L’educazione del povero

- Giorgio Vittadini

L’indagine “La povertà alimentare in Italia”, presentata ieri a Roma, mostra come la principale causa dello stato di indigenza sia la solitudine. Giorgio Vittadini ne parla su Il Giornale

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Esistono molti autorevoli studi sulla povertà, ma in Italia non era ancora stata realizzata una ricerca sulla povertà alimentare. Il motivo è molto semplice: l’estrema difficoltà a individuare e raggiungere un campione rappresentativo della popolazione in condizione di indigenza alimentare e il rischio di poca attendibilità delle risposte, a causa della vergogna per la propria condizione e della paura che le informazioni date possano essere utilizzate a proprio svantaggio.

 

La lacuna ora è stata colmata con la realizzazione de “La povertà alimentare in Italia. Prima indagine quantitativa e qualitativa” realizzata dalla Fondazione per la Sussidiarietà in collaborazione con docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dell’Università di Milano Bicocca e presentata ieri in Campidoglio.

L’indagine ha potuto essere realizzata grazie all’utilizzo della rete del Banco Alimentare, composta da circa 8.000 opere sociali distribuite su tutto il territorio nazionale che, ricevendo dal Banco gli alimenti da distribuire direttamente ai bisognosi, ha rappresentato il veicolo ideale per individuare un campione valido della popolazione afflitta da indigenza alimentare. Chi si presenta quotidianamente alle porte di questi enti a chiedere sostegno instaura infatti un naturale rapporto di fiducia con chi lo aiuta senza secondi fini.

Quali sono le conclusioni principali di questa ricerca? Una fra tutte. La povertà, che colpisce oggi in italia 3 milioni di persone, ha come origine principale la solitudine, l’allentamento di quei legami familiari, di quella rete di amicizie, di quell’appartenenza a comunità locali, circoli, movimenti, parrocchie, realtà sociali di qualunque credo, in una parola, di quell’intreccio di legami personali che hanno fatto e fanno il nostro tessuto sociale e la nostra welfare society, caratteristica più profonda del nostro Paese. Tutto quello che distrugge questo sistema naturale e storico diventa fattore di ineguaglianza.

Oggi può diventare un “nuovo povero” chi ha in casa un malato cronico da curare; chi perde il lavoro a 50 anni per una improvvisa crisi aziendale; chi, senza una pensione adeguata, si ritrova anziano senza parenti che lo sostengono; chi si trova ad affrontare separazioni matrimoniali e non riesce a mantenersi da solo. La famiglia che si disgrega può segnare anche l’inizio di un’esclusione nei casi di gravidanza precoce, malattia mentale, tossicodipendenza, abusi. Nella definizione di povertà non si può più considerare solo il reddito, ma bisogna includere la vulnerabilità, il rischio, la marginalizzazione, la limitazione nelle scelte.

 

Il vero indigente alimentare non è solo quello che non ha il pane: è colui che non riesce a migliorare la propria condizione. Così, questa indagine conduce a capire che la questione cruciale nella lotta alla povertà è l’educazione del povero a ricostruire questi legami, a prendere iniziativa verso la propria condizione. La povertà non si potrà mai vincere intervenendo dall’alto, ma accompagnando la capacità di azione delle persone svantaggiate ed emarginate a essere protagoniste di un possibile cambiamento del proprio destino. La stima per quanto ogni essere umano è in grado di fare è proprio il cuore di ciò che chiamiamo “sussidiarietà”.

 

Il Banco Alimentare italiano e la rete di realtà sociali con cui opera, oltre a soddisfare un’esigenza primaria come quella alimentare, favoriscono la tessitura di rapporti tra uomini, aiutano le persone più bisognose a giudicare la propria condizione e tutta la realtà con uno sguardo diverso.

 

(Tratto da Il Giornale, 9 ottobre 2009)


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