Il tempo della paura

- Luca Pesenti

Siamo sempre più conficcati nel tempo della paura. Un tempo in cui sembra essersi persa la speranza che può rendere liberi

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Siamo sempre più conficcati nel tempo della paura. Sottile, sprezzante, spesso o quasi sempre irrazionale. Siamo al tramonto di ogni sicurezza, alla realizzazione sociale del nichilismo, all’avanzata del dubbio sistematico.

 

Tutto è cominciato con la paura della vecchiaia, delle rughe, dei chili, del dolore, dei difetti, degli handicap. Date le premesse non proprio incoraggianti, non potevamo che precipitare nella “società delle paure globali”. Non passa quasi giorno senza dover fare i conti con un nuovo, sottile terrore. Basta sfogliare i giornali, megafoni dell’irrazionalità, grancasse della paura.

C’è il pedofilo della porta accanto, travestito (così si dice) da maestra elementare, da educatore, da genitore senza macchia. Basta una fotografia, una carezza, uno sguardo ed è subito fobia. C’è il dottor Mengele del laboratorio accanto, che può finalmente produrre (così si dice) il mondo nuovo creato dalla Tecnica, in cui si potrà nascere belli, perfetti e preferibilmente senza genitori, per poi crescere con due madri (o due padri), vivendo sempre più a lungo, magari vincendo anche la morte. Un incubo a occhi aperti.

Ma soprattutto, ci sono le pandemie: tante, maledette e (così si dice) omicide. Solo nel Terzo millennio se ne può fare un campionario. L’anno 2001 fu quello della “mucca pazza”. Ricordate le parole d’ordine? Niente più ossobuco, niente fiorentina, il pericolo viene dalla carne, il futuro è solo dei vegetariani. Alla fine le vittime vere furono le povere mucche, ammazzate a migliaia a partire da semplici dubbi.

Nel 2002 ecco la SARS, la polmonite devastante che avrebbe dovuto (così si diceva) mietere vittime a tutto spiano. Si fermò nell’estremo Oriente, non se ne parla più. Nel 2003 è stata invece la volta dell’influenza aviaria: anch’essa nata nel sud est asiatico, anch’essa annunciata come la nuova peste, anch’essa ormai dimenticata.

Oggi è la volta della suina. Si contano le (poche) vittime, una ad una, giorno dopo giorno. Inutile ricordare che ogni anno l’influenza uccide tra i cosiddetti “soggetti a rischio”. Non importa che a farne le spese siano quasi sempre malati cronici, poveracci indeboliti da qualche altro male e colpiti a tradimento dalla più banale delle malattie di stagione. Quel che conta è contare le vittime, far pensare al peggio, spaventare.

È una grande congiura. Una mezza parola di troppo dell’esperto di turno, un caso eccezionale che smentisca la regola, un inconfessabile interesse da sostenere: tutto fa brodo per un bel titolo ad effetto, una copertina urlata. È una macchina che ormai funziona da tempo, ben oliata, perfettamente registrata. Anche perché è sempre all’opera una semplicissima legge: per far superare una paura è sufficiente scatenarne una più grande. E così il Potere può utilizzare questo terreno coltivato a paura come un potentissimo meccanismo di controllo sociale.

Tutto questo accade in superficie. Ma è sotto la cresta dell’onda che bisogna guardare, per capire le molte cause della paura globale. Spinoza sosteneva che la capacità di utilizzare correttamente la ragione è il risultato della sicurezza. Se manca questa, trionfa l’irrazionalità.

 

Allora potremmo spiegare tutto così: passata l’epoca dello “stato del benessere”, delle “garanzie” e della “sicurezza sociale garantita”, nella società del rischio (Beck) e dell’incertezza (Bauman) non siamo più sicuri nemmeno sui fondamentali (vita, famiglia, lavoro) e finiamo, inesorabilmente, per aver paura di tutto. Paura dell’altro, innanzitutto: per questo cerchiamo di “immunizzarci” dal rischio della relazione, e dunque diventiamo facilmente preda delle fobie più irrazionali.

 

Ma forse ci basta citare un film per andare dritti al cuore delle nostre paure. L’aforisma lo prendiamo da “Le ali della libertà”, di Frank Darabont: “La paura ti rende prigioniero, la speranza può renderti libero”. I barbari, le crisi economiche, le carestie, le incertezze del vivere ci sono sempre state. Ma oggi è peggio, perché dopo molti secoli, manca proprio la speranza.

 

Nella cultura postmoderna c’è tutto fuorché l’idea che si possa incontrare qualcosa, o qualcuno, che ti permetta di non avere più paura, e che ti faccia capire che in fondo il rischio, l’incertezza, il limite, la malattia, addirittura la morte sono parti necessarie di un destino buono. La Chiesa è lì a ricordarcelo, a ripeterci come fece per 368 volte Papa Woytila nel suo lungo pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”. Eppure, in quest’epoca di passioni tristi e di crocifissi tirati giù dai muri, basta un’influenza per dimenticare duemila anni di speranza.

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