Moriremo francesi?

In una battuta, questa sentenza chiude un dibattito – quello sulla laicità dello Stato – e ne apre uno nuovo, tutto da esplorare: sul significato della libertà religiosa nello spazio pubblico europeo. VOTA IL SONDAGGIO

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La notizia si è diffusa rapidamente: la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato all’unanimità l’Italia per l’esposizione dei crocefissi nelle aule scolastiche. L’affissione dei crocefissi nelle scuole è ritenuta lesiva della libertà di educazione dei genitori e della libertà di coscienza degli alunni. La sentenza non è ancora definitiva e potrebbe essere impugnata dal governo italiano alla Grande Camera. Tuttavia, se dovesse venire confermata, essa segnerà un passaggio storico. Cerchiamo di capirne la portata.

 

C’era una volta l’Europa del pluralismo religioso. Da tempo l’Europa sta subendo il fascino della laicità militante, tipica dell’ordinamento francese (e turco). Di fronte alle sfide del multiculturalismo, l’Europa sta imboccando, come se fosse una strada obbligata, la via della “neutralità” dello spazio pubblico. Non è così altrove, dove quel modello è profondamente messo in discussione per la sua incapacità di valorizzare le identità presenti nella società (Charles Taylor) e per la sua incapacità di preservare le istituzioni della democrazia liberale (Jurgen Habermas).

Non sembri eccessivo collocare in questo contesto la decisione pronunciata dalla Corte europea contro l’Italia. Non si tratta di un caso a valenza puramente individuale, né riguardante solo la società italiana. Il caso Lautsi, se letto nel solco di altre sentenze recenti (e, se non ci sbagliamo, curiosamente non richiamate dalla Corte nella presente decisione), costituisce un importante passo verso la “neutralizzazione” dello spazio pubblico europeo. Forse ne è il suggello definitivo.

Basti considerare che la Corte europea ha già dato il proprio assenso al divieto dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, introdotto in Turchia e in Francia. Niente velo, niente croci, niente stella di David, niente turbante a scuola, all’università, negli ospedali. Quel divieto non è ritenuto lesivo della libertà religiosa né della libertà di educazione anche se pone l’allievo di fronte all’alternativa secca tra rimanere a scuola o violare un precetto religioso.

Sempre in questi anni recenti, la Corte europea ha imposto alla Norvegia di espungere ogni riferimento alla religione cristiana dal contenuto dagli insegnamenti scolastici, anche se la Norvegia è uno stato confessionale. Si potrebbe a lungo continuare con la descrizione dei tasselli del mosaico. Il messaggio della Corte è chiaro: nei rapporti tra Stato e religione, l’unico modello compatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo è quello della laicità, o meglio della laicité, intesa come neutralità dello Stato.

Qualche riga scritta a Strasburgo e la storia secolare dei popoli europei, così diversificata in materia di rapporto con la religione, viene “razionalizzata” in un unico modello: non più stati confessionali (Regno Unito, Grecia, monarchie scandinave, ecc.), non più regimi concordatari (Italia e Spagna), ma solo un unico grande modello: la laicité francese (o turca se preferite), con la sua presunta neutralità in materia di fatto religioso. Pazienza se le Costituzioni nazionali hanno fatto scelte diverse.

 

C’era una volta una religione della maggioranza del popolo italiano. La ragione più profonda dell’esposizione dei crocefissi nelle aule scolastiche in paesi come Italia e Spagna è legata alla storia dei rispettivi popoli. C’è una storia, una tradizione, una cultura secolare di popolo che ha portato a esporre i crocefissi in ogni luogo pubblico: dalle cime delle montagne, alle aule dei tribunali, ai crocicchi delle strade, ai sentieri di campagna. Può darsi che una tradizione e una storia popolare vadano riesaminate quando il contesto sociale cambia in modo così drammatico come sta avvenendo negli ultimi decenni. Ma quel passato c’è ed è lì che pescano le radici di una società, pur in trasformazione.

 

Di questo passato non c’è traccia né nella decisione della Corte né nella difesa del governo italiano. Eppure, la Corte europea si è sempre fregiata di essere profondamente rispettosa delle peculiarità dei popoli europei, e a questo scopo ha elaborato il principio del “margine di apprezzamento”, una dottrina che le permette di essere flessibile, di lasciare che siano le istituzioni di ciascun paese a prendere le decisioni che meglio riflettano la cultura, l’identità, i sentimenti profondi di ciascun popolo, specie quando le questioni sono controverse e dibattute.

 

E quella dei crocefissi era una questione ampiamente discussa in Italia, tanto che sul tema già erano intervenute negli anni scorsi – e con esiti divergenti – svariate istanze giurisdizionali. Tutto questo laboratorio in corso è ignorato nella decisione della Corte di Strasburgo. Dove è finita la sussidiarietà che dovrebbe caratterizzare gli interventi della Corte europea? Dove è finito il margine di apprezzamento degli Stati?

 

C’è un passaggio che sembra costituire il cuore del ragionamento della Corte: «la Cour ne voit pas comment l’exposition, dans des salles de classe des écoles publiques, d’un symbole qu’il est raisonnable d’associer au catholicisme (la religion majoritaire en Italie) pourrait servir le pluralisme éducatif qui est essentiel à la préservation d’une "société démocratique" telle que la conçoit la Convention». Vale a dire che il motivo per cui la presenza del crocefisso pare alla Corte inaccettabile è che esso è associato al cattolicesimo, religione maggioritaria in Italia. La questione dunque è che il crocefisso è il simbolo di una religione maggioritaria.

 

Vero: il crocefisso è un simbolo religioso e non solo culturale, come invece sosteneva il governo italiano nella sua difesa; meno vero che sia un simbolo solo cattolico – la religione maggioritaria in Italia – dato che le religioni che si riconoscono nel crocefisso sono quanto meno tutte quelle cristiane. Ma proprio questa piccola svista indica qual è il vero asse su cui si regge il ragionamento della Corte: nell’Europa di oggi non può trovare ospitalità e riconoscimento la religione di un popolo, una religione nella quale si riconosce la maggioranza di una popolazione.

 

Perché ci sia autentico pluralismo la Corte europea esige che tutte le religioni siano in eguale posizione minoritaria. Una scelta discutibile perché non tiene conto del diverso peso dei vari gruppi, non tiene conto della storia e della realtà sociale di ogni paese. Non si tiene conto dell’esperienza vissuta di una comunità. Ma forse è proprio questo il messaggio più significativo della sentenza: quale che sia la storia passata, oggi in Europa il cattolicesimo deve essere trattato come una minoranza fra le tante.

 

Se questa è l’immagine in cui l’Europa vuole riconoscersi, da questa occorre ripartire per ricercare un nuovo modello di convivenza sociale. Un messaggio per i cattolici, che forse ancora devono maturare la coscienza di essere minoranza, in Europa quanto meno. Un messaggio per le istituzioni pubbliche, perché una volta ridotta a una minoranza tra le altre, anche la religione cattolica richiede protezione e valorizzazione, richiede spazi di libertà.

 

In una battuta, questa sentenza chiude un dibattito – quello sulla laicità dello Stato – e ne apre uno nuovo, tutto da esplorare: sul significato della libertà religiosa nello spazio pubblico europeo.

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