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SCIENZ@SCUOLA/ Il pensiero computazionale e la scuola dell’obbligo

Nel P.N.S.D. si afferma l’esigenza di introdurre al pensiero logico computazionale i bambini della scuola dell’obbligo. Al riguardo un chiarimento concettuale e alcune esperienze didattiche.

Il recente Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), introduce una nuova visione digitale della scuola italiana, che comprende l’introduzione al pensiero computazionale come componente importante dei percorsi didattici, in ogni ordine di scuola, ma a partire dalla scuola dell’obbligo.
L’autore chiarisce il significato del pensiero computazionale dal punto di vista del suo contenuto e del suo valore culturale.
Dopo un’analisi critica del suo possibile ruolo nei processi educativi e didattici, presenta alcune esperienze positive nei vari ordini scolastici.

 

 

 

 

 

 

Il Piano Nazionale Scuola Digitale, recentemente pubblicato dal MIUR (2015), traccia i contorni di una nuova visione della scuola digitale in Italia. Si tratta di una scuola basata su competenze, ricca di strumenti di co-creazione di contenuti, che richiede una parziale nuova definizione dei ruoli di chi insegna e di chi apprende.
Il documento propone di collocare in questo contesto «l’introduzione al pensiero logico e computazionale e la familiarizzazione con gli aspetti operativi delle tecnologie informatiche. In questo paradigma, gli studenti devono essere utenti consapevoli di ambienti e strumenti digitali, ma anche produttori, creatori, progettisti» (p. 29).
Si tratta di un’affermazione impegnativa, perché mette in gioco l’epistemologia stessa dei programmi scolastici, e assegna alla scuola il compito di introdurre un ulteriore tipo di pensiero.
A fianco del pensiero logico, che fa parte della fibra stessa della Matematica, della Filosofia e delle Scienze, ma che si trova in tutte le discipline (basti pensare al ruolo dei testi argomentativi), troviamo il pensiero computazionale, che non viene però definito esplicitamente. Ne viene identificata la finalità: la familiarizzazione con gli aspetti operativi delle tecnologie informatiche nella prospettiva multipla di utenti consapevoli, produttori, creatori e progettisti.
Il documento considera, peraltro in maniera piuttosto fumosa, anche i docenti, che «dalla loro parte e in particolare per quanto riguarda le competenze digitali, dovranno essere messi nelle giuste condizioni per agire come facilitatori di percorsi didattici innovativi basati su contenuti più familiari per i loro studenti»(p. 29).
L’intento di questo articolo è di fornire una pista di lavoro a docenti e dirigenti scolastici, cercando di dare corpo alla frase «pensiero computazionale». Cercheremo dunque di formulare alcune ipotesi sui suoi contenuti culturali ed educativi, di distinguerlo dall’«informatica» come la troviamo oggi nella scuola (e come, in molti casi, ancora ce la immaginiamo), e di fornire esempi di possibili approcci didattici.

 

 

Contenuti, valore e valenza del pensiero computazionale

 

Contenuti
La locuzione computational thinking è stata usata per la prima volta da Seymour Papert (1928-…), autore del famoso libro Mindstorms (1980) e del linguaggio di programmazione LOGO. È però nel 2006 Jeannette Wing (1956-…), a definire e presentare il termine computational thinking come competenza per tutti, e non solo come una modalità di pensiero propria degli informatici.
Il computational thinking viene presentato come un modo di pensare che serve a «risolvere problemi, progettare sistemi, comprendere il comportamento umano basandosi sui concetti fondamentali dell’informatica» e mostra come alcuni concetti tipici dell’informatica siano applicabili anche a situazioni molto concrete: preparare la cartella per la scuola può essere interpretato come pre-fetching, cercare un gattino che si è perso come back-tracking, decidere se affittare o comprare un paio di sci è un algoritmo, eccetera.
Il suo argomento poi si estende: ciò che abbiamo imparato a proposito dei computer è diventato oggi un bagaglio culturale che può servire non solo tutti i giorni, ma che influenza anche altre discipline, scientifiche e non. L’analisi procede, e descrive i contenuti propri del pensiero computazionale: analizzare i problemi per capirne la complessità prima di iniziare a risolverli, scomporli in sotto-problemi, pensare ricorsivamente, identificare modalità di recupero in caso di fallimento, usare euristiche per identificare soluzioni, eccetera – in sostanza affrontare un problema «pensando come un informatico».
Il pensiero computazionale «è un modo di pensare proprio degli umani, non dei computer», una modalità di conoscenza particolare e autonoma che procede per diversi livelli di astrazione e che combina il pensiero matematico, quello ingegneristico e quello scientifico.
Anche senza discutere le sfumature del testo originale, è centrale notare che il pensiero computazionale va ben al di là del saper usare le tecnologie in maniera critica e produttiva. Il pensiero computazionale infatti è indipendente dalle tecnologie, anche se quest’ultime giocano un ruolo importante e vengono sfruttate intensivamente. Significa sviluppare un pensiero che affronti la realtà con strumenti formali, riportandola alle possibilità di calcolo per intervenire su di essa tecnologicamente. Non si tratta di imparare a usare degli strumenti professionali o personali, ma di acquisire la forma mentis che sta alla base del pensiero tecnologico (non solo digitale).
Se consideriamo valida la definizione della Wing, la domanda da farsi è se sia utile integrare nel percorso scolastico itinerari che promuovano lo sviluppo del pensiero computazionale. Possiamo riportare la questione a due interrogativi di carattere educativo.