Il realismo di Obama

- Lorenzo Albacete

Nelle prossime settimane il presidente americano dovrà decidere se inviare altri 40.000 soldati in Afghanistan

Obama_PensierosoR375

Nelle prossime settimane, il presidente Obama dovrà prendere una delle più importanti decisioni della sua vita, cioè se continuare l’attuale strategia per sconfiggere i talebani in Afghanistan, mandando altri 40.000 soldati come richiesto dal comandante in capo da lui stesso nominato, il generale Stanley McChrystal.

 

In un incisivo articolo su The New York Times di domenica scorsa, James Traub faceva notare che le varie posizioni sulla guerra non possono essere identificate semplicemente come progressiste, neocon o conservatrici. Piuttosto, si possono individuare due posizioni di base, che Traub descrive come “We must” (si deve) e “We can”(si può).

Il presidente Obama, annota, ha definito questa guerra una “guerra di necessità”, perché è “fondamentale per la difesa del nostro popolo”, come Obama ha detto questa estate. In questo modo, Obama si è posto nel campo del “We must”: una guerra necessaria è una guerra dove si deve fare tutto il possibile per vincere.

Dall’altra parte, la posizione “We can” controbatte che se una simile guerra non può essere vinta, allora “bisogna ridefinire il concetto di necessità e scegliere di conseguenza una politica più modesta”, basata su ciò che si può fare. Questa fu la posizione sostenuta dal diplomatico e studioso George Kennan sulla guerra del Vietnam in un’audizione alla Commissione Affari Esteri del Senato nel lontano 1966.

Da candidato, Obama aveva detto di aver letto e fatto proprio il punto di vista di Kennan e di altri “realisti”, a differenza del presidente Lyndon Johnson, deciso a vincere la guerra a ogni costo. Chi critica le posizioni alla “We must” fa presente che Obama, definendo la guerra in Afghanistan come necessaria, sembra aver scelto la strada di Johnson, ignorando così i limiti reali del potere americano.

Tuttavia, questa settimana, soprattutto dopo la fuga di notizie sulle affermazioni del generale McChrystal che senza altri 40.000 soldati la guerra non poteva essere vinta, Obama sembrerebbe orientato a tornare alle vedute di Kennan e degli altri “realisti” della posizione “We can”.

 

Dopo la Seconda Guerra mondiale, i “realisti” vinsero nel dibattito su come rispondere alla minaccia sovietica, con la conseguente scelta di una strategia di contenimento e non di aggressione. Sul Vietnam, invece, persero in favore della visione “costruiamo la nazione” di una generazione di progressisti della guerra fredda.

 

Nella guerra contro il terrorismo, i “neocon arrivati al potere con George W. Bush si dimostrarono altrettanto sprezzanti dei moniti del realismo che i progressisti della generazione precedente” afferma Traub. Oggi, la divisione sulla guerra in Afghanistan non è sinistra verso destra o “falchi” verso “colombe”, ma è determinata “dalla differenza tra la posizione alla Wilson del ‘cosa dobbiamo fare’ e quella alla Kennan del ‘cosa possiamo fare’”.

 

Il problema che si trova a fronteggiare Obama è: può una politica di contenimento alla Kennan funzionare contro Al Qaeda e le sue totalizzanti ambizioni religiose? Il recente arresto di Najibullah Zazi come aderente a un complotto per mettere bombe nella metropolitana di New York (un complotto di cui sembra non si conosca tuttora la reale estensione) dimostra forse che l’approccio “realista” non funziona con questo tipo di nemico?

 

In questa situazione, mi chiedo se la divisione tra dovere e potere sia il modo giusto di considerare ciò che è realmente in gioco. Il confronto non dovrebbe invece essere tra ciò che è “ragionevole” e ciò che è “irragionevole”? Ancora una volta incorriamo nella domanda “cosa è ragionevole”, che continua a essere l’unica via per dissipare la confusione che ci tormenta. Questo non rende sempre più urgente quell’“allargamento della ragione” che per Benedetto XVI rappresenta il contributo della fede alla politica?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali