Col federalismo più poteri ai cittadini e un vero test per i politici

- Luca Antonini

Gli italiani, a cui il Governo precedente ha imposto la tracciabilità dei conti correnti, potranno ottenere la “tracciabilità” dei tributi. Si potrà sapere come e perché vengono spesi i soldi chiesti con le imposte, e poi giudicare con il voto l’operato politico

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Appena è stata approvata, sulla riforma del federalismo fiscale sono incominciati a fioccare i commenti. Positivi e negativi, come è giusto: si tratta infatti, ha detto bene Tremonti, di una riforma storica.

In Italia si inizia a scrivere, con questa riforma, la storia del federalismo vero, destinato a mettere fine a quel costume dello scaricabarile delle responsabilità che ha caratterizzato in particolare gli ultimi anni. Il Sindaco scarica sulla Regione le responsabilità del suo dissesto, accusandola di non avergli trasferito i soldi per gli asili o altro, la Regione accusa lo Stato di non avergli dato i soldi per la sanità e così via in una chiara confusione di responsabilità, che può portare infine a fatti come i rifiuti di Napoli, di cui la colpa non sembra essere di nessuno.

La riforma del federalismo fiscale permetterà di imputare le responsabilità con chiarezza. Gli italiani, a cui il Governo precedente ha imposto la tracciabilità dei conti correnti, potranno ottenere la “tracciabilità” dei tributi. Una condizione di reciprocità: si potrà sapere come e perché vengono spesi i soldi chiesti con le imposte, e poi giudicare con il voto l’operato politico.

In Italia ci sono delle differenze ingiustificate, basta leggere le relazioni della Corte dei Conti: non è concepibile che una sacca per le trasfusioni costi in Calabria quattro volte di più di quanto costa in Emilia Romagna. Non si tratta in questo caso di un gap strutturale o altro: è solo una differenza ingiustificata che poi ricade sulla fiscalità generale, cioè sui contribuenti.

È opportuno, quindi, che diventi chiaro che quando i vari enti pubblici reclamano soldi dallo Stato, in realtà li reclamano dai contribuenti, perché lo Stato non è un’entità magica che si finanzia da sola. Stato=soldi dei contribuenti è un’equazione che è stata annacquata nella metafisica dello statalismo; ma con i tempi di crisi che stiamo vivendo non ci si può permettere di rimanere all’interno delle illusioni dell’ideologia.

Certo non sarà un percorso semplice e occorrerà attivare tutte le leve del cambiamento per accompagnare questa riforma e portare l’Italia sulla strada della trasparenza e dell’efficienza. In ogni caso, la riforma approvata dal Consiglio dei Ministri ha trovato sostenitori e detrattori. Molto autorevoli sono stati i commenti che l’hanno salutata in termini positivi: ad esempio, l‘editoriale di Tabellini sul Sole24Ore del 4 ottobre, le dichiarazioni di Emma Mercegallia, l’editoriale di Avvenire dello stesso giorno. Molto dure sono state invece altre prese di posizione come quella di Manzella su Repubblica, quella di De Mita sempre sul Sole24Ore.

La critica è legittima, doverosa in alcuni casi, deve però svolgersi all’interno di una lealtà giuridica ed economica la cui mancanza ne inficia l’attendibilità. Si possono condividere o meno le osservazioni di Ricolfi su La Stampa, dirette a mettere in evidenza alcuni punti deboli: ad esse si potrebbe controbattere in vario modo, in ogni caso segnalano questioni, come quella dei controlli sulla spesa inefficiente, che meritano attenzione e sulle quali bisognerà fare i conti nella fase parlamentare che si sta aprendo.

Ma le critiche di Manzella sulla genericità della delega approvata dal Consiglio dei Ministri lasciano davvero perplessi. Manzella faceva parte della maggioranza parlamentare quando è stata approvata la legge n. 133 del 1999 che in un solo articolo (art.10), fatto di poche righe, dava al governo la delega per scrivere il decreto legislativo n. 56 del 2000 che ha rivoluzionato il sistema della finanza regionale.

Il sistema vigente di finanziamento delle Regioni nasce, infatti, da un solo articolo di delega, titolato “federalismo fiscale”, fatto di poche righe e passato quasi inosservato in quella legge del 1999 che recava misure fiscali di tutt’altro genere. Ci vuole quindi una certa amnesia storia per attaccare ora la riforma Calderoli, un testo di delega costituito da decine di articoli e con una puntualità davvero ben maggiore di quella votata allora.

Così come occorre una buona dose di coraggio per stracciarsi le vesti accusando la riforma Calderoli di timidezza verso le Regioni speciali, quando nella scorsa legislatura l’ultima finanziaria Prodi, sotto il ricatto politico della SVP, stanziava decine e decine di milioni di euro per costruire a carico dello Stato il nuovo polo finanziario di Bolzano e finanziare tutta una serie di regali a favore, cioè, di realtà dove il reddito pro capite è maggiore di quello della Lombardia ma non danno nemmeno un euro per la perequazione a favore del Sud.

Lasciano molto perplessi anche le critiche di Enrico De Mita che addirittura sostiene che in Costituzione non esisterebbe la distinzione tra funzioni fondamentali e non. Forse l’occhio gli è caduto su un’edizione del testo della Costituzione anteriore alla riforma del 2001, perché nell’articolo 117 tale distinzione è espressamente formulata (lett. p e lett. m).

Analogamente si fa veramente fatica a seguire il ragionamento di De Mita e Manzella per cui la Commissione permanete per il coordinamento della finanza pubblica esautorerebbe il Parlamento. Un organo analogo esiste da tempo in Spagna e in Germania e davvero non pare che il sistema parlamentare abbia sofferto delle drammatiche crisi preconizzate dai due commentatori.

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