Perché tanto odio per le Pmi?

- Paolo Preti

Roger Abravanel ha scritto un articolo sul Corriere della Sera che non lascia molte vie di scampo: le nostre Pmi sarebbero causa di alta burocrazia e bassi salari

Cartello_AltR375_24feb09

L’ineffabile Roger Abravanel è tornato. Questa volta (Corriere della Sera, 13 ottobre), forse temendo di non essere stato sufficientemente chiaro in precedenza nel picconare tutto ciò che contraddistingue il nostro fare impresa, non usa mezzi termini.

 

«La nostra economia per crescere ha bisogno di un new deal. La soluzione sta nel trasformare la struttura produttiva del Paese in un’economia di servizi ad alta produttività. […] Ma non basta: i consumatori italiani sono alla mercè di piccole imprese poco innovative, che spesso non rispettano le regole, soprattutto nei servizi. “Piccolo è bruttissimo” perché molte piccole imprese italiane in realtà competono con quelle più grandi grazie unicamente all’evasione fiscale e al mancato rispetto delle regole, in primis quelle della sicurezza e rispetto dell’ambiente.

[…] Il “piccolo poco controllabile” è la causa della nostra “iperburocrazia” e di meccanismi iniqui di tassazione (Irap e studi di settore), che peraltro penalizzano le piccole imprese serie. Alla fine, data la minor produttività di queste imprese, chi ci lavora è sottopagato. Infatti i nostri salari netti sono molto bassi: quelli lordi sono falcidiati dalla minor produttività delle Pmi e quelli netti dall’evasione fiscale. E i risparmiosi italiani consumano meno. E la nostra economia continua ad andare male perché i consumi non compensano il calo delle esportazioni».

Finalmente tutto è chiaro: la colpa dell’eccesso di burocrazia pubblica e di tassazione non sta, come eravamo portati a credere, nella degenerazione corporativa di quella casta e nella fame di spesa pubblica spesso inefficiente e fuori controllo, ma nell’azione delle piccole imprese. Il rapporto causa-effetto viene d’un sol colpo capovolto.

E sono di loro responsabilità anche i ridotti salari che si mettono in tasca chi ci lavora: costo del lavoro, politiche di welfare e rigide posizioni sindacali spariscono. Così come con una magia bisognerebbe abbandonare il manifatturiero, che tanto ha dato e continua a dare al Paese, per i servizi ad alta produttività. Gli esempi citati: taxi a buon mercato e benzina in qualunque ora. Per fortuna si ha il coraggio almeno di non parlare di finanza.

La risposta tuttavia più interessante arriva, in modo del tutto non voluto ovviamente, qualche giorno dopo sulle stesse pagine con un articolo di Bernard-Henry Lèvy sui 25 suicidi di France Télécom. «Questa epidemia di suicidi rivela, in verità, tre cose: 1. Una forma di pressione – i dipendenti dicono di logoramento, o di management attraverso lo stress e la paura – che non esisteva nel mondo di ieri allo stesso stadio. 2. L’importazione, nell’universo dell’impresa, di una cultura della valutazione che già qualche anno fa abbiamo definito una cultura di morte e per la morte.

 

3. Infine, il declino dei sistemi di solidarietà che, un tempo, facevano da tampone e che questa ideologia della valutazione, cioè della prestazione individuale, del “ciascuno per sé” e, per altri, del “vai avanti o crepa”, ha metodicamente devastato: quanti operai demoralizzati, indeboliti, vacillanti che, una volta, i colleghi proteggevano!».

 

Questa, con alcune esagerazioni non del tutto condivisibili, è la descrizione dell’ambiente di lavoro di una grande impresa francese: il contrario di quanto capita quotidianamente in una piccola impresa italiana.

© RIPRODUZIONE RISERVATA