media alla decorrenza è pari a 66 anni (66,8 gli uomini e 65,1 le donne). I dati cambiano di pochi decimali di punto nei primi due mesi dell’anno in corso. È quindi strumentale cincischiare con l’età di vecchiaia, quando gli italiani, soprattutto se maschi, vanno in pensione di anzianità. Va ricordato, però, che, nel caso della vecchiaia, incide molto la parificazione tra generi, già avviata dall’ultimo governo Berlusconi e accelerata dalla legge del 2011. Tanto che, rispetto ad allora, l’età media alla decorrenza per i maschi è cresciuta di 0,9 anni, mentre sono stati 3,7 anni per le donne.

Diverso è il trend delle pensioni anticipate/di anzianità. Dal 2012 fino a febbraio di quest’anno, sono state liquidate più di 600mila pensioni anticipate, contro 450mila prestazioni a titolo di vecchiaia. E a quale età media si è varcata, in anticipo, l’agognata soglia? Nel 2016 a 60,7 anni (dato complessivo per uomini e donne di tutte le gestioni considerate: 61,1 i primi e 59,8 anni le seconde), due decimali in più nei primi mesi del 2017. Se poi vogliamo toglierci la curiosità di verificare la reale sussistenza del presunto primato italiano occorre fare i conti con quanto ha affermato Boeri nell’intervista, citando un dato del 2014: se si considera l’età in cui le persone vanno davvero in quiescenza, il nostro Paese è al di sotto della media europea e ai 64 anni della Germania.

Ieri, intanto, vi è svolto un seminario sulle pensioni presso la direzione del Pd, insieme al Trio Lescano confederale. Pape Satan, Pape Satan Aleppe.

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