Il popolo che vince

- Paolo Preti

C’è spazio in un momento di crisi per affermare la possibilità non utopica di dare sostanza, anche economica, al comportamento della persona e al suo farsi popolo

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Tra individualismo e Stato occorre ci sia spazio per la persona e per la sua libertà di scelta. L’individualismo come motore del vivere sociale ed economico obbliga alla proliferazione di regole nel tentativo di dare unità e significato a ciò che nasce separato e mosso dal mero interesse individuale.

 

E poiché le regole intralciano e non conducono quasi mai all’obiettivo voluto, ecco spuntare come ultima ratio l’etica che, come un tocco di bacchetta magica, ripiani le asperità e la contrapposizione tipica di un certo vivere umano. Come anche questa crisi economica dimostra i risultati complessivi di questo combinato regole-etica sono sempre alquanto deludenti: qualcuno, pochi, ci guadagnano molto, tutti gli altri perdono.

Dall’altra parte l’iniziativa pubblica, più o meno dirigista, ma sempre accentratrice che, semplificando, esclude la possibilità di scelta delle persone. Sembra non esserci alternativa: esagerando, occorre scegliere tra una libertà tendenzialmente anarchica e una delega in bianco al pubblico.

C’è invece spazio, oggi più che mai nel pieno di un passaggio economico epocale come quello che stiamo vivendo, per affermare la possibilità non utopica di dare sostanza, anche economica, al comportamento della persona e al suo farsi popolo.

Vorrei fare due esempi che mi arrivano, in un modo o nell’altro, dalla stretta attualità. La conferenza della Fao, tenutasi a Roma la scorsa settimana, ha riproposto, con le consuete contraddizioni, l’annoso problema della povertà, anche alimentare, di molti paesi in via di sviluppo. È stata l’occasione per rivedere in televisione e sui giornali quello straordinario conoscitore di questi problemi che è Padre Gheddo, ideale portavoce di tutti i missionari là impegnati.

«Continuare a distribuire denaro a certi governi africani spesso non risolve i problemi della fame. Anzi, produce corruzione. […] Che siano i popoli ad aiutare i popoli, non più i governi a sostentare i governi. Occorrono progetti educativi mirati, a lunga scadenza, capaci di radicare metodi di produzione, affidati a organizzazioni non governative disposte a rimanere a lungo sul territorio».

Laddove l’individualismo non arriva, perché egoisticamente neanche si pone il problema se non in una logica di controllo delle nascite, e lo Stato crea e sostiene corruzione, sia pure il più delle volte involontariamente, uomini e donne disposte a dedicare la vita, o parte di essa, per compiere un cammino di crescita con quelle popolazioni possono ottenere moltissimo, anche in termini di riduzione dei flussi migratori verso i nostri paesi.

Un secondo esempio riguarda il modo con cui approcciare il tema del lavoro femminile e della maternità, le cosiddette politiche di conciliazione. La scelta attuata è ormai quella a favore, per ora ancora soprattutto a parole, degli asili nido, pubblici e privati, da diffondersi il più possibile nelle nostre città per venire incontro alla necessità di affidare i piccoli e di far continuare l’esperienza lavorativa alle mamme.

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Come ben argomenta Paola Liberace nel suo “Contro gli asili nido” ciò sostiene la natalità più che la maternità e, favorendo il precoce distacco tra madre e figlio, è spesso alla base, come testimoniato da ricerche svolte per lo più all’estero, dell’emergere di successive fragilità nel giovane.

 

È ovvio che gli asili nido svolgono ormai un ruolo fondamentale nella nostra società, ma quanto sarebbe meglio offrire ai genitori una gamma il più ampia possibile di alternative tra le quali scegliere quella più adatta alle proprie necessità, anche valoriali. Part-time, periodo sabbatico in conto pensione, assegni da spendersi in strutture alternative o, anche, a sostegno di chi decidesse di allevare personalmente il proprio bambino, e altro ancora. Tutte cose che finirebbero con il costare anche meno alla collettività.

 

Oggi più che mai è necessario e possibile affermare, nello studio e nell’analisi, ma anche nel tentativo concreto, modi alternativi di pensare e di agire che occupino gli spazi lasciati liberi dall’insuccesso prodotto dall’individualismo e dallo Stato. Molto è da fare, ma molto è anche possibile fare.

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