IMPRESE/ La filosofia del “già e non ancora”

Nella nostra società è normale ipotecare il futuro e rapinare il presente: più si è abituati a sognare un domani idilliaco e meno si è disposti a costruire nell’oggi con il materiale a disposizione

19.05.2009 - Paolo Preti
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Un ulteriore fattore caratterizzante l’impresa, e in particolare quella familiare di piccole e medie dimensioni, è l’orientamento temporale. Nella nostra società è normale ipotecare il futuro e rapinare il presente: più si è abituati a sognare un domani idilliaco e meno si è disposti a costruire nell’oggi con il materiale a disposizione.

 

In attesa di tempi migliori la fatica di oggi non ha senso e può essere solo obbligata. Se la vita vera è spassarsela, oppure è domani, o addirittura non c’è perché solo il nulla esiste, oggi bisogna sfruttare il più possibile il momento, evviva il carpe diem. Questa, all’estremo, è l’educazione che nelle sue varie forme ha portato alla crisi finanziaria, prima, ed economica, poi, in cui siamo ancora immersi. Una crisi dunque, come più volte affermato, all’origine educativa.

Rispetto a questa mentalità diffusa l’imprenditore e i suoi collaboratori sono costretti, nelle loro manifestazioni più coscienti e di successo, a essere alternativi. Il loro è un “già e non ancora” perseguito con tenace determinazione. L’impegno nel presente è vitale perché è lì che si fa la differenza sui mercati, con i clienti e i concorrenti: per competere innovazione, qualità, servizio, creatività e riduzione dei costi sono pane quotidiano e non sogno a occhi aperti.

Per esempio, come ben sa la parte migliore dei nostri imprenditori, meglio l’innovazione incrementale oggi che l’improbabile innovazione epocale in un lontano futuro, meglio la certezza operosa delle attuali minori dimensioni che l’attesa buzzatiana delle grandi imprese. È un presente, quello delle aziende, di fatica, di impegno nell’incertezza, di talenti rischiati: per avere un futuro sono costrette a credere nel presente.

E tuttavia l’orizzonte temporale della loro azione va spesso oltre la stessa vita dell’imprenditore, è motivato dal lasciare qualcosa di cui continuare la cura a chi verrà dopo, sia esso appartenente alla famiglia o meno. Come nella vita vissuta coscientemente, dunque, la voglia di futuro determina il presente senza alcuna soluzione di continuità. L’imprenditore vive appieno nell’oggi, anche pericolosamente, ma non vi si ferma perché altrimenti l’azienda, in un mondo in continuo cambiamento, sarebbe velocemente messa fuori mercato e, d’altra parte, la sua idea di futuro deve in qualche modo iniziare a verificarsi nell’istante.

Con tutti gli ovvii limiti del caso, è uno stile di vita, costretto dalle circostanze o coscientemente perseguito, a cui tutti, nelle mille differenze concrete e nel comune destino, mi sembra possiamo sentirci richiamati.

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