Proprio oggi abbiamo bisogno di realtà

- Pierluigi Colognesi

Il precetto assoluto e indiscutibile cui dovevano soggiacere i narratori sovietici era sintetizzato nello slogan «realismo socialista». Romanzi, racconti, novelle, poesie e pièces teatrali erano tenuti a parlare di una cosa sola: della realtà. Niente fumisterie romantiche, niente abbandoni ai sogni, alle introspezioni morbose, alle fantasticherie. Il difetto era che sul sostantivo «realismo» pesava come un macigno l’aggettivo «socialista».

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Il precetto assoluto e indiscutibile cui dovevano soggiacere i narratori sovietici era sintetizzato nello slogan «realismo socialista». Romanzi, racconti, novelle, poesie e pièces teatrali erano tenuti a parlare di una cosa sola: della realtà. Niente fumisterie romantiche, niente abbandoni ai sogni, alle introspezioni morbose, alle fantasticherie. Il difetto era che sul sostantivo «realismo» pesava come un macigno l’aggettivo «socialista». Ciò significava che la realtà non era quella che lo scrittore vedeva coi suoi occhi, constatava con la sua ragione, scopriva indagando i fatti. No, la realtà era quella indicata dall’interprete accreditato del divenire storico, cioè il partito. Anche se vedevi che il tuo vicino di casa tornava con la mano maciullata da una pressa, dovevi dire che le industrie sovietiche erano dei modelli ineguagliati di funzionamento. Anche se tua moglie veniva spedita in lager, dovevi raccontare che l’URSS era il paradiso realizzato in terra, la patria della giustizia e della libertà.

Resta il fatto che la lezione del «realismo» non è invecchiata. Anzi, proprio oggi abbiamo più che mai bisogno di guardare in faccia le cose come stanno. Proprio oggi quando la crisi economica ha svelato che dietro le parole altisonanti della finanza avanzata non c’era niente. Proprio oggi quando il virtuale si impone sul reale. Proprio oggi quando, come ha scritto Gluksmann, è finita la post-modernità, cioè l’epoca in cui si crede che una cosa esista solo perché se ne pronuncia il nome. Abbiamo bisogno di realtà.

Vasilij Grossman aveva fermamente creduto nel realismo socialista. È stata la sua fortuna. Era un ingegnere qualunque, destinato a qualche incarico nelle industrie della sua Ucraina, con la passione della scrittura. Il vate del realismo socialista sovietico, Maksim Gorkij, ne ha scoperto le doti narrative e ne ha fatto una stella del firmamento letterario sovietico. Durante la Seconda Guerra mondiale, Grossman sta con le truppe come inviato del giornale dell’armata rossa e partecipa all’epico scontro di Stalingrado, che deciderà in favore degli antinazisti le sorti della guerra sul fronte orientale. Subito dopo il conflitto, Grossman mette mano a un monumentale romanzo. Per la giusta causa, che ha per tema proprio quella battaglia. Un bell’esempio di realismo socialista.

Ma come diceva un altro grande scrittore russo, Michail Bulgakov, la realtà è testarda. E Grossman accetta di guardarla in faccia. Si accorge così che l’URSS non è quello che il partito vuol celebrare, che la guerra non è stata solo eroismo, ma anche viltà, che la giustizia socialista è tirannia, che l’uomo nuovo sovietico è una menzogna, che Stalin perseguita gli ebrei, come lui, allo stesso modo di Hitler, che la libertà di espressione è imbavagliata e i rapporti umani distrutti dal sospetto e dalla calunnia. Reagisce nell’unico modo che conosce: scrivere. E dalla sua penna esce uno dei capolavori mondiali della letteratura del secolo scorso: Vita e destino. Ora possiamo leggerlo in una nuova edizione, basata su un manoscritto più completo di quello usato per la precedente, e in una nuova traduzione, appena pubblicata da Adelphi.

La grandezza di questo straordinario affresco della seconda parte della battaglia di Stalingrado sta tutta nelle due parole del titolo. Il centro dello sguardo appassionato e simpatetico di Grossman è la vita nella sua semplicità, senza i fronzoli incatenanti dell’ideologia, senza le strettoie di interpretazioni precostituite. La vita dell’uomo così com’è ha un cuore pulsante e indistruttibile: lo struggente desiderio di vivere, cioè di essere felici, di amare, di essere buoni. Come quella vecchia che vede il nazista sconfitto riportare dal bunker, dove i tedeschi tenevano i prigionieri russi, il cadavere di un adolescente. Lei lancia un grido lacerante, si china a raccogliere per terra qualcosa e si avvicina al tedesco; tutti si aspettano che lo colpisca con un sasso. Ma lei gli offre un boccone di pane. Niente di più contrario alla logica amico/nemico del realismo socialista. Niente di più corrispondente alla legge del cuore umano.

La vita così guardata apre uno spiraglio sul destino, la seconda parola del titolo. Il destino non è un ingranaggio che tritura le vite, è qualcosa di misterioso, terribile e affascinante. I personaggi di Grossman ne sintetizzano la percezione in una domanda. Come quella che la protagonista del romanzo pone proprio nelle ultimissime pagine. Pensando ai figli e agli amici, si chiede: «Che ne sarà di loro?». E conclude che, in ogni caso, essi potranno, se vorranno, vivere da uomini. E così il loro destino si compirà. Grossman non era credente, eppure quando parla del destino mostra un’acutissima percezione religiosa. Il cuore della vita dell’uomo grida l’eternità del destino. Per questo, quando la madre dell’alter ego romanzesco di Grossman scrive al figlio l’ultima lettera dal ghetto ebreo prima di essere uccisa, la conclude così: «Vivi! Vivi per sempre!».

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