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BOB DYLAN/ Anteprima "Tempest": a 71 anni ecco uno dei suoi dischi più belli di sempre

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Bob Dylan e la sua banda, foto Sony Columbia Records  Bob Dylan e la sua banda, foto Sony Columbia Records

"The circus is in town", il circo è arrivato in città, cantava Dylan qualche decennio fa nella celeberrima Desolation Row. La canzone stessa era un circo: dentro, c'erano Cenerentola e T.S. Eliot, il gobbo di Notre Dame e il Buon Samaritano, Einstein e il Fantasma dell'Opera. In una galleria fantasmagorica di personaggi veri o usciti dalle pagine dei libri e dagli schermi dei cinema, Bob Dylan all'apice della sua visionarità poetica rinchiudeva questi rappresentanti dell'umanità in un vicolo, quello della desolazione. Quarant'anni e passa dopo, quel circo di umanità dolente torna a farci visita nelle canzoni di "Tempest", un acuto da parte di un artista che non ci sorprendeva così da molti anni, almeno dieci, quando era uscito il suo ultimo disco davvero degno di nota, "Love and theft". Qui troviamo infatti Charlotte la prostituta, Maria la madre di Gesù  e la Regina delle Fate, Leonardo Di Caprio e Al Pacino, Cleopatra e John Lennon.

E' una umanità diversa, meno disperata e fallimentare, anzi qualcuno di essi è simbolo della salvezza stessa, che sia quella eterna o quella del rock'n'roll, e che non meritano questa volta di essere rinchiusi in un vicolo della desolazione. Ma allo stesso tempo, non sono degni di stare insieme ai comuni mortali: adesso siamo noi infatti, a vivere in un vicolo della desolazione. Loro ne sono fuggiti, per i loro meriti o per le loro colpe, e stanno da qualche parte in una Repubblica Invisibile dove solo i giusti possono ambire a entrare.  Un Dylan spumeggiante, irresistibile, che tratteggia un mondo non sull'orlo dell'abisso, come ha fatto più o meno per tutta la sua carriera, lanciando profezie di ogni tipo (molte delle quali rivelatesi reali), ma un mondo che nell'abisso c'è già precipitato. Siamo in un'epoca indefinibile, in una città tinta di sangue scarlatto, che si chiama Duquesne (che esiste davvero ed è - non a caso -  una città fantasma nelle montagne dell'Arizona): da qui questi personaggi osservano lo sfacelo del nostro mondo. Quella accennata nel disco è un'epoca che va dagli antichi primi re romani al Far West al naufragio del Titanic, ma è ovvio che ogni riferimento è del tutto attuale.

In Early Roman Kings Dylan infatti si permette il lusso di citare una frase tratta da un film di Al Pacino e di citare anche i "tribunali siciliani" come esempio di mala giustizia.  In questo mondo dannato che ha rinunciato a ogni speranza, o illusione, resta una sola cosa da fare: attendere non un salvatore, ma il Salvatore. “ Non mi conosci? la prossima volta che verrò sarà per tutti voi - sì, Signore, ti conosco" canta Dylan. Arriva anche a citare uno dei poeti maledetti più amati dagli artisti rock, William Blake, per ribadire il concetto: "Tigre, tigre, ardente e luminosa
prego il Signore che prenda la mia anima nelle foreste della notte". 


"Tempest" è allora un viaggio in quella Repubblica Invisibile che sin dai tempi dei "Basement Tapes", alla fine degli anni sessanta, Dylan bazzica con affetto. Quella Repubblica dove la promessa americana era stata annunciata e per chi ci aveva creduto, come Dylan, quel territorio rimane, da qualche parte, invisibile ai più. Il viaggio comincia sin dalle primissime note: una vecchia registrazione in sordina, steel guitar e qualche accordo di chitarra acustica, un sound low-fi, come se chi suona fosse di là in una stanza chiusa, oppure una radio stesse cercando di sintonizzarsi su una stazione fantasma. O forse è proprio un fantasma, quello che suona, magari quello di Hank Williams che della Repubblica Invisibile è il re. Pochi secondi e poi parte il brano vero e proprio, che è un treno che sbuffa e traballa, un po' come quel mystery train che viaggia da decenni attraverso la miglior storia del rock senza mai fermarsi. Non può fermarsi, fino a quando un uomo buono scriverà una grande canzone, questo treno continuerà la sua marcia. Duquesne Whistle è il fischio del treno che ci porta a Duquesne dove siamo invitati: è uno Texas swing, lo stile è quello del padre di questa musica, Bob Wills, ma Dylan ci mette dentro una dose di sano rock con due chitarre elettriche che mimano la marcia del treno.




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