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SCIENZAinATTO/ La Scienza oltre il Riduzionismo (2)

Si svolge in questa seconda parte l’ analisi del riduzionismo causale, di quello concettuale, e dei loro limiti, nella prospettiva di un oltre che utilizza il concetto di analogia.

L’autore prosegue in questa seconda parte l’analisi delle forme di riduzionismo nella scienza, dedicandosi a quello causale e a quello concettuale. Il riduzionismo causale, richiede un ripensamento del concetto di causalità nella scienza e trova storicamente due importanti limiti: l’indeterminismo della fisica quantistica e le forme di complessità che portano all’impredicibilità del caos deterministico. L’aspetto concettuale del riduzionismo per cui i concetti applicabili al tutto possono essere interamente espressi in termini che si applicano alle parti, trova evidenti limiti: per esempio la chimica non è riducibile alla fisica, né la biologia alla chimica. L’autore allora introduce i concetti di «causalità formale», e di «analogia» come nuovi concetti da introdurre nell’ambito epistemologico della scienza.

Vai alla Prima Parte dell'Articolo pubblicata sul n° 49 - Giugno 2013 della Rivista

Oltre il riduzionismo causale

L’affronto del secondo aspetto del riduzionismo, quello del «riduzionismo causale» e del suo superamento richiede, ovviamente, qualche osservazione sulla nozione di causalità in ambito scientifico.
Anche a proposito del problema specifico della causalità è stato compiuto un percorso di maturazione della «metafisica» richiesta alla base delle scienze. Ci occuperemo, molto schematicamente e quasi solo per titoli, di alcuni aspetti rilevanti nel mutamento della nozione di causalità in rapporto all’interpretazione delle teorie scientifiche.

Mutamenti nell’approccio alla causalità nel contesto scientifico

Si tratta di aspetti che denotano un primo significativo orientamento di carattere ontologico, pur se ancora bisognoso di una sistematizzazione e di un approfondimento adeguato. Il problema della causalità, a cominciare dalla fisica moderna, è stato comunemente inteso, sulla base di una sorta di filosofia spontanea degli scienziati, principalmente in relazione alla «causa efficiente» ed è sorto al livello dei tentativi di interpretazione ontologica della dinamica dei fenomeni meccanici e più in generale fisici.
Per esempio, nell’ambito della meccanica newtoniana la forza veniva interpretata come la causa efficiente dell’accelerazione di un corpo al quale essa è applicata, fornendo in tal modo un’interpretazione della seconda legge della dinamica, , di Isaac Newton (1642-1727).
Questa visione, tuttavia, incomincia a dimostrarsi troppo restrittiva già con la meccanica quantistica che introduce l’indeterminismo con il principio di Heisenberg; e ancor più rispetto al quadro scientifico recente nel quale affiorano anche altri aspetti della causalità legati alla non linearità e alla complessità.
[A sinistra: Werner Heisenberg (1901-1976)]
Già Ernst Mach (1838-1916) non si accontentava di disporre di una «causa delle accelerazioni» (variazioni degli stati del moto), ma si domandava quale fosse la causa dello «spontaneo» permanere dei corpi nel loro moto rettilineo e uniforme in assenza di forza (si trattava di un moto senza causa?).
È quasi un inconsapevole riavvicinarsi ad Aristotele (384 a.C- 322 a.C), con la ricerca della causa del moto in se stesso. Una sorta di ricerca della «causa dell’essere», di qualcosa (l’inerzia, lo stato del moto) più che di una «causa del divenire» (l’accelerazione come mutamento dello stato del moto).
Naturalmente Mach non poteva che cercare una spiegazione in termini di interazione fisica tra le parti dell’Universo. Una suggestione che guidò Albert Einstein (1879-1955) verso il «principio di equivalenza» che è alla base della Relatività generale.

La causalità nelle scienze odierne

Ai nostri giorni si sono aperti molti interrogativi sul ruolo della causalità nelle teorie scientifiche.
Oltre al problema della «causalità efficiente» per l’interpretazione delle teorie fisiche; della «causalità materiale» implicito nella ricerca dei costituenti elementari della materia, emerge ormai la «causalità finale» nei sistemi «organizzati», capaci di operazioni finalizzate (soprattutto i sistemi biologici) e la «causalità formale» (informazione) in quanto principio unificante e ordinatore del tutto rispetto alle parti di un sistema complesso strutturato in livelli di organizzazione irriducibili e gerarchizzati.
Si tratta di modalità di approccio ancora abbastanza rudimentali dal punto di vista filosofico, bisognose di una formulazione meno ingenua e più rigorosa, nelle quali si intravede, però, nettamente, il tentativo di riappropriarsi di una sorta di metafisica della causalità, capace non solo di confrontarsi ma anche di rivisitare con i nostri strumenti formali la teoria aristotelica delle quattro cause.
Si direbbe che un certo aristotelismo, cacciato dalla porta della scienza galileiana, sembra quasi rientrare dalla finestra della «scienza della complessità» e della logica della «teoria dei fondamenti».


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