ISRAELE/ L’importanza di una tregua

Chiedere una tregua non significa parteggiare per Hamas o svilire il concetto della parola pace, vuole dire piuttosto fermare le armi perché nessun missile cada sul territorio israeliano, evitare le uccisioni di civili e alleviare la grave emergenza umanitaria che innegabilmente esiste a Gaza

Partiamo da un fatto che troverà tutti d’accordo: Hamas ha colpe ormai incalcolabili. Le continue vessazioni, le stragi di civili, la distruzione di città e villaggi, il freddo e pianificato progetto di distruzione contro Israele pesano come macigni sulla coscienza del movimento di resistenza islamico che, occorre ripeterlo senza timore di incorrere in errore, se da una parte tiene in ostaggio un intero popolo – quello palestinese -, dall’altra, da lungo tempo continua impunemente a infliggere morti a un altro popolo – quello israeliano.

 

Soltanto questo – che non è altro che una sommaria presentazione dello stato attuale dei rapporti tra i due popoli – basterebbe a spiegare la reazione di Israele. Con l’attuale scenario internazionale l’Europa e il resto del mondo devono fare i conti.

Le immagini di questi primi giorni di conflitto riaprono una delle più acute – se non la più grave – ferita: una lacerazione cronica e mai rimarginata. Attorno alle macerie e alle centinaia di morti provocati fino a ora in questi primi giorni di battaglia, si sono aggiunte nuove ferite che vanno a incidersi più nel profondo.

L’esercito israeliano avanza lentamente verso il centro di Gaza City e i blindati con la stella di Davide penetrano nel quartiere periferico di Sheikh Ajlin, mentre colpi di cannone hanno sventrato il quartiere di Tal al-Hawa. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert, il quale ha annunciato l’inizio dell’offensiva “Piombo fuso”, ha annunciato che Israele si avvicina agli obiettivi che si è prefissato contro Hamas a Gaza: «Non possiamo lasciarci sfuggire all’ultimo momento quanto è stato finora conseguito con grandi sforzi».

Da molto tempo l’Unione Europea ha superato le ambiguità sul tema dei finanziamenti agli stati arabi. L’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) è l’organismo preposto a controllare che gli aiuti comunitari non vadano a sostenere attacchi armati o attività illecite finanziati mediante contributi comunitari all’Autorità palestinese. Niente del genere è mai stato provato nelle numerose e scrupolose indagini di tutti questi anni. In qualche caso è emerso, come è inevitabile, che non possa essere escluso che alcune delle risorse dell’Autorità palestinese possano essere state usate da talune persone per propositi diversi da quelli cui erano destinate.

Dal 1994 al 2006, Con il programma MEDA, la Commissione europea ha erogato circa 2.300 milioni di euro a favore del popolo palestinese, inclusi il sostegno ai rifugiati palestinesi attraverso l’UNRWA, l’assistenza umanitaria attraverso l’Ufficio europeo per gli aiuti umanitari (ECHO), l’assistenza per la sicurezza alimentare, azioni per sostenere il processo di pace in Medio Oriente e azioni di sostegno alla salute, all’istruzione e al consolidamento delle istituzioni. Il rapporto pagamenti/impegni è aumentato passando da meno del 45% nel 2000 a più del 90% nel 2005.

La Commissione ha assegnato complessivamente 107,5 milioni di euro nel 2006 ai tre capitoli di assistenza:10 milioni di euro per forniture essenziali e spese correnti di ospedali e centri sanitari, attraverso il programma di sostegno ai servizi d’emergenza della Banca mondiale (ESSP) (capitolo 1). 40 milioni di euro per la fornitura continua di risorse energetiche, tra cui carburante, mediante il contributo d’urgenza temporaneo (IERC) (capitolo 2). 57,5 milioni di euro per il sostegno ai palestinesi in difficoltà, mediante il pagamento di prestazioni sociali alle fasce più povere della popolazione e a lavoratori che ricoprono funzioni chiave nella fornitura di servizi pubblici essenziali (capitolo 3). Nel 2008 sono diventati 142.

Occorre segnalare però che dopo l’ascesa al governo palestinese da parte degli integralisti di Hamas Israele, Stati Uniti e Unione Europea hanno via via bloccato i finanziamenti diretti al governo palestinese, coinvolgendo le ong e altre organizzazioni internazionali per convogliare attraverso di loro gli aiuti e aggirare il governo di Hamas.

Nessuno vuole negare l’assassina ostinazione di Hamas, né la legittimità di una rea­zione armata di sicurezza. Il problema reale è le­gato alla considerazione dei cosiddetti effet­ti collaterali. In una delle re­gioni più densamente popolate al mondo il rischio di colpire una scuola diventata rifugio di ci­vili provocando numerose vittime è, come si è visto, altissimo.

Chiedere una tregua non significa quindi parteggiare per Hamas, né darla vinta all’estremismo, o fraintendere, o peggio ancora, svilire il concetto della parola pace, vuole dire piuttosto fermare le armi perché nessun missi­le cada sul territorio israeliano, evitare le uccisioni di civili e alleviare la grave emergenza umanitaria che innegabilmente esiste a Gaza in nome di una riconciliazione che, non abbiamo timore a dirlo, è ancora da costruire.

Si tratta di una pace negata e respinta più volte – in primis dai terroristi che rifiutano ogni dialogo – di una possibilità di riconciliazione che sembra irrimediabilmente perduta ora che mesi di negoziati e trattative, ogni appello è rimasto inascoltato.

Di fronte al disorientamento generale si deve trovare una luce di speranza. Pochi giorni fa il Santo Padre, nell’Angelus pronunciato da Piazza san Pietro in occasione della festività dell’Epifania, è stato estremamente chiaro su questo punto. Nel ricordo ai fratelli e alle sorelle delle Chiese Orientali, che, seguendo il calendario giuliano, hanno celebrato il Santo Natale, ha affermato: «Il ricordo di questi nostri fratelli nella fede mi conduce spiritualmente in Terra Santa e nel Medio Oriente. Continuo a seguire con viva apprensione i violenti scontri armati in atto nella Striscia di Gaza. Mentre ribadisco che l’odio e il rifiuto del dialogo non portano che alla guerra, vorrei oggi incoraggiare le iniziative e gli sforzi di quanti, avendo a cuore la pace, stanno cercando di aiutare israeliani e palestinesi ad accettare di sedersi attorno ad un tavolo e di parlare. Iddio sostenga l’impegno di questi coraggiosi “costruttori di pace”!».

Non una via necessariamente comoda, non una via semplice, ma una via di impegno per favorire una possibilità di dialogo. Rinunciare al “sussulto di saggezza” non solo aprirebbe fronti di conflitto con conseguenze difficili da prevedere, ma significherebbe dare ragione alla violenza e all’odio, ovvero ciò che i terroristi si aspettano da noi. Israele – e insieme l’intero Occidente -, da sempre costruttori di pace e di dialogo, non può rinunciare a questa battaglia.

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