ELUANA/ Le voci messe a tacere

- Mario Mauro

Le voci che si oppongono a questa sentenza sono quelle della gente comune. La società nel suo complesso per prima si è mobilitata per evitare l’epilogo che qualcuno auspica per questa dolorosa vicenda

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Foto d'archivio

Quando la ragione è scomoda, si utilizza ogni mezzo per zittirla. Tanto si è fatto per far tacere le ormai innumerevoli voci “fuori dal coro” che strenuamente si oppongono alla sentenza che pende su Eluana Englaro, la giovane lecchese in stato vegetativo persistente dal gennaio 1992 a seguito di un incidente stradale. Ci si muove ormai a colpi di azioni giudiziarie.

 

Le voci che si oppongono a questa sentenza sono quelle della gente comune. La società nel suo complesso per prima si è mobilitata per evitare l’epilogo che qualcuno auspica per questa dolorosa vicenda. A queste si sono susseguite le voci autorevoli dei medici e degli specialisti che più volte hanno evidenziato la totale inammissibilità della scelta di mandare a morte una giovane vita. Poi, il coro dei giuristi “dissidenti”, quelli che hanno scelto di dire la loro liberamente, chiamando le cose con il loro nome, ovvero chiamando questa morte eutanasia. I cardinali, però, non possono proprio parlare. Di loro si dice che facendo prevalere la legge di Dio sulla legge degli uomini, renderebbero la nostra una repubblica di ayatollah nella quale il diritto religioso fa premio sul diritto civile.

Con questo tipo di giurisprudenza rischiano di saltare tutti i diritti fondamentali. Soprattutto quando in un’occasione ufficiale – ovvero durante il tradizionale discorso inaugurale dell’anno giudiziario – si sente pronunciare dalla bocca del presidente della Corte di Cassazione un’esaltazione della sentenza sul caso di Eluana Englaro, rimarcando come i giudici abbiano definitivamente consolidato il riconoscimento dell’autodeterminazione terapeutica come diritto assoluto della persona.

I conti, tuttavia, non tornano perché se l’autodeterminazione è certamente un valore politico fondamentale da tutelare e difendere alla luce di quella democraticità che il nostro Paese e l’Europa ha tutto il desiderio di non tradire, le cose cambiano quando ci riferiamo a un soggetto malato. Laddove c’è un paziente, infatti, il primo dei diritti è quello della salute e non l’autodeterminazione. Non stupiscono, dunque, le parole del presidente della Corte d’Appello Giuseppe Grechi che in un passaggio del discorso scritto in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario facendo riferimento al caso di Eluana ci assicura che la Corte «non ha invaso territori altrui», affermando che in uno stato di diritto il giudice non può rifiutare una risposta per quanto nuova o difficile sia la domanda di giustizia che gli viene rivolta.

Parte del mondo politico si è sentito in dovere di dire qualcosa sulla vicenda Eluana Englaro. «La giovane respira, ha una vita piena e non ci sono ancora leggi che parlano del fine-vita e c’è una magistratura che non chiarisce» ha detto il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, tornando sul caso Englaro. La Regione è fra coloro che hanno scelto di battersi in difesa di quella vita che già oggi, attaccata a quel sondino, è vita in pieno corso.

Di fronte alla decisione del Tar di annullare il provvedimento di Regione Lombardia sul “caso Eluana”’ si dà notizia che in Lombardia ci sono 480 casi simili a quelli di Eluana dove professionisti e volontari lavorano ogni giorno, in silenzio, nel pieno rispetto che queste situazioni meritano e senza alcun furore mediatico e politico. In alcuni casi persone che vivevano la stessa condizione di Eluana sono tornati a vivere nella pienezza delle loro facoltà. Eluana, lo ricordiamo, non è sottoposta a cure intensive ma è semplicemente nutrita e idratata.

Pur di intervenire con la forza e far tacere le voci che parlano fuori dal coro si è passati, come si diceva, all’azione giudiziaria. Non fa più notizia ormai il caso suscitato dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi che è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Roma con l’ipotesi di violenza privata ai danni dell’istituto Città di Udine, la Casa di Cura che si è rifiutata di accogliere Eluana per farla morire. Questo solo perché colpevole di aver scelto di salvare una vita.

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