PRIMO MAGGIO/ Perché festeggiare?

- Pierluigi Colognesi

Primo maggio, festa del lavoro. Perché il lavoro merita di essere festeggiato? Se ne rende conto di sicuro chi, con la crisi che c’è, il lavoro l’ha perso o se lo vede decurtato dalla cassa integrazione

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Primo maggio, festa del lavoro. Perché il lavoro merita di essere festeggiato? Se ne rende conto di sicuro chi, con la crisi che c’è, il lavoro l’ha perso o se lo vede decurtato dalla cassa integrazione. Si festeggia il lavoro prima di tutto perché «chi non lavora non mangia». Ma anche perché, nonostante ci venga proposto il sogno di una eterna vacanza, sappiamo bene che senza lavorare perdiamo qualcosa di noi stessi. Non è sempre stato così.

Questa nobilitazione del lavoro come fondamentale espressione dell’io è un portato della cultura ebraico-cristiana. Lo ha ricordato Benedetto XVI nel famoso discorso parigino del 12 settembre dello scorso anno: «Nel mondo greco il lavoro fisico era considerato l’impegno dei servi. Il saggio, l’uomo veramente libero si dedicava unicamente alle cose spirituali; lasciava il lavoro fisico come qualcosa di inferiore a quegli uomini che non sono capaci di questa esistenza superiore nel mondo dello spirito». Al contrario i monaci benedettini hanno fatto del lavoro una dimensione essenziale della loro regola di vita. E ciò per una considerazione molto semplice: Dio stesso «lavora sempre», dai misteriosi inizi nei quali ha creato il mondo al suo permanente intervento nella storia. «Così – ha proseguito il Papa – il lavorare degli uomini doveva apparire come un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio e l’uomo, in questo modo, ha facoltà e può partecipare all’operare di Dio nella creazione del mondo».

Lavoro, dunque, non è azione da schiavi, ma espressione di una alta dignità della persona. Per questo vale la pena festeggiarlo. Magari pensando a quell’oscuro falegname di Nazareth che faticava per guadagnare il pane per sé e per una moglie che non era propriamente sua moglie e un figlio che non era propriamente suo figlio; la Chiesa ha fissato proprio oggi la festa di san Giuseppe lavoratore.

Ma il realismo cristiano non si è mai nascosta un’altra dimensione del lavoro: la fatica. Infatti la «somiglianza» dell’uomo con l’Eterno Lavoratore non è perfetta; l’uomo vive, direbbero i medievali, nella «regio dissimilitudinis», in un tempo e in uno spazio dove quella somiglianza viene ostacolata e deve quindi essere continuamente e faticosamente riaffermata. In merito al lavoro, ciò significa che «col sudore della fronte guadagnerai il tuo pane». Lavorare implica fatica, condizionamenti da accettare, contraddizioni da superare, fallimenti e riprese. Questo scandalizza chi sogna un lavoro che sia soltanto espressività e creatività personali. Il monaco orientale che dipingeva icone non firmava mai il frutto delle sue fatiche. Esso confluiva in un disegno più grande di lui, dove la questione decisiva era, per usare ancora le parole di Benedetto XVI, «la volontà di far sì che il lavoro e la determinazione della storia da parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore, prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione».

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