RECESSIONE/ I numeri non sono tutto

Il modello originale di sviluppo che regge il paese fin dalla sua prima industrializzazione negli anni Sessanta è destinato a reggere anche questa volta

23.01.2009 - Paolo Preti
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I numeri si susseguono in maniera incalzante. Il Prodotto interno lordo europeo in calo per il 2009 dell’1,9%, con l’Irlanda giù del 5%, la Germania del 2,3%, la Francia del 1,8%, la Spagna e l’Italia del 2%. La disoccupazione in aumento così come il ricorso alla cassa integrazione, il debito pubblico e il disavanzo, atteso per l’anno in corso ben oltre il limite del 3%. 

E tuttavia è possibile e doveroso restare ottimisti. Chi mai, per esempio, anche solo qualche mese fa avrebbe ipotizzato come credibile l’accordo Fiat-Chrysler siglato in questi giorni? Un accordo che vede la nostra più grande azienda cedere know-how tecnologico sulle piccole cilindrate in cambio del 35% della proprietà dell’azienda statunitense e l’accesso ai canali commerciali d’oltreoceano. Un accordo molto positivo per Fiat e reso possibile solo dalla grave crisi in cui versa l’industria automobilistica a stelle e strisce. 

Mi si conceda un paragone un poco azzardato, ma, credo, efficace. Nello scorso ottobre la Provincia autonoma di Bolzano ha rinnovato la propria Giunta: i seggi elettorali hanno decretato l’ennesima vittoria della Svp, da sempre partito di raccolta e di governo locale, con la terza presidenza consecutiva di Luis Durwaldner. Un successo mai stato in seria discussione. Molti giornali tuttavia titolarono: “Segnale d’allarme per la Svp, -7% di voti al partito”. In effetti, dalla maggioranza assoluta dei votanti per la prima volta il consenso al partito era sceso al 48%. Due modi diversi, e ugualmente veri, di raccontare lo stesso fatto. 

Siamo la sesta o settima potenza economica mondiale, dipende dai parametri utilizzati per il calcolo, e tale resteremo. Nonostante i morti e feriti che, purtroppo, la crisi lascerà sul campo e verso i quali va potenziato l’intervento della mano pubblica, con opportuni ammortizzatori sociali, e quello dell’iniziativa privata, in termini di razionalizzazione e solidarietà. 

Il modello originale di sviluppo che regge il paese fin dalla sua prima industrializzazione negli anni Sessanta, e che di fatto è fondato sulla responsabilità personale e sulla creatività di centinaia di migliaia di piccoli e medi imprenditori e sull’intelligente dedizione di milioni di loro collaboratori, è destinato a reggere anche questa volta, contro ogni evidenza dei numeri. 

I dati dicono di una recessione in corso, ma dimenticano di sottolineare con la stessa forza la ricchezza diffusa in larghissimi strati della popolazione nel corso degli ultimi sessant’anni quasi lasciando intendere, molto colpevolmente, che un segno meno dopo molti segni più denunci necessariamente una debolezza strutturale. 

Tutti faremmo volentieri a meno di eventi negativi nelle nostre vite, ma questi fanno parte in maniera ineludibile dell’esistenza senza per questo minarne la sostanziale positività. Una crescita senza sosta, pur augurabile nella vita come in economia, non è realistica e forse neanche positiva perché, poco o tanto, deresponsabilizzante. 

L’andamento negativo dell’economia è mondiale, ma chiama alla responsabilità dei singoli per amplificare quello che De Rita ha recentemente identificato come il salutare stress da crisi. Un cambiamento, infatti, è necessario e forse è più facile realizzarlo spinti dall’incalzare degli eventi. 

Il quinquennio 1968-1973 nella recente storia del nostro paese lo si può ricordare per gravi fatti sociali ed economici – contestazione studentesca, autunno caldo, shock petrolifero, inflazione galoppante e inizio del terrorismo – ma lo si deve ricordare anche come il periodo in cui, silenziosamente e con molta fatica, nell’entroterra sociale poco di moda si stava mettendo a punto una versione aggiornata, riveduta e corretta, del fare impresa. 

Da questo lavoro, anche allora poco indagato dai media, nacque qualche anno dopo il fenomeno dei distretti industriali e del “made in Italy” che segnarono la seconda fase di sviluppo del paese, quella degli anni ottanta. Oggi come allora questo è non solo possibile, ma anche necessario, dentro e fuori dai cancelli aziendali. 

Gli imprenditori sono chiamati a rinnovare la fiducia nelle proprie imprese anche reimmettendovi parte della ricchezza maturata negli scorsi anni e che in alcuni casi è uscita dal circuito aziendale verso lidi più remunerativi e/o speculativi. Il tema della ricapitalizzazione è di strettissima attualità e interpella in primo luogo la rinnovata predisposizione al rischio imprenditoriale. 

L’utile crescita dimensionale delle nostre imprese può anche essere affrontato allora con acquisizioni di aziende di cui la crisi metta in luce difficoltà strutturali, collaborando in questo modo ad alleviare il rischio disoccupazione. 

Al sindacato è chiesto di difendere i lavoratori in ciò che di più importante hanno, il lavoro, ma di difenderlo nel lungo periodo acquisendo così una prospettiva comune con quella della proprietà delle imprese meglio gestite. 

Alla pubblica amministrazione il compito forse più arduo: facilitare la vita alle aziende con poche regole chiare e fatte rispettare, migliorare la propria efficienza interna e la qualità dei servizi erogati e, da parte dei propri dipendenti, temperare le richieste economiche riconoscendo l’importante garanzia, se considerata nel mercato del lavoro attuale, del posto a tempo indeterminato. 

Le banche sono chiamate a sostenere, in una logica strettamente imprenditoriale, la loro crescita dimensionale, ma anche, con la stessa mentalità, la crescita del paese. 

A ognuno è chiesto di guardare un poco più lontano del proprio interesse di breve periodo per salvaguardare, perdendo qualcosa oggi, una prospettiva comune più solida.

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