USA/ Tre sfide per Obama

- Lorenzo Albacete

La crisi iraniana può avere molte conseguenze per gli Stati Uniti, così come la riforma del sistema sanitario. Ma vi è anche un altro tema: la battaglia sul futuro del Partito Repubblicano

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Nel momento in cui scrivo, l’argomento più discusso è la situazione in Iran e tutti i commentatori concordano nel ritenere questa una occasione cruciale per il presidente Obama. Egli deve essere preparato a dialogare con chiunque alla fine diventerà presidente dell’Iran, ma dovrà anche dimostrare una qualche solidarietà, nello spirito del discorso del Cairo al mondo musulmano, a chi nelle strade di Teheran sta chiedendo democrazia.

 

Per ora, la questione iraniana ha distolto l’attenzione dai programmi di riforma del sistema sanitario, che l’Amministrazione aveva invece posto come tema centrale di discussione per questa settimana. Il presidente ha descritto a grandi linee il suo programma alla American Medical Association, un’organizzazione che in passato si è sempre fortemente opposta a qualsiasi intervento governativo nell’area delle assicurazioni sanitarie. Il suo supporto è essenziale per Obama. Tuttavia, se un giornalista avesse l’occasione di porre domande al presidente, il primo argomento affrontato sarebbe senza dubbio la crisi iraniana.

Questa crisi può avere in effetti molte conseguenze per gli Stati Uniti, così come il sistema sanitario ha senz’altro un grande impatto sulla vita degli americani; vi è, però, un altro tema che periodicamente attira l’attenzione e che a lungo termine può avere una grande influenza sul Paese: la battaglia sul futuro del Partito Repubblicano.

Il punto non è il futuro politico del Partito come tale, perché il “Grand Old Party” sopravvivrà senz’altro in un modo o nell’altro e potrà riottenere il peso politico che ha avuto negli anni recenti. Il tema interessante è il futuro di molti americani conservatori, siano Repubblicani, Democratici o Indipendenti. Costoro si stanno rendendo conto che nessun potere politico risponde alle loro preoccupazioni filosofiche sulla risposta da dare alla sempre più dominante ideologia secolarista, nelle sue versioni di “sinistra” o di “destra”.

Un articolo del New York Times questa settimana metteva acutamente in rilievo i cambiamenti in atto in riviste dedicate al pensiero conservatore, specialmente “The American Conservative” nella sua ultima uscita settimanale (prima di diventare un mensile e potenziare la sua versione online.) In questo ultimo numero vi erano articoli che, ad esempio, ipotizzavano la possibilità per l’Iran di avere armi nucleari (scritti prima della crisi attuale), che denunciavano come immorale il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki (approvato invece dalla maggioranza degli americani), e attaccavano altri aspetti del conservatorismo politico americano.

Forse l’articolo più interessante è quello di Rod Dreher, che scrive sul Dallas Morning News, tiene il Crunchy Can Blog su Beliefnet.com e in più si occupa anche di temi relativi a scienza e religione. Il suo argomento è che la reale questione di fronte agli oppositori del secolarismo dominante non è cosa avrebbe fatto Ronald Reagan (domanda che si pongono molti conservatori), ma cosa avrebbe fatto San Benedetto.

Il riferimento è After Virtue, il classico di Alasdair McIntyredel 1982, nel quale l’autore sostiene che il controllo “barbaro” dell’attuale cultura è ormai troppo avanzato perché i danni possano essere riparati e che la sola alternativa reale oggi non è una rivoluzione politica, ma la creazione di comunità di stile benedettino dove i cristiani possano vivere liberamente la loro fede. L’articolo, intitolato “Diventare barbari”, sostiene che il Diritto americano ha finito per «adottare gli usi dell’orda (barbarica)», così che la lotta tra Destra e Sinistra è simile a una battaglia tra due tribù barbare.

Non so se Dreher ha letto il discorso di Papa Benedetto XVI al Collegio dei Bernardini a Parigi, ma dovrebbe se vuole sviluppare le implicazioni della sua analisi. Come Papa Benedetto spiega, il movimento monastico fu fondato non per sviluppare un programma di ripresa o sviluppo culturale, ma per trovare Dio. Fu questo rifiuto di scopi culturali e politici che alla fine creò una nuova cultura veramente umanistica.

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