Due elezioni decisive

- Roberto Fontolan

Conclusi due round elettorali – Iraq e Israele – il 2009 porterà altre due importantissime consultazioni popolari nella stessa regione “strategica”: Iran e Afghanistan

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Conclusi due round elettorali – Iraq e Israele – il 2009 porterà altre due importantissime consultazioni popolari nella stessa regione “strategica”: Iran e Afghanistan. Per ambedue i Paesi questo è l’anno di un trentennale denso di simboli e significati. La rivoluzione khomeinista (febbraio) e l’invasione sovietica (dicembre) hanno segnato il destino dei due vicini, che da allora si sono trovati a condividere più che un semplice confine.

 

In giugno nel Paese degli ayatollah assisteremo alla nuova edizione dello scontro presidenziale tra moderati e radicali, le due linee che duellano fin dagli inizi della rivoluzione – persino sotto lo sguardo d’aquila di Khomeini si fronteggiavano Bani Sadr e i pasdaran – con alterne fortune ma con la sostanziale superiorità dei radicali che hanno determinato l’Iran di questo trentennio, sia all’interno sia all’estero, trovando presto una sponda negli sciiti del sud del Libano oggi regno di Hezbollah.

In campo a sfidarli, l’annuncio è di qualche giorno fa, torna l’ayatollah Mohammad Khatami, già presidente dal ’97 al 2005. Su Khatami, uomo molto noto in Occidente, coccolato e vezzeggiato da cattedre laiche e cattoliche, si sono appuntate a lungo molte speranze: da un lato doveva essere il leader politico delle riforme e delle aperture, dall’altro il leader religioso della nuova stagione di dialogo e comprensione. Tante attese non hanno mai trovato piena soddisfazione. Le parole sperate non sono state dette, le azioni auspicate non sono state realizzate. E dopo un po’ è arrivato quello che appariva “soltanto” come il bizzarro sindaco di Teheran, Ahmadinejad. Certo, meglio Khatami dell’attuale presidente, ma non è mai stata fugata del tutto l’impressione che in Iran la partita moderati-radicali sia un pochino truccata e artefatta e che certi giochi pesanti si facciano su altri tavoli.

In Afghanistan la prova elettorale di agosto (attualmente) riguarda in realtà un uomo solo, Hamid Karzai, a sua volta oggetto di tante speranze, anch’esse piuttosto impallidite. Il suo incedere fascinoso, l’abbigliamento che lo aveva portato in testa alla classifica degli uomini più eleganti del mondo, il volto che esprime insieme pensiero e decisione: un uomo nuovo, fortemente voluto dagli Stati Uniti come il perfetto anti-talebano.

Ma in questi anni la situazione in Afghanistan è cambiata, molto più di quanto non sia cambiato il suo presidente, apparso spiazzato e disorientato dalla efficace strategia di reconquista messa in opera dai cupi guerrieri barbuti. La Casa Bianca obamiana ha già coniato lo slogan “meno Iraq più Afghanistan”, conscia del baratro profondissimo che si spalanca poco fuori le porte di Kabul (anzi, dopo l’attentato di ieri, anche dentro la capitale) che rischia di reinghiottire l’intero Paese con tutte le sue tribù.

Ma il punto è che proprio il rapporto tra Karzai e la nuova Amministrazione Usa è sottoposto a screzi e tensioni, mentre la situazione militare dovrebbe sospingere tutti i soggetti (compresi gli europei che fino a ora sono stati poco sensibili alle esigenze di aumentare l’impegno militare, mentre invece occorrerebbe riconoscere che questa guerra, ben più di quella irachena, è la nostra guerra) a intese più solide. Anche perché sarà molto difficile “sostituire” Karzai, pur tenendo conto dei suoi misteri e delle sue ambiguità.

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